Gas e sviluppoIl gas marino palestinese: una via per la pace?

Opportunità per Gaza

Per Yasser Arafat era il “dono di Dio”: così l’ex leader palestinese ribattezzò un giacimento sottomarino di gas naturale scoperto di fronte alle coste della Striscia di Gaza verso la fine degli anni Novanta. Di quella immensa (potenziale) ricchezza i palestinesi non sono ancora riusciti a godere. Adesso, la situazione potrebbe cambiare. Il premier del governo dell’Autorità NazionalePalestinese, Rami al Hamdallah, ha dichiarato che è arrivato il momento di diventare “produttori ed esportatori di gas”. Si tratta di un progetto che dovrebbe essere concluso nel 2017 grazie ad un piano di investimenti di un miliardo di dollari.

Parlando all’emittente televisiva pubblica palestinese, al Hamdallah ha affermato che il suo governo ha tenuto negli ultimi mesi diverse riunioni con British Gas, la quale detiene la licenza per sviluppare il giacimento scoperto nel 1998. I palestinesi prevedono che gli utili derivanti dalle attività del sito si attesteranno intorno ai 150 milioni di dollari all’anno, riducendo così la dipendenza dei territori palestinesi dagli aiuti esteri. I due giacimenti di gas naturale Marine 1 e 2 conterrebbero 1,3 trilioni di metri cubi di gas, cioè riserve che potrebbero coprire il fabbisogno energetico di Gaza per 15 anni. Sono numeri sufficienti a ridare fiato alla boccheggiante economia palestinese attraverso royalties e tasse e per riequlibrare i deficit commerciale e fiscale. Oltre ai flussi finanziari, il gas potrebbe servire a fare uscire i palestinesi dalla cronica deficienza degli approvvigionamenti energetici. Nella Striscia di Gaza l’energia elettrica può mancare alle volte anche per otto ore al giorno, creando enormi problemi per gli 1,7 milioni di abitanti della Striscia. L’unica centrale elettrica di Gaza utilizza il gasolio che è più costoso del gas e, a regime, copre solo un terzo del fabbisogno giornaliero della popolazione della Striscia.  Per questo è necessario far ricorso alla corrente fornita da Israele e dall’Egitto.   

Le enormi riserve di idrocarburi custodite in mare non sono mai state utilizzate anche a causa delle implicazioni giuridiche sui pretesi diritti territoriali dell’Anp sulla zona economica esclusiva e sulla piattaforma continentale davanti alla coste di Gaza. Nel 2001 l’allora primo ministro israeliano Ariel Sharon (che più volte aveva detto che Israele “non comprerà” mai gas dalla Palestina”) sollevò. La questione relativa alla legittimità dell’ Anp a utilizzare le riserve di gas scoperte dall’australiana BG, in compartecipazione con la Consolidated Contractors Company (società conglomerata greca che fa capo a gruppi di interesse libanesi) e al fondo sovrano palestinese Palestine Investment Fund, è stata sottposta all’ attenzione della Suprema Corte israeliana. Inoltre gli Accordi di Oslo non dicono nulla riguardo alla sfruttamento delle risorse energetiche dei fondali come diritto riconosciuto all’Anp e, per questo, Israele considera giuridicamente nulla la concessione rilasciata dai palestinesi nel 1999.   

Gli interventi militari israeliani a Gaza e il conflitto con Hamas non hanno certo agevolato la risoluzione della controversia. Ma adesso il vento sembra essere cambiato. Il Financial Times riporta le parole del premier israeliano Benjamin Netanyahu che ha parlato della volontà del governo israeliano di sostenere il progetto per lo sviluppo dei giacimenti sottomarini. Dopo l’annuncio di al Hamdallah, non sono arrivate repliche ufficiali da Israele e forse la situazione si è sbloccata. Sarebbe difficile pensare di mettere in campo uno sforzo economico per sfruttare i giacimenti sotto la “minaccia” di nuovi contrasti tra Israle e l’Anp con il pericolo di dover bloccare tutto. «Sicuramente, se portato avanti, un accordo del genere potrebbe essere una fondamentale volano di sviluppo. Ma ci sono enormi interrogativi a riguardo», spiega Gabriele Iacovino, responsabile analisti del CeSI (Centro Studi Internazionali). La realtà palestinese «è divisa in due entità amministrative distinte e contrapposte, Fatah e Hamas (le due principali fazioni palestinesi in lotta tra loro, ndr)  e sarebbe difficile capire chi amministrerebbe gli introiti», conclude Iacovino.  Anche Israele potrebbe trarre vantaggi dallo sfruttamento dei giacimenti sottomarini. Il gas di Marine 1 e 2, infatti, potrebbe diventare un’importante alternativa alla forniture che arrivano con sempre maggiore difficoltà dal gasdotto del Sinai (metà del gas naturale consumato da Israele proviene dall’Egitto) a causa dei ripetuti attentati terroristici. Il punto d’interconnessione più probabile è Ashkelon, dove arriva il tubo egiziano e s’interconnette alla rete israeliana.

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