Se non puoi fidarti degli “amici”, alleati con i nemici

Corsi & ricorsi storici

Se non puoi fidarti dei tuoi presunti amici, scendi a patti con il nemico. Anche se questo nemico per te è il diavolo. O comunque qualcosa di molto simile ad esso. Dev’essere più o meno questa la ratio dietro la scelta di Renzi di scegliere Berlusconi come suo principale partner per la riforma della legge elettorale. Scelta che poi si è rivelata essere l’inizio della fine per il governo Letta.
Ma sarà almeno una scelta efficace per il futuro? Oppure vorrà dire, ancora una volta, mettersi nelle mani del proprio carnefice? Per ora, possiamo solo fare riferimento ad alcuni esempi del passato, a cominciare dall’età moderna.

Solimano il Magnifico e Francesco I

Tra il 1516 e il 1519 la Francia di Francesco I di Valoissembrava trovarsi davvero in una brutta situazione. 

In questo periodo, il giovane re di Spagna Carlo d’Asburgo era riuscito anche a conquistare l’elezione alla Corona Imperiale di Germania, assicurandosi l’elezione tramite la corruzione degli Elettori della Dieta Imperiale. Il regno di Francia così si trovava circondato sui suoi confini terrestri, in pieno isolamento diplomatico, circondato da un immenso territorio nemico. I tentativi di cercare un’alleanza con l’Inghilterra fallirono nel 1520, e anche la sofferta alleanza con la Polonia, siglata nel 1524, non resse a lungo. Nel 1525, dopo una pesante sconfitta militare a Pavia contro le truppe Imperiali, la Francia perse il controllo del Ducato di Milano, Francesco I venne fatto prigioniero e i suoi figli tenuti in ostaggio per garantire che, una volta liberato, rispettasse l’umiliante trattato di Madrid, in cui rinunciava a tutti i suoi possedimenti italiani e al ducato di Borgogna.

Era evidente che serviva una svolta. E bisognava anche, per una volta, mettere da parte la religione. Già durante la prigionia di Francesco, sua madre Luisa di Savoia aveva tentato di contattare il sultano ottomano Solimano I, senza risultato. Ma il 6 febbraio 1526, il secondo inviato Jean Frangipani torna dalla missione con grandi notizie: Solimano accetta la proposta del “governatore della Francia” Francesco di un’alleanza militare e di attaccare subito l’Ungheria, alleata degli Asburgo in Europa Centrale. Questa mossa ruppe l’impasse nella quale si trovava Francesco e gli consentì di rompere l’isolamento diplomatico di Parigi con la formazione della Lega di Cognac tra la Francia e tutti gli stati italiani, sotto la guida di Papa Clemente VII, timorosi di un’eccessiva influenza asburgica sull’Italia per rilanciare l’offensiva francese sull’Italia. Questa fu solo l’inizio di una lunga e fruttuosa alleanza, che, sebbene fosse stata definita “un vile infame trattato diabolico” dai contemporanei di Francesco, consentì ai cattolici francesi di essere protetti nella loro libertà di culto nei territori turchi e che la Francia divenisse ufficialmente la custode dei Luoghi Santi a Gerusalemme. Ma anche l’Impero Ottomano in questo modo venne legittimata a far parte del gioco delle potenze europee a pieno titolo, dato che fino ad allora era stato visto come un’entità minacciosa o poco più. E la Francia ottenne anche un prezioso canale commerciale con l’Oriente, sopperendo in questo modo al vantaggio spagnolo con la colonizzazione del Nuovo Mondo. Questa nuova attitudine francese al pragmatismo nel 1635 porterà il primo ministro, il cardinale Richelieu, ad appoggiare i protestanti nella guerra dei Trent’anni. E a una mossa ancor più sorprendente da parte di un successore di Francesco I, Luigi XVI.

