EditorialeSono tempi difficili, ma dannatamente interessanti

Editoriale

Sono tempi difficili per il giornalismo. Il mondo là fuori è ormai cambiato radicalmente e le strutture dell’informazione tradizionale, un po’ appesantite dall’età, non hanno ancora capito quale strada prendere per trovare la quadra e ripartire. E il giornalismo culturale, quello generalista per lo meno, non fa certo eccezione. Anzi, riesce addirittura a spuntarla e a vincere la grottesca corsa al contrario di chi si adegua per ultimo.

Per quanto i quotidiani generalisti tradizionali si stiano sforzando di aggiornarsi e di cambiare passo, tutte le ultime grandi operazioni del settore – pensiamo in primis a La Lettura del Corriere della Sera, a IL del Sole24ore, ma anche alla breve ma molto interessante stagione dell’Orwell di Pubblico – sono state pensate per essere stampate, e la loro esistenza su web è solo un pallido riflesso di quella di carta e inchiostro. Prendiamo un grande inserto come IL, che è ormai un imprescindibile punto di riferimento (e non solo in Italia) per quanto riguarda l’interazione tra grafica e informazione, ma anche per l’opinione e l’approfondimento socioculturale, di cui ha cambiato i toni e il linguaggio. Bene, persino IL, quando i suoi contenuti passano dalla carta al web, perde gran parte della sua carica innovativa e del suo appeal.

Fino ad oggi non c’è ancora stato nessuno che abbia provato a costruire una pagina culturale nativa digitale. Una pagina che sia progettata e gestita per sfruttare la multimedialità del web, per muoversi rapida e cogliere le trasformazioni nel loro divenire, che sia contemporaneamente leggera nel raccontarle e profonda nello sviscerarle. Il tutto con l’esattezza, la cura e la precisione che fanno parte del corredo genetico di un giornale come Linkiesta. Un’esattezza, una cura e una precisione, che troppo spesso ultimamente si sacrificano pur di essere i primi e i più veloci a dare la notizia della morte di un cantante rock o della vittoria di un Nobel.

Badate bene, tutto questo non lo vogliamo fare cancellando in un sol colpo tutto ciò che il giornalismo del Novecento ci ha insegnato e che è il pane con il quale siamo cresciuti. Perché essere nativi digitali non vuol dire ignorare, o peggio, condannare tutto ciò che c’è stato prima. Tutt’altro. Siamo convinti che se il giornalismo culturale uscirà dal pantano in cui si ritrova ora sarà tornando a raccontare delle storie, sarà ritrovando l’onestà intellettuale di chi è interessato più al merito delle cose che alle posizioni di potere, sarà non avendo paura né di dire la verità, né di ammettere di aver sbagliato. 

Non sarà certo una strada facile, nessuna lo è. Ma per quanto impervia, resta una strada. E le strade si percorrono mettendo un piede davanti all’altro, senza troppa paura. 

Sono tempi difficili, dicevamo, ma anche dannatamente interessanti e noi abbiamo tutta l’intenzione di raccontarli, per quel che ci compete.