L’acquedotto che cambia la geografia della Cina

Il dilemma centro-periferia nel Paese

PECHINO – Sessantadue miliardi di dollari  per quarantacinque miliardi di metri cubi d’acqua l’anno. È questo il rapporto costi-benefici del “progetto di diversione sud-nord”, una grande opera di ingegneria idraulica che dovrebbe deviare parte dell’acqua dello Yangtze, il più grande fiume cinese, dalle umide regioni meridionali – dove si trova l’ottanta per cento delle risorse idriche – a quelle aride settentrionali.

Grandi opere idrauliche sono nel Dna della Cina. Civiltà principalmente agricola, da sempre ha costruito la propria identità sulle attività collettive necessarie a regolare il corso dei fiumi, presenza fondamentale ma al tempo stesso inquietante per via dei periodici straripamenti. I ricorrenti e repentini cambi di percorso del Fiume Giallo hanno determinato la nascita e il crollo di dinastie, mentre “Yu il Grande”, detto “il grande regolatore delle acque” è considerato il massimo re dell’antichità mitica, fondatore della dinastia Xia a cui lo stesso Confucio si ispirava per costruire il suo sistema di organizzazione della società. Il canale imperiale, da Hangzhou a Pechino, è il più lungo corso d’acqua artificiale del mondo (1776 km). Costruito a più riprese per un migliaio di anni a partire dal quinto secolo avanti Cristo, è oggi, debitamente ammodernato, proprio il ramo più orientale del “progetto di diversione”.

La grande opera sarà infatti composta da tre vie: una occidentale, che dell’altopiano himalayano veicola le risorse idriche attraverso Qinghai e Sichuan per poi confluire nel Fiume Giallo e che già suscita molte polemiche, soprattutto di natura ambientale; una centrale, che dovrebbe portare l’acqua a Pechino dall’Hubei passando da Tianjin, e per la cui costruzione sono già state trasferite 350mila persone; e quella orientale, appunto, l’unica finora già parzialmente aperta.

Proprio questo ramo è oggi fortemente criticato dalle autorità locali delle regioni a nord dello Yangtze, perché secondo loro arreca più costi che benefici. Serve infatti a rifornire d’acqua circa cento milioni di persone ma, anche se i prezzi delle forniture devono ancora essere decisi, le stime preliminari suscitano già commenti negativi, soprattutto tra i funzionari del Jiangsu dello Shandong. I governi locali sono infatti tenuti a pagare i lavori per gli ultimi chilometri degli acquedotti che si diramano dal corso d’acqua principale e provvedere ai rimborsi per le requisizioni di terreni necessarie, ma non hanno abbastanza risorse.

Questa vicenda, che può apparire locale, ci porta invece nel cuore di una delle maggiori storture del sistema cinese, quella che riguarda il bilancio (in inglese si direbbe “fiscal problem”). In sintesi: i governi locali sono cronicamente indebitati perché devono fornire buona parte dei servizi essenziali, mentre i maggiori proventi delle tasse finiscono a Pechino. Esiste cioè un potere di tassazione centralizzato, mentre le spese sono decentralizzate. I responsabili della fornitura di servizi non hanno soldi e chi ha soldi non ha invece responsabilità.

Per la precisione, Pechino incassa circa la metà delle tasse, ma contribuisce ai servizi sul territorio solo per una percentuale che si aggira sul 15 per cento circa. Al resto pensano province, contee e municipalità, che quindi spendono molto più di quanto incassino dal gettito fiscale. Ma in alcune spese chiave come istruzione, assistenza sanitaria e sicurezza sociale, i governi locali sono responsabili per oltre il 90 per cento della spesa.

Confrontando diversi Paesi, uno studio del professor Zhou Li An dell’università di Pechino rivela che il governo centrale cinese contribuisce solo a circa il 20-30 per cento del totale della spesa pubblica, contro il 70 per cento della media dei governi Ue, il 60 per cento del governo federale Usa e il 50 per cento di molte economie “in transizione” (come Ungheria e Polonia).

I funzionari non hanno risorse, ma sempre più pressioni per fornire servizi. Cosa fai, allora? Ecco la “politica della terra” – cioè dell’unica risorsa disponibile – che consiste nell’espropriare i contadini per cedere i lotti ai palazzinari, che costruiscono, fanno crescere la bolla immobiliare, e però restituiscono entrate ai bisognosi forzieri dei governi locali.

Così, uno dei conflitti più latenti nella Cina di oggi è proprio quello tra centro e periferia. Il funzionario locale incapace e con le mani in pasta è diventato ormai uno stereotipo sul quale fa leva anche la campagna anticorruzione lanciata da Xi Jinping, quella che dovrebbe colpire “sia le tigri sia le mosche”. Ma a ben vedere, il problema è molto più strutturale che morale. In questo caso, bisogna quindi spezzare una lancia a favore del disgraziato burocrate. In pratica, le autorità centrali ti presentano la grande opera come beneficio. Dopo di che, scopri che l’acqua ti costa più di quanto costasse prima. Come giustificarlo, come spiegarlo alla gente?

Attualmente, in Jiangsu e Shandong, gli utenti pagano un canone fisso sulle risorse idriche in aggiunta ai propri consumi. Ora, è emerso che i costi del progetto farebbero lievitare la tassa ben al di là delle bollette relative ai consumi, il che significa che anche se la gente non usa l’acqua dal progetto, deve pagarla. E pure tanto. In una Cina dove consenso e benessere sono sempre più vincolati, i funzionari cominciano così a valutare l’ipotesi di farne a meno. Se la questione dei costi non viene risolta – dicono – tanto vale usare l’acqua della “diversione sud-nord” solo negli anni di siccità e non come approvvigionamento idrico regolare. Insomma, la “diversione sud-nord” potrebbe trasformarsi in una cattedrale nel deserto.

Luo Hui, un funzionario del Shandong, suggerisce attraverso il “Settimanale Economico Cinese” (una testata che dipende dal “Quotidiano del Popolo”) una soluzione. Secondo lui, il canone fisso dovrebbe essere diviso in parti uguali tra governo centrale, quelli provinciali e locali; poi, bisognerebbe fissare il suo ammontare in maniera omogenea su tutto il territorio nazionale; quindi, gli utenti sarebbero tenuti a pagare solo per i propri consumi. Infine – dice Luo – anche la distribuzione delle risorse idriche dovrebbe essere gestita centralmente. Sì, proprio come ai tempi di Yu il Grande, “il supremo regolatore delle acque”.

La Cina funziona anche così: you dian dao mian, “dal punto alla superficie”. La soluzione trovata empiricamente a livello locale, se giudicata buona e in linea con le macropolitiche decise a Pechino, diventa standard per tutto l’immenso Paese. E il funzionario che ha avuto la brillante idea fa carriera di conseguenza. Chissà se sarà la volta buona, per il compagno Luo Hui, che intanto può sedersi a vedere scorrere l’acqua.

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