Un salto alla rovescia: e Dick Fosbury saltò in alto

Link Young

Si disputarono nel mese di ottobre, i Giochi Olimpici di Città del Messico, nel lontano 1968. Il giorno venti, allo stadio olimpico universitario, di fronte a centoventimila occhi ammirati e ammiranti, l’atletico spilungone Dick Fosbury partecipava alla gara di salto in alto, oltrepassando l’asticella, posta a due metri e ventiquattro, con uno stile alla rovescia che – come spesso accade per le cose alla rovescia – finì per cambiare la storia di quella disciplina, tant’è che lui conquistò la sua bella medaglia d’oro e tutti gli atleti, da allora, ancora oggi saltano così.

Il racconto

CON DUE OCCHI COSÌ

Il giovane Dick notò gli occhi neri di una ragazza, che lo rapirono e la storia finì. O forse cominciò, la storia, o più probabilmente entrambe le cose, perché è difficile far cominciare qualcosa, prima di aver finito qualcos’altro.
Del resto non fu un anno qualsiasi, quel Sessantotto del Novecento, un po’ come il Quarantotto dell’Ottocento o l’Ottantanove del Settecento e via così fino agli albori dell’umanità. Non fu un anno qualsiasi e, tra un tumulto all’università e qualche disco di Rock and Roll a movimentare le serate, nel mese di ottobre si disputarono i Giochi Olimpici, diciannovesimi dell’era moderna, come accade anche oggi, ogni quattro anni, dal 1896 in qua. E forse non è un caso che 1968 e 1896 siano le stesse cifre mescolate così o cosà.
Era proprio così per sport che il giovane Dick, atleta alto e sottile della nazionale americana, si trovava in quell’autunno nella capitale del Messico, sulla pista di atletica dello stadio Olimpico, dalle parti della curva. E sulle tribune, allegri e spensierati, gli occhi neri di quella ragazza, che l’acchiapparono e il mondo si mise a girare.
Lo so che gira da solo, il mondo, senza bisogno di fare gli occhi dolci o altre manfrine, e lo sapeva anche lui: gira e rigira e quello che prima era di qua, poi lo trovi di là, altrimenti cosa si gira a fare? E comunque, ciò che davvero cominciò a girare, alla vista di quegli occhi neri, fu la testa di Dick, con tutte le sue fantasie.
C’erano atleti dal fisico statuario, sulla pista accanto a lui: discoboli forzuti, lanciatori muscolosi, corridori eleganti e per gli occhi di qualsiasi ragazza, chiari o scuri che fossero, era come andare al Lunapark: uno spettacolo, una festa, una meraviglia.
Dick aveva un fisico da lungagnone, in tutto adatto al salto in alto, ma decisamente troppo alto e troppo magro per far bella figura al cospetto di tutti quei pezzi d’uomo in posa da Superman. Urgeva trovare una soluzione sensazionale, per attirare lo sguardo di quegli occhi.
Già, ma come fai a concentrarti, quando la tua mente è seduta sugli spalti accanto a lei? Come fai a sincronizzare il respiro con i passi, quando è il suo, di respiro, che vorresti sentire sulla pelle? Come fai, soprattutto, a evitare che qualcun altro le si accomodi accanto e magari la inviti a cena? Come fai?!
Ovvio che la gara passa in secondo piano. La gara per la quale ti sei preparato per anni, svegliandoti presto al mattino, saltando ogni cosa a tutte le ore del giorno – tranne i pasti, che se salti quelli poi non hai la forza per saltare alcunché – e addormentandoti stanco la sera, sognando di saltare. Ma di gare ce ne sono tante ogni anno; di occhi neri com’erano neri quegli occhi, no.
Per tutto il riscaldamento le passò più e più volte davanti, fissandola sempre dritta nelle pupille, che intanto guardavano, dove non so. Le sorrideva, timido, e imperterrita lei guardava chissà chi e chissà cosa. Si scaldava e si preparava al salto, il giovane Dick, pur pensando a tutt’altro che alla gara e, quando fu il suo turno, si presentò l’insormontabile problema di guardare l’asticella anziché gli occhi neri lassù.
Lui preparò la rincorsa, continuando a guardare nel nero dello sguardo della ragazza che – colpita! – per la prima volta, di rimando, guardava lui, eroe spilungone sulla pista, alla faccia di tutti i colleghi muscolosi delle altre discipline. Non ti dico il suo cuore, quanto si mise a galoppare. E non certo per la finale olimpica sulla pista dello stadio.
Un paio di sorrisi smaglianti fecero il loro bel giro di campo. Dick respirava e la ammirava; chiudeva gli occhi per due secondi e quando li riapriva lei era ancora lì, e i suoi occhi e il suo sguardo con lei; poi prese lo slancio, sempre con gli occhi suoi in quelli di lei, si avvicinò, correndo, all’asticella, guardandola ancora: spinta, stacco, volo, occhi negli occhi e l’asticella dietro la schiena, senza nemmeno toccarla, per cadere sul materasso, innamorato più che mai nel vedere lei persa nel trionfo di lui.
La folla di tutto lo stadio esultò in un boato, che nessun fidanzamento fu mai festeggiato così, ma gli unici ad accorgersi l’una dell’altro furono il giovane Dick e la ragazza in curva, padrona del nero degli occhi. Tutti gli altri acclamarono il nuovo campione delle Olimpiadi, con quel suo stile rovescio, che una volta si saltava così e adesso si salta cosà, un po’ per arrivare più in alto che si può, un po’ per non perdere un battito di ciglia di quegli occhi neri così.