Luigi XVI e Benjamin Franklin

Il 1763 fu un anno nefasto per la Francia: il 10 febbraio aveva dovuto firmare proprio a Parigi un trattato molto duro in cui rinunciava, dopo la sconfitta nella Guerra dei Sette Anni, a quasi tutti i suoi possedimenti in Nord America, tra cui il Quebec. Questa netta affermazione britannica aveva molto irritato il governo francese. Dopo qualche anno però, si presentò un’occasione per vendicare l’affronto subito: la guerra d’indipendenza americana. Dopo la dichiarazione d’indipendenza, i delegati del Congresso Continentale cercarono un forte alleato per sostenere lo scontro frontale con l’Impero Britannico. E l’alleato si fece vivo di sua sponte, sin dai primordi della guerra: la monarchia francese. Curiosamente, come ai tempi di Francesco I, le enorme divergenze ideologiche tra un regime assolutista e una giovane nazione che poneva fortemente l’accento sulla libertà e la democrazia non contarono granché. Anzi, in quel periodo re Luigi XVI guardava con curiosità alle idee illuministiche e gli sviluppi della rivoluzione americana gli sembravano un giusto contrappasso contro “la tirannia inglese”. Da parte americana invece ci fu certamente qualche resistenza da parte degli elementi più anglofili come Alexander Hamilton, ma alla fine prevalse la linea del possidente virginiano Thomas Jefferson, favorevole a un legame stretto con la Francia. Da parte francese, l’opposizione era soprattutto di natura economica: l’ex ministro delle finanze Turgot sconsigliò il re di aiutare le Tredici Colonie ribelli per due motivi. Il primo era economico: le casse dello Stato erano ancora in sofferenza, dopo le enormi spese sostenute durante la Guerra dei Sette Anni. Il secondo era di opportunità politica: si rischiava di sostenere una confederazione fragile, litigiosa e debole con il rischio di irritare ancora di più la Gran Bretagna, con conseguenze devastanti anche sul piano interno. Il re però non diede ascolto a Turgot e anzi, una volta preso contatto con l’ambasciatore americano Benjamin Franklin, iniziò a finanziare generosamente i ribelli con un miliardo e trecento milioni di livre francesi (circa 13 miliardi di dollari attuali). Giovani aristocratici francesi come il Marchese di Lafayette si arruolarono volontari nell’esercito continentale. Lo stesso Lafayette venne nominato aiutante di campo da parte del comandante in capo dei ribelli, il generale George Washington. La vittoria americana a Saratoga il 7 ottobre 1777 contro le forze britanniche facilitò la firma di un trattato vero e proprio:il 7 febbraio 1778 a Parigi venne siglato un trattato d’alleanza tra Francia e Stati Uniti, alleanza che avrebbe portato alla vittoria decisiva dell’intera guerra d’indipendenza americana, ovvero alla resa delle forze britanniche a Yorktown, in Virginia. Due anni più tardi, sempre a Parigi, si sarebbe siglato un nuovo trattato, che stabiliva che la Gran Bretagna riconoscesse ufficialmente la giovane repubblica americana. Se per gli Stati Uniti questo rappresentava un nuovo inizio, per il regno di Luigi XVI era l’inizio della fine: le casse erano più vuote che mai e la tassazione a livelli insostenibili. Sei anni più tardi sarebbe scoppiata la rivoluzione. E a comandarla c’era anche quel giovane aristocratico che era stato aiutante del Generale Washington.

Il Patto Molotov-Ribbentrop

Ma è nel corso del Novecento che prende forma il Patto più sorprendente: il Patto Molotov-Ribbentrop, ovverosia l’accordo tra Germania nazista e Unione Sovietica, due nazioni in teoria agli estremi opposti dell’ideologia. Due fazioni inconciliabili, i cui scontri avevano insanguinato la Germania di Weimar. Per Francia e Gran Bretagna, un’alleanza tra queste due potenze Tanto da rischiare, dopo il trattato di Monaco che condannava la Cecoslovacchia ad essere annessa dalla Germania, di spingere Adolf Hitler ad espandersi ulteriormente a Est. Ma sbagliavano. I rapporti dell’Urss con la Repubblica di Weimar erano sempre stati cordiali e si erano raffreddati solo con l’avvento al potere del Partito Nazionalsocialista. Le diplomazie occidentali avevano sottovalutato anche un altro fattore: tanto quanto la Germania aveva bisogno delle materie prime sovietiche, così l’Urss aveva bisogno di macchinari industriali e militari tedeschi. Questo stato di cose allarmò molto Stalin che così decise di agire rapidamente: nel maggio 1939 cambiò il ministro degli esteri Maksim Litvinov, ebreo e filooccidentale, con il fedelissimo Vyacheslav Molotov. E senza interrompere le trattative in corso con Londra e Parigi, decise di stare ad ascoltare le proposte tedesche.

