“Non possiamo trattenere Electrolux, ma il lavoro sì”

INTERVISTA A EMMANUELE MASSAGLI

Le reazioni alla vicenda Electrolux sono due. Chi ritiene che l’azienda abbia posto un’offerta irricevibile, chi dice “sediamoci a un tavolo a discutere” per risolvere il problema specifico. In entrambi i casi, non sembrano esserci veri e propri sostenitori della multinazionale svedese. Alcuni pensano a una provocazione, altri a una strategia di trattativa, altri ancora a uno strappo troppo grande per essere coperto da una toppa. A nessuno piacciono i modi e i termini proposti. Viene da chiedersi se i dirigenti di Electrolux abbiano fatto tutto ciò che gli era possibile prima di avanzare una proposta così estrema. Per contro, in questi giorni, tanti hanno elencato le ragioni per cui a una impresa straniera non conviene restare o investire nel nostro Paese: il costo del lavoro alto, la pressione fiscale asfissiante, un sistema di relazioni industriali troppo rigido, l’incertezza del diritto, la burocrazia imponente. E ancora: costo dell’energia, infrastrutture carenti, spazi demaniali costosi e così via. Lo scenario sembra apocalittico. Eppure servono soluzioni che non siano palliativi. Salvare posti di lavoro per un’industria che, per i motivi sopra elencati, sembra comunque destinata a fallire, significa solo rimandare il problema.

È quello che dice Emmanuele Massagli, presidente di Adapt – l’Associazione per gli studi internazionali e comparati sul diritto del lavoro e sulle relazioni industriali fondata da Marco Biagi nel 2000 – ed esperto di mercato del lavoro.

Massagli, cosa ne pensa di ciò che è stato detto finora a proposito della vicenda Electrolux?
A sentire le opinioni prevalenti sembra che l’obiettivo di queste trattative sia che gli operai mantengano il proprio posto di lavoro in Electrolux. Giustissimo. Ma ciò che dovrebbero innanzitutto garantire le istituzioni e i sindacati è la possibilità di un lavoro dignitoso per quelle persone, in Electrolux o no. Ciò detto, è doveroso che l’azienda faccia chiarezza e spieghi nel dettaglio le proprie intenzioni. Proposte concrete sono arrivate da Confindustria, non dall’azienda. Electrolux non ha risposto alla domanda principale: la manodopera italiana ha un valore aggiunto, un “di più” di qualità che potrebbe fare la differenza nel prosieguo della trattativa, qualora si riuscisse ad abbassare un poco il costo del lavoro?

Electrolux quindi sta sbagliando?
Non si può bollare la posizione dell’azienda solo come provocazione. Mi domando che cosa farebbero i cittadini, non solo i meno benestanti, potendo acquistare la stessa identica lavatrice a 90 euro anziché 240, visto il salario di 9 euro all’ora polacco contro i 24 euro italiani. La crisi non c’entra. Electrolux, così come tutti i grandi gruppi con esigenza dell’utile trimestrale, non può permettersi, nemmeno in periodi di crescita economica, figurarsi durante la recessione, di produrre a quasi il triplo costo dei propri concorrenti. L’obiettivo politico è difendere l’investimento antieconomico di una multinazionale? È una sfida che regge il passo dei tempi? Il caso Electrolux può essere un’occasione per cambiare le politiche attive e passive del territorio e nazionali. Altre soluzioni rinviano solo il problema di qualche anno.

Secondo lei quindi Electrolux non resterà, perlomeno, nello stabilimento di Porcia. Perché?
Non lo so. Non conosco i piani aziendali né il settore specifico. Il punto è se la qualità della manodopera (e quindi l’esigenza di un prodotto particolarmente curato) giustifica un sacrificio economico elevato, così come accade per la moda, il calzaturiero, l’alimentare, la meccatronica ecc… ambiti nei quali, grazie a una manodopera italiana di qualità, all’azienda conviene restare, pur sostenendo costi del lavoro e tassazione più elevata. In questi settori anche chi ha venduto agli stranieri ha mantenuto la produzione in Italia. Mi pare che Electrolux tratti soprattutto marchi di fascia media come Aeg, Atlas, Frigidaire, Rex, Zanussi, Zoppas. Prodotti che possono essere acquistati dal grande pubblico e nella grade distribuzione, per i quali il capitale umano non incide in modo sostanziale. Inoltre chi lo ha detto che la la forza lavoro polacca sia inferiore alla nostra per valore professionale? La Polonia non è il Vietnam: sono molto simili a noi culturalmente e hanno uno dei sindacati più forti d’Europa, lo stesso che in passato ha partecipato all’abbattimento del regime comunista. Non si investe in Polonia perché è un Paese senza diritti e senza dignità del lavoro.