La fotografia

La prima tecnica di salto in alto di cui si ha qualche notizia è quella della forbice. Funzionava così: l’atleta si avvicina all’asticella in diagonale prendendo una rincorsa non troppo veloce; poi alza la gamba destra, se viene da destra, o quella sinistra, se viene da sinistra, più in alto possibile, dando lo slancio a tutto il corpo; quindi solleva anche quella sinistra in una sforbiciata, che dà così il nome alla tecnica e, se tutto va bene, lo fa finire al di là dell’ostacolo senza toccarlo né farlo cadere, altrimenti sono guai. Siamo a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento e i supercampioni arrivavano a saltare quasi due metri. Quasi…

Il video
 

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«Con il numero 272, per gli Stati Uniti d’America, si appresta a saltare Richard Fosbury, Dick per gli amici», gracchiò lo speaker dello stadio. Era il pomeriggio del venti di ottobre e la finale olimpica di salto in alto poteva cominciare. Sarà stato per le tribune gremite o per la presenza della tivù, ma il nostro atleta pare volesse farsi notare davvero, quel giorno e, per essere sicuro di non passare inosservato, pensò bene di indossare una scarpa bianca sul piede desto e una blu su quello sinistro. Ma non fu quel vezzo a renderlo celebre e a fargli vincere la medaglia d’oro, con tanto di record olimpico: quello che da allora si chiama stile Fosbury fu il suo innovativo salto sopra l’asticella con la schiena, anziché a pancia ingiù.

La pagina web

Il salto dorsale di Fosbury è a buon diritto tra gli eventi indimenticabili della storia delle Olimpiadi, come la gara perfetta da tutti dieci di Nadia Comaneci, la maratona scalza di Abebe Bikila e le nuotate di Johnny Tarzan Weissmuller. La rivista americana Sports Illustrated ne ha messi insieme cento in una pagina dove puoi cliccare su ogni fotografia e rivivere un piccolo attimo di storia.

Ti consiglio un libro 

Vincenzo Cerami & Silvia Ziche – OLIMPO SPA – Einaudi

Una volta c’erano gli dei dell’Olimpo, oggi ci sono gli eroi delle Olimpiadi. Ma se a quegli dei di allora venisse in mente di tornare in pista? Non a correre i cento metri o a saltare in alto e in lungo, ma a gestire la vita tra gli umani sulla Terra…
L’estrosa mente di Vincenzo Cerami e la fantasiosa matita di Silvia Ziche hanno provato a immaginarsi una situazione del genere, con un redivivo Giove e una Giunone cicciottella: tra i tempi andati e le tecnologie moderne ne escono centoventi pagine inaspettate e intriganti.

