Mi faccio un pitstop. Quando nacque il GP di Monza

Link Young

Si corre in questo fine settimana il Gran Premio d’Italia di Formula Uno sulla pista dell’autodromo di Monza. Detta così parrebbe una cosa da nulla, ma così non è, perché quel circuito è lì dal lontano 1922 e da allora vi sfrecciano in senso orario le automobili più belle che mai abbiano rombato i loro motori nella nostra fantasia. Non sarà una domenica come le altre, quindi, quella dei monzesi e del loro parco e chi non avrà la fortuna di appollaiarsi sulle tribune potrà sempre accendere il televisore oppure – e sarebbe una soluzione niente male davvero – chiudere gli occhi e immaginarsi al volante preferito, con il piede sul pedale e i tifosi tutti intorno.

illustrazione

il racconto

ANDAVO A CENTO ALL’ORA

Me ne andavo a cento all’ora per trovar la bimba mia, una rossa tutta curve da lasciar senza fiato, soprattutto perché a cento all’ora, se ne prendi male una, di quelle curve, rimani senza fiato davvero ed è probabile che la bimba tua tu la veda qualche altra volta. Mentre andavo, con il casco allacciato per bene, cantavo a squarciagola una di quelle canzoni degli anni Sessanta, quando chi fa il giovane oggi era giovane davvero e strillava dentro le radio e i jukebox.
Andavo a cento all’ora – dicevo – per cantar la serenata, che è sempre una idea gagliarda, da far girar la testa a tutte le belle e le rosse del mondo, un giro dopo l’altro, finché non ti cade ai piedi, trottolando stecchita. La serenata, nel caso, l’avrei cantata meno a squarciagola, quasi sottovoce, con luci soffuse, vista sul mare e tutto il resto. Tutto stava a prendere bene la prima curva.
Pensai, allora, di pianificare una partenza intelligente e mi trovai in prima fila a qualche ora della notte, credo le quattro e ventisei, ma non so. Non ha le quattro del mattino, il mio orologio, che in questo è più intelligente di qualsiasi partenza. I ventisei minuti sì, ma non fai in tempo ad accorgertene, tra uno sbadiglio e l’altro, che sono subito ventisette. E su quella riga del via, con la notte tutto intorno, tanti altri come me, pronti a pigiare sul pedale a tavoletta, alla caccia della rossa. Non immaginavo ci fosse tanta gente intelligente, che parte così presto al mattino. Forse avrei preferito non saperlo per nulla, perché stavo cominciando a preoccuparmi per le sorti della bella, delle sue curve e della mia serenata.
Con il piede a mordere il freno, non vedevo l’ora di baciar la bocca sua, sperando che non mi mordesse lei, o forse sperando che lo facesse, ma non il piede, perbacco, che quello mi serve per l’acceleratore. Finché, tra il tripudio della gente, pronti via, rombo di tutti i motori del circondario e vinca il migliore.
Non ti dico la prima curva… Tutti lì, assatanati, a cercare di infilarsi nel cantuccio più agiato che, se fossero rimasti a casa, tra un lenzuolo e l’altro, sarebbero stati più comodi senz’altro e io avrei potuto prendermi il mio tempo, aggiustare la cravatta, raccattare un fiore e presentarmi puntuale agli occhi di lei. Invece…
Invece andavo a cento all’ora – ripeto – cantando a squarcia gola, con i pensieri di qua e di là dietro alle sue curve, e mentre andavo mi si bruciò il motore nel bel mezzo della via e rimasi lì, con una candela in mano, ma quella del cilindro, che crea meno atmosfera del lume di candela, che avevo in mente per la cenetta cu cu cù co co cò.
Ormai gli altri erano andati e i miei romantici pensieri con loro. Addio sogni di gloria e addio rossa mia. Ma, d’un tratto, da dietro le spalle sentii un motore rombare feroce. Mi voltai d’istinto e vidi, aggressive, tutte le automobili fuggite per di là, tornare per di qua, come se avessero dimenticato il gas acceso in cucina. In pochi istanti mi sfrecciarono accanto, una dopo l’altra, a cento all’ora anche loro e forse di più. E io lì, con la mia candela in mano.
Ogni due minuti la scena si ripeteva, tra lo stupore mio e l’entusiasmo del pubblico in tribuna e, un giro dopo l’altro, questi macinavano chilometri senza andar da nessuna parte…
WROOOM.
Lentamente mi allontanai, presi una stradina che partiva da lì e m’incamminai.
Me ne andavo a cento all’ora, su quella pista asfaltata, ma la rossa non l’avrei mai raggiunta, continuando a girare su me stesso. Aspettami, amore, corro a piedi da te! Son cento chilometri… Temo che a piedi ci impiegherò un po’ di più di un’ora soltanto, e che alla fine arriverò un po’ stanco e il fiore sarà appassito, ma vuoi mettere la soddisfazione?! Li faccio per te, questi cento chilometri e mai partenza mattiniera fu più intelligente: dalle quattro e ventisei del mattino, calcolando sei chilometri all’ora, a passo svelto, sarò da te al tramonto, giusto giusto per cena.
Tu apparecchia, magari davanti al televisore, che a quell’ora c’è il Gran Premio e la rossa tutta curve che sfreccia per noi.