Il problema, forse, è che ci sarà sempre un Paese che produrrà al costo più basso.
Sì. Se la competizione avviene sul costo e non sulla qualità, si trova sempre qualcuno che offre di meno.

Cosa consiglierebbe di fare?
Riqualificare, davvero però, e ricollocare i lavoratori. Ciò che manca all’Italia è un ragionamento di prospettiva. Il settore manifatturiero di fascia bassa è in crisi perché fortemente esposto ai mercati internazionali. Bisognerebbe individuare quali saranno i lavori futuri e quali qualifiche stanno ora creando occupazione. Non nei libri o nei rapporti europei, nella realtà. Stato e regioni devono capire quali sono i settori in crescita sui quali puntare. Perché, anche nel caso Electrolux, non pensare a una soluzione “ponte”? Si studino i settori forti del Friuli e, coi soldi che servirebbero per abbassare il costo del lavoro, si provi ad attirare sul territorio altri grandi operatori, anche di altri settori, ai quale non servano stipendi bassi, ma qualità del capitale umano, incentivi alle start-up, certezza delle norme, infrastrutture efficienti. Per queste cose si dovrebbero usare i soldi pubblici. In funzione preventiva, non forzando il mercato ma guardando verso quale direzione si sta muovendo. A queste condizioni può essere accettabile una transizione lunga impegnando i soldi dell’azienda e i soldi pubblici, allo scopo di assorbire i lavoratori nel territorio. Se l’azienda vuole andarsene e risparmiare nei prossimi bilanci i costi fissi di Porcia, paghi ora una penale per la promozione e riqualificazione del territorio che abbandona. In questo senso l’accordo di Confindustria è molto interessante perché è anche capace di attrarre, non solo di difendere. Il valore è che ci sia un lavoro dignitoso ed equamente retribuito, non che ci sia l’Electrolux.

Come fare a implementare una soluzione di questo tipo?
Non è una soluzione particolarmente innovativa. Altrove funziona. Ma bisogna che tutti ci credano. Le parti sociali, le Regioni, lo Stato e le imprese dovrebbero essere capaci di monitorare in tempo reale l’occupazione, orientarla, individuare settori che nel territorio stanno creando occupazione per aiutarli da un punto di vista fiscale e del costo del lavoro. So bene che è un’operazione difficile, ma costruire una conoscenza reale del mercato del lavoro e coordinare sul territorio politiche attive, passive e formazione, indipendentemente dalla decisione di restare o meno dell’Electrolux, avrebbe più respiro che “legare le aziende”.

Su che cosa si basano queste sue considerazioni?
Guardando il rapporto 2013 delle comunicazione obbligatorie regionali, ci accorgiamo che il settore dell’industria manifatturiera, dal 2009 ad oggi, è crollato, così come il settore delle costruzioni. Stabile è invece l’agricoltura, in crescita il turismo e, il terziario molto oscillante. Ha senso quindi puntare su un mercato in costante perdita? Nel solo Friuli, dal 2008 a oggi, e nel solo settore secondario, si è perso il 23% del lavoro dipendente (-3,4% nell’ultimo trimestre 2013). La perdita, per quanto minore di quanto osservato in altre regioni, è costante: tra il 3% e il 5% all’anno. Le interviste a campione fatte da Unioncamere per il Sistema informativo Excelsior, basate però sulle dichiarazioni degli imprenditori, non su dati amministrativi, dicono che ciò nonostante, le aziende del secondario cercano lavoratori (circa 760 a trimestre) e che circa il 33% di essi è considerato “di difficile reperimento”. Perché non orientare i lavoratori per riempire almeno questo 33%? Perché non guardare anche al terziario e al turismo?

Confindustria ha anche sottoscritto il “Laboratorio Pordenone”.
Il Laboratorio per una nuova competitività industriale di Pordenone è uno strumento molto interessante, ne parliamo anche nel nostro bollettino speciale. Ce ne fossero di più di tentativi di questo genere, coraggiosi e non ideologici. L’unico appunto che mi permetto di fare è che anche il laboratorio ha uno scopo prevalentemente difensivo. Serve osare ancora di più e procedere ancora più speditamente verso la partecipazione e la corresponsabilità. Si sconnetta il metodo dal problema specifico: non serve (solo) fare una cosa ad hoc per Electrolux, c’è bisogno di creare condizioni per un investimento di prospettiva sul territorio.

Altre soluzioni?
Niente può legalmente impedire ad Electrolux di andarsene. Non è la prima e non sarà l’ultima. Perché indugiare nella ricerca di soluzione che permettano, sempre, di riqualificare e ricollocare le persone, indipendentemente dalle aride scelte di bilancio delle grandi imprese? È difficile, ma non impossibile. Del resto, è realisticamente più percorribile questa strada o un abbassamento secco del cuneo fiscale del 50%?