I nostri eroi

L’atleta degli atleti, nella disciplina del salto in alto, fino all’arrivo di mister Fosbury era un giovanotto russo: Valerij Brumel, medaglia d’argento alle Olimpiadi di Roma nel 1960 e d’oro a quelle di Tokyo, quattro anni più tardi. Saltando più di tutti, stabilì per ben sei volte il record del mondo raggiungendo, centimetro dopo centimetro, la bella quota di due metri e ventotto. E nessuno che riuscisse a tenergli testa, tanto che i tecnici delle altre nazioni finivano per sbirciare i suoi allenamenti e la sua tecnica, senza per altro ottenere alcun successo. Fu uno sfortunato incidente in motocicletta a interrompergli la carriera sul più bello, altrimenti chissà che duelli, con quello del salto al contrario…

Non saltava alla Fosbury, l’atleta tedesca Rosemarie Ackermann, che fu, nella sua carriera, sia l’ultima che la prima. Fu l’ultima, tra le campionesse del salto in alto, a oltrepassare l’ostacolo con l’ormai vecchio stile ventrale, quasi arrotolandosi intorno all’asticella, facendo molta attenzione a non toccarla e nemmeno sfiorarla. Fu la prima a superare i due metri tondi tondi, con un salto memorabile, stabilendo di conseguenza il primato mondiale. Era il 1977. Sua buona amica e acerrima rivale era l’italiana Sara Simeoni, per la quale da queste parti facevano il tifo proprio tutti. Alle Olimpiadi di Montréal, nel Settantasei, Rosemarie vinse l’oro e Sara l’argento. Due anni dopo, però, la nostra si prese la sua bella rivincita e stabilì il nuovo primato mondiale a due metri e un centimetro, saltando – lei sì – con lo stile dorsale.

Attualmente il record del mondo è lassù a due metri e nove centimetri ed è un bel po’ che nessuna riesce a batterlo, essendo stato stabilito nel 1987 dalla bulgara Stefka Kostadinova

Se Rosemarie Ackermann fu un po’ la prima e un po’ l’ultima, l’americano George Horine, molti anni prima, fu il primo due volte. Siamo all’inizio del secolo scorso, poco più di cento anni fa, e l’atleta dell’università di Stanford cominciò a superare l’asticella lasciando lo stile a forbice nello spogliatoio, preferendo quello ventrale, o western roll, in lingua yankee. In questo modo l’asticella veniva sorpassata guardando verso il basso, ottenendo subito dei risultati a dir poco buoni, tant’è che, nel 1912, George fu il primo a superare la soglia dei due metri.

La tecnica restò in voga per più di cinquant’anni e i record degli atleti che seguirono arrivarono fino a due metri e ventotto. Dopo la genialata di Fosbury i primati furono superati centimetro dopo centimetro fino ad arrivare agli attuali due metri e quarantacinque, che il cubano Javier Sotomayor superò vent’anni fa.

Con il suo metro e settantatré di statura, lo statunitense Franklin Jacobs è il più basso saltatore in alto che mai abbia affrontato l’asticella. Beh, di sicuro anche chi è alto un metro e un barattolo può provare a partecipare, ma Franklin ha il record mondiale del salto più in alto rispetto alla statura: due metri e trentadue, con la bellezza di cinquantanove centimetri di differenza. Per eguagliarlo bisognerebbe saltare fino a un metro, un barattolo e cinquantanove. L’unico a riuscirci fu lo svedese Stephan Holm, che arrivò a superare addirittura i due metri e quaranta ma, essendo alto un metro e ottantuno, fanno sempre cinquantanove centimetri in più…

Twitter: @andreavalente