Produttività del lavoro, la debolezza italiana

Produttività del lavoro, la debolezza italiana

Secondo i calcoli dell’Ocse, il gap nel Pil pro-capite dei Paesi europei rispetto agli Usa è rimasto piuttosto stabile negli anni di crisi, con l’eccezione della Germania che ha visto diminuire il suo distacco relativo. Le ragioni variano da Paese a Paese, e possono essere analizzate tramite la scomposizone del Pil pro-capite nelle sue due componenti più importanti, la produttività oraria del lavoro, e l’utilizzo dell’input lavoro. La produttività del lavoro si conferma la bestia nera del nostro Paese.

Dopo essere diminuita in termini relativi rispetto agli Stati Uniti da metà degli anni ’90, durante la crisi è rimasta stabile, per poi peggiorare ulteriormente negli ultimi due anni. Ci fa compagnia il Regno Unito, che negli anni di recessione ha visto la sua produttività relativa calare in modo sensibile, dopo il boom degli anni della Thatcher e la stabilità negli anni del New Labour. Pressoché stabili rispetto agli Stati Uniti sia Francia che Germania, sebbene la loro produttività oraria sia stata, sempre in termini comparati, in deterioramento nei primi anni 2000.

Per quanto riguarda l’utilizzo di forza lavoro, è da notare come le riforme del mercato del lavoro e quelle delle pensioni negli anni 2000 abbiano aumentato il tasso di partecipazione in quasi tutti i Paesi europei. L’avvicinamento dell’Europa agli Usa, tuttavia, negli anni di crisi è stato favorito dal netto calo del tasso di partecipazione negli Stati Uniti, soprattutto per quanto riguarda gli uomini adulti: il tasso di occupazione si è contratto più di quanto sia accaduto in Europa.

Viste queste cifre, la preoccupazione per il nostro Paese è sempre quella di aumentare il grado di innovazione, affinché la produttività del lavoro possa finalmente tornare a crescere.

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