Al roadshow sull’Italia non si parla neanche inglese

La lunga strada per la ripresa

Gli investimenti in Italia restano un affare per pochi. Eppure, l’occasione era ghiotta. «Ogni volta che uno straniero guarda al nostro Paese, lo fa con un sorriso. Ma quel sorriso nasconde un velo di tristezza, perché sa che potremmo essere un grande Paese, se solo lo volessimo». È questo il pensiero di uno dei presenti al Financial Times Future of Italy Summit, che si è chiuso con un po’ di amarezza. Quella derivante dal fatto di aver perso per l’ennesima volta la possibilità di mostrare che l’Italia è capace di uscire dal suo alveo di corporativismo e arretratezza di visione globale dei fenomeni economici.

Dopo una settimana di travaglio, terminata con un colpo di scena che tale in realtà non è, Enrico Letta ha ricominciato la sua operazione-simpatia verso gli investitori stranieri. E poco importa la rottura tra Silvio Berlusconi e Angelino Alfano, che è considerata invece come un elemento di ulteriore stabilità per il governo Letta. No, Palazzo Chigi non si preoccupa di questo. Al massimo, la priorità è quella di portare capitali in Italia. E per farlo, ricordano fonti governative, l’unica è ridare credibilità al Paese. E questo si fa anche attraverso eventi come quello di oggi. Una sfida forse troppo difficile, dato ciò che si è visto oggi. Il provincialismo diffuso che ha permeato la società italiana è ancora evidente.

La platea del summit organizzato dal quotidiano londinese è omogenea. La stragrande maggioranza è composta da personalità italiane, da società italiane. Gli stranieri si contano sulle dita di due mani. E la stessa accoglienza riservata è tutt’altro che accomodante. La norvegese Elisabeth Holvik, rappresentante della banca SpareBank 1, si è lamentata vistosamente del fatto che alcuni panel si tenessero in italiano, invece che nella lingua internazionale, l’inglese. «Trovo che sia scorretto nei confronti di chi ha fatto chilometri su chilometri per venire qui e si attendeva un altro genere di interventi», dice la Holvik a Linkiesta prima di andarsene. «Ha ragione – dice un altro investitore straniero – perché nonostante la traduzione simultanea, rimane cruciale il divario linguistico». È forse per questo che le imprese italiane riescono così poco ad attrarre investimenti stranieri? Forse. Ma forse si tratta anche di mentalità poco incline ai flussi di denaro esteri. Sono poche anche le delegazioni diplomatiche straniere. Ci sono rappresentanti delle ambasciate di Irlanda, Norvegia e Romania. O meglio, sono fra i 361 registrati al summit, ma nessuno li ha visti aggirarsi per il luogo della conferenza. Di contro, è sempre presente Il solito tessuto connettivo che ha sempre caratterizzato l’industria italiana negli ultimi vent’anni. «Ora che la situazione finanziaria si è stabilizzata, ora che non abbiamo più la pressione dei mercati finanziari, ora è il momento di agire, anche in modo sostanziale e impopolare dal punto di vista politico», dice a Linkiesta un banchiere italiano. Questo significa, per esempio, ridurre il carico fiscale, o dare certezza del diritto per le imprese operanti in Italia.

I maggiori problemi sono quelli di sempre. Instabilità politica, incertezza legislativa, sistema giudiziario troppo bizantino, burocrazia elevata e incapacità a fornire il giusto know-how strutturale alle imprese straniere. Eppure, come dice a Linkiesta uno degli imprenditori presenti, «non è solo un problema del vertice, del governo, ma di tutto il sistema, che ormai si è adagiato su posizioni di privilegio che nessuno vuole perdere». Ed è soprattutto per questo che è così difficile lavorare, per una impresa straniera, nel nostro Paese. È anche per questo che Palazzo Chigi e le maggiori imprese italiane hanno in programma un lungo road-show, fra Polonia e Israele, per spiegare al meglio in che modo il governo Letta vuole portare capitali in Italia.

Quasi tutta la platea è sicura che il peggio sia alle spalle. Se prima c’era l’austerity, ora c’è un barlume di attività economica che deve essere sfruttato al massimo. Tuttavia, per rilanciare la crescita serve che il sistema sia pronto. A tal punto, purtroppo, sono tanti i punti oscuri, come ricorda lo staff di Constantijn Van Oranje-Nassau, capo di gabinetto del vicepresidente della Commissione europea Neelie Kroes. «L’Italia ha fatto molto per uscire dell’emergenza, ma gli sforzi devono e possono continuare», sottolineano. Un concetto chiaro, espresso più volte dalla Commissione Ue. Il paragone che utilizzano dal team di Van Oranje-Nassau è tanto semplice quanto esemplificativo: «Una volta finito il terremoto, bisogna ricostruire». Il problema è che per ricostruire, più che le mere risorse, c’è bisogno della forza di volontà per il cambio di mentalità necessario.

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