L’errore di Obama riporta la Siria nelle mani di Assad

«L’America non è il poliziotto globale»

Ammettiamo, per ipotesi, che la via diplomatica indicata dalla Russia per risolvere la crisi siriana funzioni. Che le parole fraintese del segretario di stato americano, John Kerry, abbiano aperto la porta all’effettiva consegna delle armi chimiche di Bashar el Assad alla comunità internazionale.
Ammettiamo anche che l’accordo congegnato da Mosca e sottoscritto da Damasco plani felicemente sul tavolo del Consiglio di sicurezza dell’Onu, diventato più docile per via del potere persuasivo delle minacce militari di Barack Obama.
Poniamo che l’incontro del 12 settembre a Ginevra fra Kerry e Sergei Lavrov sia un successo.
Diciamo, infine, che la comunità internazionale, qualunque cosa significhi, inventi d’un tratto le tecniche per smantellare in tempi brevissimi l’arsenale chimico da 1.000 tonnellate e forse più che Assad non ha mai ammesso di avere prima dell’offerta diplomatica russa.

Uno scenario simile, dice Obama, soddisfa le condizioni per evitare un attacco militare. La sua linea rossa sulle armi chimiche funziona dunque anche nella direzione opposta: se Assad la varca a passo di gambero, cioè rinuncia a quelle armi chimiche che hanno attivato l’escalation retorica dell’attacco militare, la situazione si congela. Con grande sollazzo del presidente che prende disperatamente tempo al Congresso – il voto è slittato alla settimana prossima e il “no” è in ascesa, per una strana eterogenesi dei fini – e insegue a rotta di collo qualunque baluginio diplomatico per evitare di ricorrere ai Tomahawk.

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Obama conosce bene l’avversione degli americani per questa guerra e conosce ancora meglio quella particolare forma di odio che il popolo riserva ai presidenti che s’impantanano in conflitti lontani e dispendiosi: è grazie a questa che è arrivato alla Casa Bianca calpestando petali di rosa. Ma fra le condizioni che il presidente richiede per non mettere mano al cinturone non c’è, almeno per ora, un accordo comprensivo, una bozza per organizzare il cessate il fuoco, uno schema per avviare un processo di pace. Né c’è un accordo con i ribelli – con le loro contraddizioni qaidiste – che pure l’America ha sostenuto dopo un’interminabile fase d’attendismo e indecisione. Non c’è una linea politica nemmeno nel ripiegamento diplomatico. Il presidente non ha esibito una visione pianificando un attacco che ha dato modo anche ai falchi repubblicani di smarcarsi tanto sono confusi lo scopo e il senso dell’azione, e non cambia metodo quando si tratta di rivitalizzare la via diplomatica.

L’orizzonte dei pensieri di Obama si ferma al ripristino dello status quo ante in Siria con l’aggiunta dell’eliminazione degli arsenali chimici in funzione punitiva: nel discorso del 10 settembre Obama ha chiarito che l’America «non è il poliziotto globale» ma nel rimpicciolimento delle ambizioni la sua America viene declassata ad ausiliario del traffico globale, funzionario onusiano che punisce (o minaccia di punire) i trasgressori delle convenzioni internazionali e poi sparisce. Certo, l’uso delle armi chimiche è stato, nel contesto della guerra civile, la sporgenza legale decisiva alla quale agganciare l’ipotesi di una spedizione punitiva; è la violazione plateale che espone Assad alla riprovazione internazionale e mette a forza nel petto dello svogliato guerriero Obama il senso dell’urgenza dell’azione, se non altro per non perdere la credibilità, ma non esaurisce il problema della Siria né del Medio Oriente in subbuglio.

Una guerra civile che fa 110mila morti è una questione più ampia di un pur orripilante attacco con il Sarin. Che gli Stati Uniti decidano per un attacco, comunque di proporzioni minime, o riescano a cavare un accordo fra le boutade e gli inganni della diplomazia diretta da Mosca, l’azione va giudicata per lo scopo che si prefigge e per l’intenzione che la anima. Negoziare un ritorno del regime di Assad com’era prima dell’attacco chimico del 21 agosto risolve i problemi immediati di Obama e getta buone premesse per ricevere carezze dai libri di storia che verranno, tutto il resto è status quo.

Twitter: @mattiaferraresi

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