La crescita riduce la disoccupazione. Ma non in Italia

La crescita riduce la disoccupazione. Ma non in Italia

Quanta parte dell’aumento della disoccupazione è dovuto alla contrazione della domanda e dell’attività economica in generale? La relazione empirica che lega il tasso di disoccupazione e crescita economica è conosciuta sotto il nome di legge di Okun. La più recente stima, per i Paesi europei, fatta dai ricercatori del Fondo Monetario mostra, in media, un coefficiente più alto per il tasso di disoccupazione giovanile rispetto a quello per gli adulti, evidenza non sorprendente e coerente con stime simili della letteratura economica.

La varianza fra Paesi Ue è molto elevata, e sottintende una diversa incidenza dei problemi strutturali o ciclici, da Paese a Paese. Per esempio, il coefficiente del tasso di disoccupazione giovanile per la Spagna è vicino a 2, indicando che un aumento del tasso di crescita pari a 1 per cento farebbe diminuire il tasso di disoccupazione giovanile di ben due punti percentuali. Per l’Italia le cose sono abbastanza diverse: il coefficiente, inferiore a 1, è piuttosto basso nel paragone internazionale.

In presenza di un tasso di disoccupazione giovanile vicino al 45% ciò indica che molta parte dell’aumento registrato è dovuto a fattori strutturali, fra i quali l’alto cuneo fiscale, il basso utilizzo di spese per politiche attive del lavoro, e l’annoso problema della dualità del nostro mercato del lavoro, problema che è condiviso da molti Paesi europei.

Date queste stime empiriche, per il Fondo Monetario, la priorità del nostro governo è agire su tali strozzature alla domanda e all’offerta di lavoro, poiché la sola crescita potrebbe non bastare per riassorbire in modo rapido la grave sacca di non lavoro che colpisce i nostri giovani.

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