Letta in cerca di investitori stranieri che non ci sono

Verso il piano Destinazione Italia

L’Italia è alla ricerca di investitori stranieri. Tanto Palazzo Chigi quanto il Tesoro stanno cercando di rendere più attraente il Paese, con lo scopo di piazzare i gioielli cedibili, che siano spiagge o immobili. Un compito che potrebbe essere più arduo del previsto. C’è una ragione precisa. Al contrario di quanto successo sotto il precedente esecutivo, quello attuale ha ridotto i road-show per mostrare i progressi del Paese a chi ha ancora liquidità. Una scelta che potrebbe essere penalizzante nel lungo periodo.

Quando Mario Monti salì a Palazzo Chigi per la prima volta era a conoscenza che l’Italia aveva perso la faccia. Nel novembre 2011 gli investitori internazionali avevano perso l’ultimo barlume di fiducia in Roma e c’era il timore che non fosse ripagato il debito pubblico circolante. Nei primi mesi di governo, l’ex commissario Ue mise in agenda una serie di appuntamenti sconosciuti in Italia, ma fondamentali all’estero. Iniziò il suo personale road-show in giro per il mondo con gli investitori istituzionali, ma anche con le business community globali. Corea del Sud, Giappone, Cina, Kazakistan, più incontri bilaterali e triangolari, forum, qualunque evento era valido per riguadagnare la fiducia e spiegare che l’Italia non è il malato d’Europa. Un percorso che ha portato Monti pure al Boao forum, considerata la maggiore finestra per gli investitori asiatici.

Il risultato è stato un parziale ritorno dei capitali esteri in Italia. Più precisamente, nei titoli di Stato. Al contrario di quanto successo fra il maggio 2011 e il febbraio 2012, da marzo e aprile di un anno fa la domanda estera di bond governativi italiani cominciò a risalire. Un fenomeno che non si è bloccato nemmeno dopo i sussulti di Grecia e Cipro. I Btp decennali sono tornati sotto i livelli di vigilanza, quel 7% di rendimento che era considerato da Goldman Sachs come la soglia della richiesta di aiuto alla troika composta da Fondo monetario internazionale (Fmi), Banca centrale europea (Bce) e Commissione Ue. E lo spread, cioè il differenziale di rendimento fra i decennali italiani e quelli tedeschi, è tornato sotto la cosiddetta “Soglia Monti” di 287 punti base.

Finita l’emergenza sull’obbligazionario, occorreva agire con la riduzione del debito pubblico. Come? Con la dismissione degli asset pubblici. Un progetto già ideato dal ministro delle Finanze di Monti, ovvero Vittorio Grilli. Un maxi piano di dismissione dei beni pubblici da «15-20 miliardi di euro l’anno, pari all’1% del Pil». Ora si è passati al piano Destinazione Italia. Il tutto con la speranza che i tre esperti che si stanno occupando del piano, ovvero Fabrizio Pagani, Alessandro Fusacchia e Stefano Firpo siano consapevoli che la domanda di investitori stranieri è sempre minore. Secondo un’analisi di HSBC, «gli investitori hanno più timore che in passato proprio per colpa della precarietà del governo Letta, diviso fra Pd e Pdl». Il risultato è che «le finestre aperte per l’allocazione di risorse difficilmente saranno utilizzate».

Enrico Letta aveva iniziato seguendo le orme di Monti. Su invito della Roubini global economics, la società di intelligence economica di Nouriel Roubini, Letta andò a Londra a febbraio e spiegò la situazione italiana, tranquillizzando gli operatori, i tesorieri delle banche d’investimento, i gestori di hedge fund. Chi ha in mano il debito italiano, insomma. L’operazione trasparenza riuscì e non ci furono grossi scossoni sul mercato obbligazionario dopo l’inconcludente voto italiano. Gli oltre 2.000 miliardi di euro che rappresentano il debito pubblico del Paese non erano in pericolo.

Poi, è successo qualcosa. Gli incontri a porte chiuse con gli investitori si sono fatti sempre meno fitti. Fino ad arrivare al Workshop Ambrosetti della scorsa settimana. A sentire il presidente del Consiglio c’era una platea composta di italiani, soprattutto, ed europei, pochi. Quasi assenti gli statunitensi e Asia rappresentata solo da una persona, il professore della cinese Tsinghua University, David Li. Troppo poco. Non che gli inviti non siano stati mandati. Solo, si fa per dire, c’erano altre priorità. E l’Italia non rientrava fra quelle. «In effetti i contatti si sono ridotti e l’Italia, sebbene non sia più il sorvegliato speciale della zona euro, è tornata a essere lontana dagli obiettivi strategici degli investitori stranieri», dice a Linkiesta un alto funzionario governativo dietro anonimato. Tutto da rifare, quindi. E non sarà facile piazzare i beni pubblici italiani se non sarà mantenuta dritta la barra sui conti pubblici. In particolare, preoccupa il deficit per l’anno corrente, pericolosamente vicino alla soglia massima consentita dall’Ue, il 3% del Pil.

L’azione di Monti era funzionale al ritorno degli investitori sul debito pubblico del Paese. Quella di Enrico Letta doveva essere funzionale al miglioramento dell’attrattività italiana nel mondo. Con Destinazione Italia si vuole puntare a semplificare l’arrivo dei capitali esteri. In altre parole, a favorire lo shopping. Ci potranno anche essere meno regole ma, se non ci sono gli investitori, poco cambia.  

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