Ecco perché la Tobin Tax è incostituzionale

Non solo il tormentone Imu e Iva

La Tobin tax rischia di battere tutti i record. Voluta dal governo Monti in anticipo rispetto all’Europa, oltre a portare un gettito che ottimisticamente non supererà il 20% di quello dichiarato (1,1 miliardi di euro), viola alcune norme costituzionali (il risparmio va tutelato nelle sue forme che non possono avere tassazioni difformi a parità di sottostante). Infatti la FTT (il vero nome della Tobin Tax è Financial Transaction tax) esclude alcune tipologie come i prodotti del risparmio gestito e assicurativo, quindi fondi comuni di investimento e unit linked per intenderci. Se non bastasse la Tobin tax distrugge il Pil perchè si applica non alla residenza ma al luogo di transazione.

Da marzo, quando è stata introdotta la media dei volumi giornalieri sulle azioni domiciliate in Italia è scesa a 2,8 miliardi di euro, dai 4,55 dei primi due mesi del 2013 (dati Thomson Reuters). Ci saranno state altre cause, ma la coincidenza è troppo grande per non essere indicativa. Fin qui nulla di nuovo, purtroppo. L’ultimo record sta nell’incertezza prodotta. A luglio doveva entrare in vigore la tassa sulle transazioni legate ai derivati. È slittata al primo settembre con pagamento a partire dal 16 ottobre. Mancano poche ore all’avvio della seconda tranche della tassa ma lo Stato ancora non ha chiarito tutte le modalità e le specifiche tecniche. Il 22 agosto il dipartimento delle Finanze ha pubblicato on line una serie di risposte alle domande più frequenti e soprattutto uno schema di consultazione. Entro il 30 agosto (oggi, ndr) operatori o semplici cittadini possono mandare suggerimenti non vincolanti per definire lo schema finale del decreto. Immaginiamo che in un week end non possa essere definito nulla di preciso. Tanto meno decreti attuativi. Altro caos, altri rinvii o ritardi. La maggior parte dei broker o delle società specializzate non ha certezze. La stessa Borsa Italiana ci conferma di essere in attesa di delucidazioni. Così mentre si discute di nuove imposte transgeniche sulla casa (un terzo patrimonio, un terzo reddito e un terzo servizi) l’Italia conferma una perversione fiscale che non ha eguali. 

Alcuni operatori finanziari che hanno declinato l’invito a commentare l’incertezza normativa auspicano che slitti in attesa che entri in vigore la tassa gemella europea. «Intanto l’incertezza è devastante», spiega a Linkiesta Massimo Siano responsabile delle attività commerciali in Italia, Francia e nel Principato di Monaco per Etf Securities. «Stiamo registrando un crollo dei volumi sottostanti del 24%. Un dramma doppio. L’Italia è all’avanguardia nel trading on line con aziende di ottimo livello tecnologico e questa tassa rischia di decapitare l’unico comparto bancario in crescita. Inoltre l’imposta toglie volumi e liquidità e quindi in generale penalizza la Borsa e quelle società che sui listini avrebbero potuto cercare un credito alternativo. Dal momento che le banche non finanziano più le imprese l’alternativa sarebbe stata appunto la Borsa».

Insomma come buttare il bambino assieme all’acqua pulita. Sul fronte europeo, dopo il fallimento della Ue nella ricerca di un consenso unanime sulla FTT, 11 Stati membri hanno presentato una richiesta alla Commissione europea di introdurre una tassa in base alla procedura cosiddetta della cooperazione rafforzata. «Così com’è, la proposta potrebbe imporre una tassa del 0,1% su tutte le transazioni finanziarie aventi ad oggetto azioni e obbligazioni e dello 0,01% su tutte le transazioni in derivati che si svolgono all’interno o che coinvolgono attori degli 11 Stati membri dell’Unione europea che prevedono di adottare la normativa», spiega Suzanne Van Dootingh, Head of European Regulatory Strategy di State Street Global Advisors. «Questa è la prima volta che la cosiddetta “cooperazione rafforzata” viene utilizzata per una legge così importante». Per non dimenticare l’impatto a livello retail. «Il peso dell’imposta potrebbe , in effetti, essere passato all’investitore finale che quindi», conclude Suzanne Van Dootingh, «riceverebbe rendimenti netti inferiori per quasi ogni tipo di strategia di investimento e di prodotto (con un impatto più grande su reddito fisso e derivati)». E se i dubbi restano per l’Europa, figuriamoci per l’Italia.

