Sulle università, alla mozione Civati manca coraggio

Sulle università, alla mozione Civati manca coraggio

La replica di Francesco Sinopoli, segretario CGIL per il settore scuola e università, ci permette di ritornare su alcuni punti del programma del candidato Civati relativi all’università e alla ricerca. Cerchiamo di farlo, nello stile Link Tank, partendo dai fatti e dai dati.

Il finanziamento dell’università

L’investimento del nostro Paese sull’università è drammaticamente insufficiente, e si è ulteriormente ridotto negli ultimi anni. I dati Ocse dipingono un quadro quasi incredibile. Solo il 21% dei nostri ragazzi si laurea, contro una media Ocse (34 paesi) del 39%: sotto di noi c’è solo la Turchia (19%).  Pur avendo pochi studenti universitari, investiamo su ciascuno quasi il 30% in meno della media dei paesi Ocse.Ed i risultati si vedono: nella recente indagine, sempre dell’Ocse, sulle competenze linguistiche e matematiche medie in 23 paesi, i giovani italiani sono risultati ultimi o penultimi in entrambe.

Affrontare il tema del finanziamento dell’università, tuttavia, non vuol dire limitarsi a costatare questo vergognoso stato di cose. Né ci si può limitare ad auspicare che le risorse arrivino allargando i cordoni della fiscalità generale. Per una combinazione di aritmetica e buon senso. L’aritmetica ci dice che un paese che spende più degli altri in interessi sul debito pubblico e pensioni è costretto a spendere di meno da qualche altra parte se vuole mantenere un bilancio in pareggio o quasi. Il buon senso d’altro canto ci suggerisce che del pareggio o quasi non possiamo fare a meno perché ogni anno dobbiamo chiedere al mercato di rifinanziare più o meno un quinto del nostro gigantesco debito pubblico, ovvero un quarto del nostro intero prodotto interno lordo. Per questo un programma che, su ogni capitolo, chieda risorse alla fiscalità generale, è irrealistico.

Certamente l’università ha bisogno di risorse pubbliche addizionali, ma non solo e non a pioggia.Il finanziamento è ancora troppo legato al numero degli iscritti. La chiusura degli atenei minori e meno produttivi, poco più che licei, deve essere parte integrante del nuovo disegno di riallocazione delle risorse. E così pure il co-finanziamento a carico degli studenti: data l’insufficienza delle risorse, rette di ammontare proporzionato alle condizioni economico-patrimoniali abbinate a borse di studio degne di tal nome garantiscono proprio quell’obiettivo, l’equità di accesso a tutti, che oggi è compromesso.

La contabilità economica degli atenei

La questione dell’omogeneità e trasparenza contabile degli atenei è più centrale di quanto si voglia ammettere. Anche se, conveniamo, non scalda i cuori di un congresso di partito. La condizione del sistema universitario è anche peggiore di quella della sanità. I conti delle università non sono comparabili tra loro. I criteri di contabilizzazione e rendicontazione non sono gli stessi. I bilanci di prima costituzione sono stati redatti in maniera disomogenea. C’è impellente bisogno di una “operazione verità”, una due diligence a tappeto su tutt’Italia, con certificazione dello status quo. Altrimenti si brancola nel buio.

La qualità del sistema universitario

Le figure 1 e 2 mostrano il numero di università eccellenti vantato dall’Italia e da alcuni paesi comparabili, utilizzando le 2 classifiche più diffuse. Si nota immediatamente che l’Italia non c’è.

Ma la mozione Civati-Sinopoli non pare preoccupata della scomparsa del paese che ha dato i natali alle più antiche università del mondo dalla geografia del sapere. Ciò che conta sarebbe che “l’università italiana…è caratterizzata da un buon livello medio…che rispetto alle risorse investite è anche troppo elevato”.

É un’affermazione aprioristica, non supportata da dati. Ma anche fosse vero, si può pensare che il “buon livello medio” non si sposti rapidamente verso una declinante mediocrità se non è trainato da centri di eccellenza che ci consentano di continuare a far parte della comunità del sapere? A noi pare che lo sviluppo di centri di punta sia una priorità fondamentale della riforma dell’università. Che richiede di convogliare lì le poche risorse disponibili.

