Blue Jasmine, la severità indulgente di Woody Allen

Blue Jasmine, la severità indulgente di Woody Allen

C’è un filo rosso che lega molti film di Woody Allen e che porta dritto a Blue Jasmine, aggiunta tragica e disincantata a un discorso che risale fino almeno a Crimini e misfatti. E che, di pellicola in pellicola, si è chiesto come comportarsi di fronte al fatto che «Dio è morto, Marx è morto e anche io non mi sento tanto bene», cioè di fronte alla caduta di un sistema di valori capace di informare di sé i comportamenti quotidiani.

In una delle numerose interviste concesse a Eric Lax e raccolte nel volume Conversazioni su di me e tutto il resto, Woody Allen afferma che «dobbiamo prendere atto del fatto che la vita è priva di significato, è spesso un’esperienza terribile, orrenda, senza alcuna speranza, che i rapporti d’amore sono molto, molto ardui eppure, malgrado tutto, dobbiamo trovare un modo non solo per tirare a campare ma per condurre una vita retta e dignitosa» (stavano parlando di Match Point).

Cosa fare, dunque, in assenza di una punizione divina o di una legge terrena efficace (vedi il racconto di Crimini e misfatti e Match Point), o ancora di fronte a un universo in cui nemmeno il pentimento porta alla salvezza (Sogni e delitti)? La risposta di Allen abbraccia i “molto ardui” rapporti d’amore, quelli che Basta che funzioni, quelli che va bene anche se entra in gioco un esoterismo un po’ naif (Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni). E che non sollevano l’artista dalla propria responsabilità nei confronti del mondo in cui vive (Midnight in Paris).

All’interno di questa lunga riflessione cinematografica, Blue Jasmine potrebbe rappresentare il contraltare di Basta che funzioni, dove il protagonista agguantava un finale rasserenante nonostante un equilibrio psicologico traballante. L’eroina di Blue Jasmine è invece talmente squilibrata da vanificare qualsivoglia prospettiva di lieto fine – a proposito, quel che si legge in giro di Cate Blanchett è vero: recita in modo superbo.

Questo pessimismo non è immediatamente riferibile alla situazione economica e sociale post crisi finanziaria, nonostante le similitudini: tutto comincia, infatti, quando saltano fuori le truffe finanziarie compiute dal marito di Blanchett e da un giorno all’altro lei perde gli agi che davano un significato alla sua esistenza. Sempre nonostante le similitudini, non vale la filiazione diretta da Un tram che si chiama Desiderio, qua e suggerita dalla critica. Woody Allen ha raccontato che lo spunto iniziale della sceneggiatura è nato quando la moglie Soon-Yi Previn ha accennato alla vicenda vera di una donna ricca e colta alle prese il crollo economico della sua vita.

La scintilla che ha alimentato l’ispirazione di Woody Allen è stata l’idea di raccontare la storia di un personaggio tragico nel senso greco e shakespeariano del termine: cioè artefice del proprio destino drammatico. Quando quest’ultimo elemento fa la sua comparsa in modo eclatante, Allen ha già dato prova di essere uno sceneggiatore straordinario, ad esempio dispiegando gli elementi necessari al prologo della vicenda in modo elegante e naturale, senza ricorrere a trucchetti comuni, come le scritte in sovrimpressione o gli spiegoni della voce fuori campo.

Soprattutto, Allen ha saputo mantenere una perfetta ambiguità intorno alle reali responsabilità di Jasmine (Cate Blanchett), facendole ripetere come un mantra che bisogna «chiudere col passato», quando proprio nel passato si nasconde la verità del suo status di personaggio tragico. E il flashback rivelatore sembra imporsi a discapito di Jasmine, nonostante tutti i suoi tentativi di guardare avanti e soltanto avanti.

E qui torniamo all’intervista a Eric Lax e a quel che si diceva intorno a Basta che funzioni: Jasmine è talmente squilibrata da non «trovare un modo non solo per tirare a campare ma per condurre una vita retta e dignitosa». Anzi, compie un atto che ne è l’esatta antitesi, cosa che invece il protagonista di Basta che funzioni non fa. Solo che a differenza di un Match Point o di un Crimini e misfatti, questa volta Jasmine paga il prezzo delle sue azioni.

Si potrebbe pensare che Woody Allen abbia voluto consegnarci una sorta di cautionary tale. Difficile però metterci la mano sul fuoco, conoscendo la sua umiltà e spirito autocritico e di conseguenza la sua tendenza a non pontificare. È più facile sostenere, invece, che la regia accompagna con dolcezza la discesa negli inferi di Jasmine.

Faccio un salto indietro nel tempo, per spiegarmi: parlando con Jean-Michel Frodon del film Mariti e mogli, Woody Allen disse che «i personaggi erano così psicologicamente instabili che avevo deciso di utilizzare la macchina da presa a spalla e di riprendere in maniera cruda e nervosa» (la frase è conservata nel libro Conversazione con Woody Allen). Sulla carta anche Jasmine meriterebbe un simile trattamento, invece la cinepresa si muove discreta e felpata, evitando di infierire.

Questo contrasto fra una sceneggiatura che non concede scappatoie alla protagonista e una regia compassionevole è l’ennesimo punto a favore di un film che conferma la migliore tradizione di Woody Allen per l’analisi della commedia umana: uno sguardo affilato, capace di guardare in faccia l’abisso, ma senza giudicare dall’alto e invece mettendosi allo stesso livello, talvolta persino qualche tacca sotto. Un atteggiamento che, a voler ben guardare, si confà all’idea di «condurre una vita retta e dignitosa», nonostante Dio e Marx siano morti.

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