E dopo attenta riflessione, il dittatore sovietico scoprì che Berlino poteva essere un partner molto affidabile, non solo per evitare la guerra, ma anche per risolvere alcune ambizioni territoriali mai sopite dopo che Mosca aveva perso la guerra contro la Polonia nel 1920-21. Infatti il patto di non aggressione, firmato il 25 agosto 1939 da Stalin in presenza del ministro degli esteri nazista Joachim Von Ribbentrop, oltre a prevedere delle clausole commerciali che di fatto ripristinavano il libero scambio tra i due paesi e a stabilire un periodo di 10 anni di neutralità reciproca, comprendeva anche una parte segreta. Che di fatto faceva sì che l’Unione Sovietica occupasse metà della Polonia, gli Stati Baltici, la Finlandia e la Moldavia, allora appartenente alla Romania, mentre la Germania occupava la parte occidentale della Polonia. Lo shock dei partiti comunisti occidentali fu enorme, così come la costernazione dell’Italia fascista. Una mossa di tale machiavellismo aveva spiazzato tutti. Quello che accadde qualche giorno dopo è cosa nota.

Quello che è meno noto è che anche durante la Seconda Guerra Mondiale i rapporti diplomatici nazi-sovietici andarono a gonfie vele. L’11 febbraio 1940 venne firmato un nuovo trattato commerciale che ampliava ancora di più gli accordi del Molotov-Ribbentrop. E l’ambasciatore tedesco a Mosca consigliò a Berlino di andare ancora oltre. Di far firmare il Patto d’Acciaio tra Roma, Berlino e Tokyo anche a Mosca, nonostante le difficoltà avute da Hitler sul piano interno di far digerire il sostegno all’Unione Sovietica nella guerra contro la Finlandia, considerata “popolo ariano” secondo i dettami dell’ideologia nazista. Mosca sembrava molto favorevole, in cambio di nuovi territori nei Balcani e sul Mar Nero, di entrare a far parte dell’Asse. Ma Hitler, dopo che c’erano state nuove trattative tra i due ministri degli esteri Molotov e Ribbentrop, a sorpresa decise di troncare le trattative, in un momento (siamo nel novembre 1940) in cui la Gran Bretagna si trovava a combattere da sola e la Francia era già stata occupata. Hitler temeva che Stalin chiedesse sempre di più, fino a entrare in conflitto con lo “spazio vitale” germanico. Questo patto insomma, fu molto vantaggioso nel breve periodo per entrambi i contraenti. Ma nel lungo termine portò a una guerra devastante, che avrebbe prodotto più di trenta milioni di morti.

Le prime larghe intese in Italia

Fin qui abbiamo analizzato patti tra potenze straniere. E i patti interni, sul modello di quello tra Renzi e Berlusconi? Quelli, sono una specialità soprattutto italiana. Nel 1852 il Conte di Cavour evitò una svolta autoritaria nel Regno di Sardegna alleandosi con il capo del centrosinistra Urbano Rattazzi, tagliando così fuori per la prima volta le ali estreme, i clericali da una parte e i repubblicani rivoluzionari dall’altra. Erano nate le prime larghe intese della storia italiana. Ma l’esempio più simile all’accordo Renzi-Berlusconi è quello tra socialisti e fascisti del 3 agosto 1921. Mussolini, vedendosi accerchiato dalla vecchia elite liberale, la quale sembrava che volesse propendere per far entrare i socialisti riformisti al governo perché stufa delle tante violenze che stavano attraversando il Paese, decise di rivolgersi direttamente ai socialisti, per un patto che facesse cessare le violenze da entrambe le parti. Ma mentre i socialisti abbandonarono gli Arditi del Popolo, l’organizzazione di autodifesa dei partiti di sinistra, i fascisti riuscirono ad accreditarsi come responsabili agli occhi della classe dirigente liberale. Lo stesso Mussolini, imponendo al movimento fascista una decisione fortemente impopolare, aveva sfidato alcuni estremisti interni come Italo Balbo e Roberto Farinacci e aveva definitivamente imposto la sua leadership. In quest’ultimo patto il vincitore fu chiaramente Mussolini, che era stato il più capace a giocare su più tavoli.

E tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, chi sarà il più abile? Le prossime settimane, in cui Renzi assumerà la guida del governo, ci diranno se quest’ultima pacificazione sarà stata l’inizio di un’alleanza per le grandi riforme oppure sarà stato un “patto di pacificazione” temporaneo. Giusto il tempo di abbattere il comune nemico Enrico Letta.

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