La valutazione della qualità

La selezione dei centri di eccellenza a cui destinare in via prioritaria le risorse dispone finalmente di uno strumento indispensabile. Quest’anno, per la prima volta, la valutazione della qualità della ricerca è stata fatta in maniera sistematica. L’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur), agenzia pubblica istituita nel 2006, ha pubblicato infatti il primo, imponente rapporto sulla valutazione della qualità della ricerca svolta nel periodo 2004-2010 (in gergo VQR 2004-2010). Come tutte le cose umane è senz’altro perfettibile, ma certo non merita di essere liquidata come “una cattiva valutazione”, che “ha effetti negativi sulla qualità della ricerca”. Perché tanta acredine?

Vediamo innanzitutto di che cosa stiamo parlando. L’Anvur ha analizzato 185.000 prodotti della ricerca (articoli scientifici, brevetti ecc.) provenienti da 133 università ed enti di ricerca, suddivisi in 14 aree disciplinari, coinvolgendo nell’attività di valutazione 450 esperti e 15.000 revisori.

L’analisi di un prodotto complesso come la qualità della ricerca si basa su una serie di strumenti largamente condivisi (l’analisi bibliometrica ad esempio, che valuta le citazioni ricevute dai singoli articoli in altri lavori scientifici, misurandone di conseguenza l’impatto sul dibattito scientifico) e, inevitabilmente, su ipotesi, fattori di ponderazione e convenzioni in parte criticabili. Metodologia, peraltro, trasparentemente descritta nel rapporto, che identifica già una serie di punti di miglioramento per il futuro.

Il VQR è una vera miniera di informazioni sulla quantità e qualità della nostra ricerca, sulla produttività dei singoli dipartimenti e ricercatori. Mostra, in media, una buona qualità della ricerca in rapporto alle risorse investite, ma con ampie oscillazioni tra aree disciplinari, singoli dipartimenti, ed aree geografiche. Centri di elevata produzione scientifica convivono con altri in cui la quota di ricercatori inattivi appare semplicemente scandalosa, ancor più perché stipendiati dalla fiscalità generale..

Non si vede perché tale variabilità, una volta certificata dall’Anvur, dovrebbe essere ignorata nell’attribuzione delle risorse.

Le università minori

Non riteniamo che sia la moltiplicazione delle piccole università a risolvere il problema del basso numero di studenti, né ad evitare la marginalizzazione di qualche territorio. Significa innanzitutto moltiplicazione dei costi fissi, università “liceizzate”, bassa qualità dell’insegnamento e un ambiente poco stimolante per gli studenti. Se le università meno produttive ed efficienti venissero chiuse, e le risorse che si liberano ripartite tra borse di studio e università più produttive, l’intero sistema farebbe un passo importante nella direzione giusta.

In conclusione, il programma Civati-Sinopoli sembra avere una visione parziale della gravità delle condizioni del sistema universitario italiano.  Si lamentano le poche risorse, ma non c’è lo sforzo di proporre soluzioni coraggiose, sia interne al sistema universitario (nuove regole di assegnazione dei fondi agli atenei, chiusura delle università minori ecc.) sia esterne (interventi di riduzione della spesa pubblica che liberino risorse per l’università).

Si lamentano le alte rette che mettono a rischio l’equità di accesso, ma si sottace del tutto la possibilità di fare universalismo selettivo, graduando le tasse per condizione economico-patrimoniale e anche per merito.

Si punta alto, alla rinascita della ricerca, ma poi si osteggia una “pietra angolare” come la valutazione della qualità della ricerca e dei ricercatori, e la conseguente canalizzazione dei fondi.

Si annuncia, giustamente, la lotta al “baronato”, ma poi nulla si dice sullo strumento migliore per farlo: aprirsi alla competizione internazionale dei cervelli e creare poli universitari e dottorali dotati di ampia autonomia economica e decisionale, ma sottoposti a rigorosa verifica dei risultati.

Ci voleva, decisamente, più coraggio, anche dando qualche strattone alla vecchia cinghia di trasmissione.

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