la fotografia

Dal 1950 il Gran Premio d’Italia di automobilismo è valido anche come prova del campionato mondiale di Formula Uno. Le auto di allora erano piuttosto cilindriche, senza alettone né davanti né dietro, con le ruote sottili e la zucca del pilota che sbucava dall’abitacolo. In partenza ci si metteva in fila per quattro, aspettando con ansia il via dello starter. Il tre di settembre di quell’anno il pilota Nino Farina tagliò per primo il traguardo a bordo della sua rombante Alfa Romeo, dopo cinquecentoquattro interminabili chilometri, percorsi in ottanta giri a tutto gas, in poco più di due ore e mezza di tempo.

il video

 https://www.youtube.com/embed/pU13Us1PaUc/?rel=0&enablejsapi=1&autoplay=0&hl=it-IT 

È Michael Schumacher il pilota che più volte ha vinto il Gran Premio di Monza, con cinque velocissimi trionfi, tutti cinque al volante di una rossa Ferrari. Chissà com’è, tenere le mani su quel volante. Chissà come si cambia e quando e se bisogna mettere la freccia prima di svoltare a sinistra o destra. Chissà come sfreccia la strada fuori dall’abitacolo e se si ha il tempo per fare ciao con la manina alla fidanzata, passando in fretta davanti alle tribune. Per farsi un’idea ci si può immedesimare in Schumacher durante il giro di qualifica per la conquista della pole position nel 2003.

la pagina web

Vuoi sapere tutto sull’autodromo di Monza dei tempi moderni? Vuoi vedere cosa succede quando non corrono i piloti di Formula Uno? Vuoi fare un giro anche tu, su quell’asfalto, magari in bicicletta o sui roller skate? Nulla di più semplice, anche se abiti a mille miglia da lì: c’è un sito internet [http://www.monzanet.it] pensato apposta per te, che ti dirà ogni cosa nei minimi particolari e, se non ti basta, potrai sempre seguire gli eventi su facebook, dove cliccare mi piace, o su twitter. Più di così, cos’altro vuoi?!

i nostri eroi

Si chiama Pietro Bordino il primo pilota che trionfò sulla pista monzese al Gran Premio d’Italia. Era uno dei futuristici eroi degli anni Venti e a bordo della sua roboante Fiat 804 si presentò gagliardamente alla partenza, l’indimenticabile dieci di settembre del 1922. Era più lunga di quella di oggi, la pista di allora: dieci chilometri di curve e rettilinei e percorrere ottanta giri significava correrne ottocento, di chilometri, uno dopo l’altro, come per andare da Milano a Napoli.
Nulla che potesse intimorire il Bordino, già detentore del record di velocità sul miglio, toccando i duecento chilometri orari, che in quel tempo era un po’ come volare. Infatti volò per tutta la gara, la Fiat fiammeggiante, per cinque ore, quarantatré minuti e tredici secondi, compresa qualche sosta per fare rifornimento e sgranchire un po’ i mignoli.
Dei trentuno piloti iscritti alla corsa, ventitré nemmeno partirono; uno si ritirò dopo due curve, e altri quattro si fermarono prima del traguardo. Oltre a Bordino ne arrivarono solo due, quanto bastava per completare il podio: uno con otto minuti di ritardo e l’altro ancora di più.