Ovviamente stiamo omettendo la difficoltà di applicare un’imposta come la FTT piena di tecnicismi ed esclusioni. Tra l’altro la prima tassa il cui accertamento è più costoso del valore stesso del prelievo. Assurdo. Non troppo, però, in un Paese dove gran parte delle imposte sono formate da stratificazioni successive di difficile interpretazione. Pur non esistendo una correlazione numerica tra la difficoltà di calcolare una tassa, la percentuale di evasione e quella di riscossione. Sicuramente usando un metro spannometrico si può vedere che il link sussiste. A complicare le cose c’è un altro aspetto. Nel nostro Paese, che, come abbiamo già scritto, fa principalmente propaganda anti evasione, il balletto dei numeri è formidabile e serve solitamente per sostenere tesi politiche. E la trasparenza diventa un miraggio. 

Un esempio da letteratura risale agli inizi del 2011 quando l’allora ministro Giulio Tremonti dichiarò di aver recuperato 35 miliardi dalla lotta all’evasione citando dati relativi all’esercizio 2009 e mischiando due segmenti diversi tra loro. Circa 26 miliardi di euro si riferivano alla maggiore imposta accertata (Mia) nel 2009 e altri 9 agli incassi riscossi dall’attività di accertamento nello stesso anno. Circa un anno dopo il Nens (osservatorio fiscale vicino a Vincenzo Visco) ha fatto le pulci a quelle dichiarazioni. Innanzitutto sulla cifra di 9 miliardi spiega che, «poiché l’attività di accertamento ha un suo andamento nel tempo, non ha alcun senso attribuire i valori riscontrati in quell’anno interamente al recupero di evasione del medesimo periodo: ciò che conta è la variazione degli accertamenti e delle riscossioni da un anno all’altro».

Nel 2008 la Mia accertata era di 20 miliardi e gli incassi da accertamento 6,9. Il differenziale complessivo tra le due voci è stato di 8,6 miliardi (6,4 di Mia e 2,2 di accertamenti). «Tuttavia, neppure gli 8,6 miliardi possono costituire un riferimento definitivo, perché, come recentemente riportato dalla Corte dei Conti: «la maggiore imposta accertata definisce solo una pretesa erariale, che prima di acquisire il requisito della certezza e della stabilità (maggiore imposta definita) dovrà superare il vaglio di un contraddittorio e dell’eventuale contenzioso», aggiunge il Nens. Secondo l’Agenzia delle Entrate nel 2008 il rapporto tra Mia e imposta riscossa è stato circa del 10%. Nel 2009 si è avvicinato al 15%. Dunque su quei 6,4 miliardi di Mia l’introito vero non ha superato il miliardo di euro. Degli atri 2,2 miliardi da accertamento stando alla Corte dei Conti solo 1,7 è effettivamente legato a illeciti. Il rimanente arriva da errori di forma o ritardi. In sintesi sui 35 miliardi annunciati da Tremonti nel 2011 solo 2,7 sono recupero da evasione. Meno del 10 per cento.

Ogni anno la percentuale di incassi aumenta, ma la tara da fare in proporzione non si discosta da quella usata per Tremonti. Nel 2011 la Mia è stata di circa 30 miliardi e l’incasso da accertamenti di 12,7 miliardi. Il 15,5% in più rispetto all’anno precedente. I conti sono presto fatti. Lungi da noi sminuire chi lotta quotidianamente contro l’illegalità (il plauso va alle Fiamme Gialle) vorremmo però trasparenza sui numeri. Solo così si potrà dare un corretto giudizio al sistema impositivo. Se invece le leggi vengono costruite come il gioco delle tre carte è chiaro che alla politica non conviene né fornire dati esatti sulla lotta all’evasione né numeri precisi sul gettito di certi sistemi impositivi. Come quello inventato sul lusso lo scorso anno o come la Tobin tax quest’anno. Che non finirà di riservare sorprese. D’altronde in una democrazia parlamentare i cittadini dovrebbero permettere solo ai parlamentari di occuparsi della cosa più importante: il Fisco. In Italia non avviene.