AmericaUsa, come salvare i disoccupati dimenticati da Obama

L’Institute for career transition al Mit

Quando Barack Obama annuncia orgogliosamente che il tasso di disoccupazione ha raggiunto il punto più basso negli ultimi cinque anni sa che sta servendo all’uditorio una mezza verità. I dati parlano di disoccupazione al 7 per cento (con una diminuzione di quasi un punto nel corso del 2013), ma la statistica non tiene conto dei milioni di americani che hanno rinunciato a cercare un posto e sono così scivolati fuori dalla “forza lavoro” così com’è definita e conteggiata dal Bureau of Labor StatisticsLe statistiche che tengono conto di questa zona grigia del capitale umano dicono che la disoccupazione reale è al 13,2 per cento, con un’effettiva partecipazione alla forza lavoro attorno al 63 per cento, uno dei punti più bassi negli ultimi trent’anni.

Anche la Federal Reserve conosce bene il divario fra la realtà e i numeri sbandierati dall’Amministrazione. Nell’ultimo incontro dell’anno, il board ha slegato, per la prima volta dall’inizio del programma di acquisto di titoli, l’innalzamento dei tassi al livello occupazionale. Negli ultimi anni, la banca centrale americana ha detto che una volta raggiunto l’obiettivo del 6,5 per cento avrebbe messo mano ai tassi, mentre ora l’antifona è cambiata, segno che la Fed non considera la disoccupazione un criterio affidabile per dare giudizi chiari sullo stato della ripresa economica.

dati che ogni mese vengono diramati non tengono conto del dramma dei «long term unemployed», l’obliqua tribù degli emarginati dal mercato, fatta di persone che da oltre sei mesi cercano invano un’occupazione. Uno studio dell’economista del Mit Rand Ghayad dice che le speranze di ottenere un colloquio di lavoro per chi non ha un’occupazione da più di 6 mesi si riducono al 5 per cento. Per provare la tesi dell’emarginazione dei long term unemployed ha inviato cinquemila curriculum fittizi ad altrettante aziende: sono stati contattati soltanto i profili di chi diceva di avere avuto un lavoro recentemente, mentre disoccupati di lungo periodo o cronici anche maggiormente qualificati sono stati tendenzialmente ignorati. Il dato fondamentale, e controintuitivo, è che le competenze non sono l’ostacolo principale.

Dall’esperimento di Ghayad è nato l’Institute for career transition, centro di ricerca del Mit che si propone di strutturare un modello per far riemergere nel mercato questa civiltà sommersa di lavoratori negletti, dimenticati persino dalle statistiche ufficiali. Assieme al sociologo Ofer Sharone, Ghayad e altri tre ricercatori dell’istituto di Boston combinano analisi quantitative e metodi personalizzati per aumentare le chance dei long term unemployed di essere considerati per un colloquio. Il centro lavora all’intersezione fra sociologia, psicologia, economia, antropologia e statistica; mette insieme datori di lavoro, headhunter, selezionatori di personale e candidati, tiene corsi su come ottimizzare le informazioni sul curriculum, insegna a tenere colloqui convincenti e cerca di inculcare nelle aziende l’idea che una persona che non ha lavoro da sei mesi non è un caso disperato da evitare ma una risorsa.

L’obiettivo è quello di individuare le variabili che influenzano le decisioni delle aziende e creare un sistema per aiutare i disoccupati a muovere le leve giuste per rimettersi in carreggiata. L’Institute for career transition è agli inizi, ma i primi risultati sono incoraggianti. Non esistono programmi statali che offrono un servizio analogo. Ma lo stato spende enormi quantità di risorse nei sussidi per la disoccupazione e altri benefit che spesso hanno l’effetto di promuovere l’immobilità occupazionale. Estendere il modello dell’istituto del Mit a tutta la nazione è senza dubbio un’impresa proibitiva in termini di costi e di fattibilità, ma i ricercatori di Boston stanno tendendo la mano nella direzione giusta, verso quell’invisibile popolo di disoccupati cronici che il Presidente inevitabilmente dimentica alle conferenze stampa di fine anno.

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