Hanno nomi mitici e avventurosi i vari tratti del circuito automobilistico di Monza. Tra curve e rettifili, le fotografie più spettacolari si fanno alle due curve di Lesmo o alla mirabolante Parabolica, che una volta era molto più parabolica di oggi, quindi anche un po’ più mirabolante. E, più o meno a metà del percorso, a congiungere due rettifili, eccoti la variante Ascari, dedicata al celebre pilota Alberto, che con la sua Ferrari aveva trionfato per ben tre volte, prima di perdere la vita, ahimè, durante le prove del Gran Premio del 1955, proprio in quel tratto di pista che oggi porta il suo nome.
Ascari, Fangio, Nuvolari; Campari, Moss, Stewart; Clark, Regazzoni, Andretti; Lauda, Senna. Sono talmente tanti gli eroi del volante che hanno sfrecciato a Monza, che se ne potrebbe fare una squadra di pallone e ne resterebbero a sufficienza per le riserve in panchina e chissà che qualcuno di loro, tagliando il traguardo per primo, abbia urlato goal!

Esisteva quel dì una fabbrica di automobili che aveva un nome che pareva uscito da un fumetto: Chiribiri. Ma che ci poteva fare, il signor Antonio Chiribiri, se all’anagrafe era iscritto così? A disegnar pupazzi non era capace, ma con ingranaggi e spinterogeni era un mago.
Siamo nella Torino degli anni Venti e le automobili non sono certo roba da tutti, anzi: sono marchingegni dal fascino ignoto, un po’ come le astronavi dei giorni nostri e le Chiribiri erano belle e desiderate più che mai. Soprattutto la versione da gara che, in onore del neonato circuito automobilistico, fu chiamata Monza Tipo Corsa e presentava delle innovazioni strabilianti per l’epoca, che nessun’altra auto da corsa chiudeva nel motore.
Purtroppo la fabbrica chiuse nel Ventotto, lasciando oggi un ricordo così sfumato da apparire un sogno e, se ti capiterà una notte di sognarti al volante di un’automobile, beh, se sarà una Chiribiri tanto meglio per te.

quattro domande a…

… la monaca di Monza

Sorella, ha una bella fortuna, lei, a vivere a Monza: splendida città dove c’è il parco della Villa Reale e pure l’autodromo dove sfrecciano le automobili.
Se lo dice lei… Dentro il convento non è che ci sia molto di cui divertirsi, soprattutto perché ai miei tempi la Villa Reale nemmeno era stata costruita e il parco era un bosco dove andare a funghi. Di essere a Monza non me ne accorgo nemmeno. Grazie, anzi, per avermelo ricordato. Ma le automobili… cosa sono le automobili?!
Dimenticavo che lei visse nel Seicento, che oltre a una data è anche un’automobile, ma non certo come quelle da corsa.
Però al convento, pure nel Seicento, non si sta poi così male, mi creda. Ci si sveglia ancor prima dell’alba – è vero – ma in questo modo c’è tutto il tempo per curare l’orto e per farsi qualche passeggiata. Ho un mio percorso ideale, che va in senso orario, con le sue curve e i suoi rettilinei: mi faccio cinquantatré giri e mi tengo in forma.
Più o meno quello che si fa anche oggi, ma non a piedi, proprio a Monza e nelle altre città sede dei gran premi di Formula Uno
Ma ringrazio, ma nessun premio per me, che sono solo una umile monaca. Però può farsi qualche giro anche a cavallo, se le va, solo che se a questo vengono i cinque minuti e si imbizzarrisce finirà per non essere più così in forma… Chi mai andrebbe a spasso su un cavallino rampante?!
Mi lasci dire che ci sarebbe la fila, da Monza fino a Siracusa, per fare un giro su quel cavallo…
Siete strani, voi che venite dal futuro, però siete simpatici, anche perché metà delle cose che dite sono incomprensibili. O forse proprio per quello. Ora mi perdoni, devo fermarmi al pit stop altrimenti mi toccherà un drive through per penitenza.

ti consiglio un libro

Jean Graton – LA GRANDE SFIDA – Nona Arte
Michel Vaillant è un eroe dei fumetti di qualche decennio fa. Non troppi, ma un po’. Nelle sue storie è un pilota di Formula Uno, ma in alcune avventure ha partecipato anche alla Cinquecento miglia di Indianapolis o alla Ventiquattrore di Le Mans, gare mitiche più che mai. Questa volta è coinvolto in una sfida – lo dice anche il titolo – tra piloti americani ed europei, per stabilire se si è più forti di qua o di là dell’oceano. Impossibile non fare il tifo per lui

Twitter: @andreavalente