Politica made in UsaUsa, il bipolarismo americano sta finendo

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Le correnti non sono un fenomeno nuovo nella politica americana. I repubblicani hanno visto la coabitazione competitiva della pura ortodossia di Barry Goldwater con il moderatissimo conservatorismo di Nelson Rockefeller; i democratici hanno avuto il centrista Bill Clinton e il progressista Howard Dean. Anche la tradizione dei candidati indipendenti e dei partiti minori ha raggiunto, in alcuni casi, una certa dignità numerica, basti pensare al ruolo indiretto che ha avuto Ross Perot nella vittoria di Bill Clinton alla Casa Bianca nel 1992 e, in misura minore, nella rielezione quattro anni più tardi. La divisione in correnti è una costante che tuttavia è sempre stata inquadrata in uno schema generale dominato dal bipolarismo. Si è trattato di specificazioni e peculiarità riconducibili alle visioni del mondo di democratici e repubblicani, partiti che per una lunga stagione sono stati più vicini fra loro di quanto non lo fossero gli omologhi europei. 

Oggi però il bipolarismo americano attraversa una fase di crisi che si esprime tanto a destra quanto a sinistra, e la tornata elettorale del 5 novembre ha mostrato la profondità delle fratture. Bill de Blasio ha stravinto a New York dando forma e credibilità politica ai sentimenti che hanno animato Occupy Wall Street. Ha fatto trillare tutti i campanelli che scatenano salivazioni condizionate nella base liberal delusa dalla calcolata prudenza di Barack Obama: le diseguaglianze economiche, il salario minimo, le tasse ai ricchi, l’edilizia convenzionata, la lotta alla povertà, la scuola pubblica, le protezioni sindacali e tutto l’inventario della sinistra senza compromessi. De Blasio ha vinto sbandierando un messaggio di discontinuità con Michael Bloomberg, sindaco miliardario che è diventato la personificazione dei peccati di un’intera classe dirigente. 

Il neoeletto sindaco di New York offre l’immagine di un partito democratico antagonista, radicalmente opposto al pragmatismo clintoniano che ha dato origine a un tentacolare sistema di potere basato sull’alleanza con banchieri e operatori di Wall Street  È facile vedere in de Blasio l’indizio di una tendenza generale che si completa con la figura di Elizabeth Warren, senatrice che ha costruito un’intera carriera sulla lotta a Wall Street e che non a caso turba le ambizioni presidenziali di Hillary. È stata Warren, tanto per fare un esempio, a far saltare la nomina di Larry Summers – quintessenza del clintonismo – per la successione di Ben Bernanke alla Fed. È difficile, invece, vedere come i de Blasio e le Warren possano stare nello stesso partito di Terry McAuliffe, neogovernatore della Virginia, già banchiere e leggendaria macchina da soldi per conto di Clinton. McAuliffe rappresenta tutto ciò che Warren e de Blasio combattono. Sono declinazioni dell’ideologia democratica così lontane che ci si domanda se tanta lontananza sia compatibile con la normale dialettica fra intransigenti e moderati, liberal e centristi.

A destra sta succedendo qualcosa di analogo. È un fenomeno che fermenta da tempo e, rispetto ai tormenti sull’identità della sinistra, non è aggravato da indicazioni contrastanti provenienti dalle urne: i candidati più estremi, in quota Tea Party, sono stati sconfitti, mentre a trionfare con percentuali bulgare è stato Chris Christie, il corpulento governatore del New Jersey che a sinistra apprezzano come uomo ragionevole e artista del compromesso e a destra chiamano con disprezzo “moderato” o addirittura “Rino”, un “Republican in name only . Christie ha messo in cassaforte una rielezione a valanga in uno stato democratico lavorando a braccetto con la Casa Bianca per la ricostruzione dopo l’uragano Sandy. Ha violato l’ortodossia repubblicana accettando aiuti dallo stato, l’odiato «big government», e ha deciso di non impugnare la sentenza che ha legalizzato il matrimonio gay nel suo stato. 

Le foto assieme a Obama dopo il disastro gli sono valse l’odio della parte più estrema del partito e la stima incondizionata degli elettori, che gli hanno permesso di affermarsi come amministratore efficace e pragmatico uomo di governo. La sua elezione a capo dell’associazione dei governatori repubblicani gli permetterà di viaggiare per tutti gli Stati Uniti e verificare l’ipotesi di una corsa per la Casa Bianca nel 2016. Anche in questo caso non è semplice vedere come Christie possa convivere con l’astro nascente Ted Cruz o con il libertario Rand Paul, vocianti dominatori dell’ala urlante del partito.

La differenza fra i due mondi non ha a che fare soltanto con le idee e i principi, ma anche con l’orizzonte in cui si muove il loro tentativo politico: Cruz, capofila della linea intransigente nel dibattito sullo shutdown, (che presto tornerà, non vi preoccupate) non ragiona nell’ottica del governo. Ha abbandonato quella che con il linguaggio della politica italica si chiamerebbe la «vocazione maggioritaria», immagina una forza minoritaria agguerrita, che vellica le passioni della base ed è capace di bloccare il delicato sistema del Congresso.

È un’altra galassia politica rispetto a quella in cui si muove Christie. Per questo diversi analisti, a partire da Geoffrey Kabaservice, massimo storico dei conservatori moderati, sostengono che il partito repubblicano è destinato a spaccarsi in due grandi tronconi: uno pragmatico e orientato al business; l’altro intransigente e ripiegato su un elettorato sempre più ridotto  in termini quantitativi, ma profondamente convinto che la salvezza passi dalla lotta senza quartiere contro lo strapotere dello stato federale. Quest’ultimo troncone è programmaticamente insulare e disinteressato a sacrificare anche soltanto una piccola aliquota della propria identità, mentre il primo è naturalmente portato a cercare un terreno comune con gli avversari. Sempre che gli avversari lo concedano: fatto non scontato in questa generale crisi del bipolarismo americano.

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