Il grande gelo della troika sul destino della Grecia

La storia infinita di Atene

Almeno ora ci sono delle date, più o meno, precise. Il Fondo monetario internazionale (Fmi) rompe il silenzio sul futuro della Grecia attraverso la voce del suo direttore generale, Christine Lagarde: «Le discussioni sul debito greco inizieranno a metà 2014». Non prima. Fino ad allora, tutto come se la sostenibilità del debito sovrano ellenico non sia un problema. Sottotraccia stanno però partendo le schermaglie della guerra intestina che vedrà il coinvolgimento del Fmi su un fronte e dell’eurozona dall’altro. Troika spaccata, quindi. In mezzo, la seconda ristrutturazione del debito della Grecia.

Quali sono i problemi di Atene? Quelli di sempre. Il maggiore è il debito pubblico. Il rapporto fra indebitamento e Pil raggiungerà quota 176% nel prossimo anno. Solo a partire dal 2014, in teoria, dovrebbe iniziare a calare. Ma, sebbene l’obiettivo del Fmi sia quello di riportar questo valore entro il 120% nel 2020, la dinamica resta insostenibile. A meno di nuove azioni. Meglio va, invece, la performance della crescita economica. Archiviato un 2012 con una contrazione del Pil del 6,4%, l’anno in corso dovrebbe chiudersi con una riduzione del 4,2 per cento. Solo nel corso del 2014 dovrebbe partire la ripresa. Per la precisione, secondo le stime della troika, dopo l’estate. Merito di un turismo che già quest’anno ha mostrato significativi segni di vitalità. Conseguenza? Il Pil 2014 è dato in incremento dello 0,6 per cento. Troppo poco per pensare di ridurre il debito nella tempistica prevista.

I problemi nel finanziamento del programma – il secondo – di salvataggio sono evidenti. Servono 10,9 miliardi di euro per colmare i gap per il 2014 e il 2015. Nel dettaglio, come ha spiegato Goldman Sachs, la Grecia ha bisogno di 32,3 miliardi di euro per il prossimo anno, a fronte di disponibilità economiche attuali di 27,9 miliardi. Per l’ammortizzazione del debito esistente occorrono 25,1 miliardi di euro, mentre per ribilanciare il bilancio dovrebbero servire 5,6 miliardi. Infine, ci sono circa 1,4 miliardi di euro per ulteriori spese minori. I fondi sono noti. I prestiti di Commissione europea e fondo European financial stability facility (Efsf) saranno pari a 8,5 miliardi di euro, mentre altri due miliardi arriveranno dal ritardo del pagamento degli interessi sulle erogazioni pregresse. Il Fmi parteciperà nel 2014 con 8,9 miliardi di euro. La Bce, tramite la divisione dei profitti, con 2,5 miliardi di euro. Il resto arriverà invece dai depositi, ulteriori 2,5 miliardi di euro, e dalle privatizzazioni, circa 3,5 miliardi. Le cose non andranno meglio per il 2015. L’ammortizzazione del debito costerà alla Grecia circa 16,4 miliardi di euro, mentre per stabilizzare il bilancio dello Stato serviranno 3,7 miliardi. Sul fronte delle entrate, il peso maggiore sarà la mancanza dei prestiti dell’Ue, dato che andrà a termine il programma attuale di finanziamento. Ci saranno però i 4 miliardi di euro che rappresentano la concessione di poter ripagare gli interessi sui prestiti precedenti. Il Fmi ridurrà il proprio supporto, portandolo a 7,1 miliardi di euro, e caleranno anche i profitti in arrivo dalla Bce, 2 miliardi. Sul fronte delle privatizzazioni, il governo ellenico ritiene che saranno recuperati circa 2 miliardi di euro, anche se sono prevedibili revisioni al ribasso di tali stime. Morale? 6,5 miliardi di euro di gap sul 2015. Soldi che però devono essere trovati.

Ci sono poi i tagli che devono ancora essere fatti. Secondo i calcoli della troika devono essere tagliati 15.000 posti di lavoro nel settore pubblico entro la fine del 2015. Il tutto per abbassare le voci di uscita del bilancio statale, che continua a essere insostenibile. E sul versante delle privatizzazioni, occorre rivedere l’intero programma. Le previsioni iniziali del governo guidato da Antonis Samaras sono state sballate dalla mancanza di appeal degli investitori stranieri, ma è possibile che, tramite nuovi road-show, si possa migliorare la situazione. Anche di questo stanno discutendo, in queste settimane, i funzionari della troika. Le trattative con il governo Samaras ricominceranno fra pochi giorni, presumibilmente a margine del Consiglio europeo previsto a fine mese.

Quella che si sta giocando sulla Grecia è una partita ben più delicata di quello che si potrebbe immaginare. La spaccatura più netta è quella fra il Fmi e le autorità europee della troika, cioè Commissione e Bce. Anche nella presentazione dell’ultimo aggiornamento del Global financial stability report (Gfsr), l’istituzione di Washington ha sottolineato l’ovvio. Servono altre misure per abbassare il debito ellenico. L’unica soluzione possibile è quella più odiata dai policymaker europei, ovvero l’Official sector involvement (Osi), la svalutazione volontaria del valore nominale dei bond governativi greci detenuti in portafoglio dalle istituzioni ufficiali. In altre parole, la troika deve partecipare alle perdite, a un haircut, sul debito ellenico in pancia. Un compito ostico, dato che su 320 miliardi di euro di debito complessivo, circa il 70% è rappresentato dalle erogazioni dei due piani di salvataggio.

C’è una cosa su cui tutti sono d’accordo. Come ha detto ieri il numero uno del fondo European stability mechanism (Esm), Klaus Regling, la Grecia «avrà probabilmente bisogno di un terzo pacchetto di aiuti nel prossimo anno». Facile capire il motivo, una volta analizzati i gap finanziari esistenti. È facile che l’Ue decida di adottare un nuovo programma per continuare l’erogazione di fondi attraverso lo Esm, che prenderà il posto dello Efsf. Ma nel frattempo serviranno decisioni impopolari sul debito. Senza di queste, avvertono i funzionari del Fmi senza troppi giri di parole, non ci potrà essere pace per Atene. 

Il piano inclinato su cui stanno discutendo i tre membri della troika rischia di rompersi. La reticenza di Bce e Commissione Ue a partecipare a questo genere di azione, dopo il Private sector involvement (Psi) condotto fra 2011 e 2012, è data da un doppio timore. Primo, creare un precedente per l’eurozona. Secondo, ci sono diverse problematiche legali per la Bce, il cui statuto non prevede questo genere di interventi. E poi, il terzo nodo da sciogliere. Applicare un Osi alla Grecia, per quanto necessario, equivale a erogare nuovi soldi alla Grecia. Tutto il contrario di quanto sono disposti a fare la Germania e il cuore della zona euro, come Finlandia, Olanda, Austria o Lussemburgo. Gli interessi politici sono per ora più rilevanti di quelli economici. Per ora. Ci sono altre soluzioni? L’unica è quella che stanno tentando le autorità elleniche: il lancio di un maxi bond trentennale in modo da riscadenzare parte del debito esistente. Una via che potrebbe essere considerata al pari di un default sovrano, secondo i canoni internazionali. Sarebbe il secondo nel giro di due anni. Solo il Venezuela, fra 1997 e 1998, fece peggio. 

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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