“I dazi rendono l’Italia nana in un mondo di giganti”

L’eterno ritorno del protezionismo

Un Paese in crisi, indebitato con l’estero, carente di infrastrutture, scarsamente competitivo e sovente scosso da proteste e tumulti. Vi sembra di riconoscerlo? Bravi. È il Regno di Sardegna nel 1850. Anche all’epoca c’era una crisi economica strutturale: il tessuto industriale del paese era largamente insufficiente, le imprese agricole spesso chiudevano per i debiti nei confronti delle banche, la cui crisi venne aggravata da due flagelli di due coltivazioni fondamentali per l’economia piemontese di allora, la crittogama della vite e la pebrina del baco da seta.

quale poteva essere la soluzione per uscire da quella brutta recessione economica, aggravata anche dal pesante indebitamento estero del piccolo regno? Continuare a sussidiare le piccole imprese agricole attraverso i dazi oppure tentare la via rischiosa e dolorosa dell’apertura dei mercati?

Con l’arrivo al ministero dell’agricoltura e commercio del conte Camillo Benso di Cavour l’11 ottobre del 1850, la scelta fu chiara fin da subito: libero scambio con l’estero, per rafforzare sia l’agricoltura che l’industria, senza sussidi. C’era nel paese una forte opposizione a questa misura, non solo da parte degli olivicoltori del Ponente ligure, che temevano la concorrenza francese, così come gli editori di Torino temevano che un accordo del genere fosse dannoso, pensando di non poter affrontare la concorrenza di un paese esportatore di idee come la Francia. Anche in Francia c’erano oppositori a queste aperture come il futuro presidente della Repubblica Adolphe Thiers, che sosteneva che ogni cambiamento del regime protezionista fosse un attentato alla “pensèe de Dieu”.

Queste misure liberiste causarono non poche ripercussioni sulla popolarità di Cavour, che venne accusato di aver interessi nel commercio del riso della sua tenuta di Leri Vercellese, per l’esportazione del quale ottenne infatti buone condizioni. Il dibattito ferveva in tutto il paese e la firma del trattato era a rischio, avendo questo oppositori non solo in esponenti dell’estrema sinistra come Angelo Brofferio o Luigi Menabrea, ma anche a destra, come l’ex ministro delle finanze Ottavio Thaon di Revel. A inizio 1851, tutta la politica di apertura delle frontiere era a rischio. E in ballo c’era la riforma di tutto il sistema dei dazi, non solo la firma di un trattato bilaterale, come era stato nel caso della Francia, oppure del Belgio e della Gran Bretagna.

Così Cavour, contro un’opposizione larga sia in Parlamento che nel Paese, decise di tenere un discorso ben documentato in cui spiegava, con argomenti modernissimi, il perché non si doveva temere di aprirsi alla competizione estera:

«Il Ministero professa schiettamente il principio del libero scambio, cioè egli crede che in uno stato normale il Governo non abbia da proteggere con dazi protettori questa o quell’altra industria; il Ministero porta opinione che non abbia nè il dovere, nè quindi il diritto di favorire una o più industrie a danno delle altre industrie del Paese; è suo avviso che non si possa imporre alla generalità dei consumatori dazio per uno, onde favorire certi rami d’industria, e che le dogane debbano essere ordinate nello scopo delle finanze, cioè dell’utile pubblico. Questo ramo egli lo ravvisa bensì come uno dei più produttivi per le finanze, ma, lo ripeto, non solo ci crede che non sia opportuno, ma nel senso più stretto, che non sia giusto l’imporre una tassa alla generalità dei cittadini in favore di una classe speciale. […]

Il sistema protettore non ha la facoltà di creare i capitali, ma solo che i capitali disponibili e destinati alla produzione si rivolgano a questo piuttosto che a quell’altro ramo d’industria. Sembra quindi cosa evidente che quell’argomento del protezionismo non sarebbe valido se non nel caso in cui non vi fosse mezzo d’impiegare i capitali disponibili nei rami di industria di agricoltura e di commercio, che non hanno bisogno di protezione; ma questo, o signori, non è il caso nostro certamente. […]

Io vi indicherò, a cagione di esempio, un’arte nell’agricoltura, la quale non ha a temere la concorrenza estera, la quale, ciò non ostante è rimasta finora in una vergognosa infanzia per difetto di capitali, e questa è l’arte della macinatura. […]

Dirò lo stesso delle stoffe di seta. Se voi interrogate i nostri fabbricanti di stoffe di seta perché esse sono in una condizione per alcuni riguardi inferiore alla Francia, essi vi diranno prima di tutto che è per difetto di capitali. E questo è verissimo, poichè le sole fabbriche che non hanno difetto di capitali e che non si sono riposate sul guanciale del protezionismo, hanno potuto, sostenere la concorrenza estera e dare uno svolgimento ad un’industria non protetta ben altrimenti maggiore di quello dell’industria protetta. […]

Lasciando le metafore, i produttori dicono al postutto: noi siamo in una condizione di inferiorità relativamente a quelli delle altre nazioni, dunque favoriteci un dazio protettore, affinché la differenza possa essere comportata. Questo sarebbe possibile, sarebbe razionale, se l’industria dei paesi rivali rimanesse stazionaria.

Se noi potessimo far sì che l’industria del Belgio, della Francia, dell’Inghilterra non avesse incremento, allora sicuramente i nostri industriali, camminando anche a rilento, in alcuni anni potrebbero concorrere con dette nazioni. Ma il male si è che se i nostri industriali, mediante la protezione, percorrono questi stadi dell’infanzia, gli altri camminano col vigore della gioventù, coll’energia della virilità; negli uni vi ha lo stimolo della concorrenza, vi ha negli altri il privilegio, vi ha la protezione».

La riforma generale dei dazi passò, insieme al trattato di libero scambio con un nemico giurato quale era l’Austria, con 114 voti favorevoli e 23 contrari il 14 luglio 1851.

Il V3 Day del Movimento 5 Stelle il 1 dicembre dedicò ampio spazio alla reintroduzione dei dazi. La Lega Nord prima e il movimento dei Forconi poi, li vedevano come un’arma contro la globalizzazione. I tempi sono cambiati dall’epoca cavouriana, è vero. L’industria da bambina è diventata vecchia. Mentre la concorrenza dei paesi emergenti, della Cina, dell’India e degli Stati Uniti è riuscita a rimanere giovane. E chiudersi in una stanzetta coi dazi non aiuterà certo l’Italia a uscire dalla vecchiaia per ritornare giovane e competitiva.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter