Tutti i rischi del salario minimo

Tutti i rischi del salario minimo

Il Parlamento tedesco ha approvato ieri l’introduzione in Germania del salario minimo. Lo storico accordo politico tra il governo di Angela Merkel e la Spd era stato già siglato nel novembre 2013. Il salario minimo sarà di 8.50 euro all’ora ed entrerà in vigore dal 1° gennaio 2015.

In Germania da diversi anni il sindacato Dgb chiedeva l’introduzione di un salario minimo, ma era sempre prevalsa la linea contraria. La necessità della coalizione di governo tra Cdu e Spd ha portato la Cancelliera Merkel ad accettare il compromesso e il partito socialdemocratico è riuscito a includere il salario minimo nel patto di governo e a farlo diventare legge. A decorrere dal 1 gennaio 2015, i datori di lavoro dovranno riconoscere ai lavoratori un salario minimo di 8,50 euro all’ora.

Anche in Svizzera l’introduzione del salario minimo è stato non solo oggetto di discussioni, ma anche di un referendum che alla fine ha portato alla bocciatura della proposta.

Cos’è il salario minimo: le differenze con il reddito minimo
Il salario minimo legale consiste in una remunerazione minima, stabilita per legge, che deve essere riconosciuta a un lavoratore dal datore di lavoro per la sua attività lavorativa e ha lo scopo di garantire un livello minimo orario per la retribuzione, sotto la quale i datori di lavoro non possono andare.

Non si devono però confondere salario minimo e reddito minimo, spesso utilizzati come sinonimi, ma in realtà molto diversi. Il reddito minimo, infatti, non individua un livello retributivo minimo, è al contrario un sussidio sociale che può assumere diverse forme e caratterizzazioni, ma che è indipendente dallo svolgimento di una attività lavorativa ed è destinato a persone in particolari difficoltà economiche per garantire la loro sussistenza.

Il salario minimo è efficace nel garantire una retribuzione minima nei Paesi in cui la contrattazione collettiva non è particolarmente sviluppataDove, invece, esiste un importante ruolo dei sindacati e della contrattazione collettiva, i livelli retributivi minimi sono fissati dai contratti collettivi di lavoro. In questi contesti, la definizione di un salario minimo legale potrebbe addirittura danneggiare i lavoratori, livellando verso il salario minimo (tendenzialmente inferiore rispetto ai minimi contrattuali) anche i minimi tabellari che la contrattazione al contrario potrebbe riuscire a incrementare. Il salario minimo, poi, potrebbe anche avere un effetto negativo sui sindacati, indebolendo il loro ruolo e la loro funzione, dal momento che perderebbero la loro importanza almeno nel definire i minimi retributivi.

La situazione europea
Dal confronto comparato, viene fuori che nel 2014 in Europa sono 6 i Paesi senza un salario minimo: Austria, Cipro, Danimarca, Finlandia, Italia e Svezia. Mentre la Germania lo ha introdotto a decorrere dal 1 gennaio 2015.

Fonte: WSI (Wirtschafts- und Sozialwissenschaftliche Institut)

La variabilità degli importi dei salari minimi in Europa è molto elevata, d’altra parte rispecchia la maggiore o minore ricchezza dei Paesi e il diverso costo della vita. È evidente che il raggiungimento dello scopo della garanzia di un livello retributivo minimo non sia tanto data dall’esistenza o meno del salario minimo, ma piuttosto dal suo livello. Infatti, è possibile notare che Lussemburgo, Francia, Belgio, Olanda, Irlanda e Regno Unito hanno salari minimi molto elevati, al contrario dei Paesi dell’Europa meridionale e orientale, dove i salari minimi sono piuttosto bassi, come accade per esempio in Romania e Bulgaria, che hanno importi intorno all’euro ogni ora.

Quello che conta è anche il rapporto tra salario minimo e salari effettivi. Emblematico il caso del Lussemburgo, dove nel 2012 si registrava il salario minimo più elevato in Europa, con 10,41 euro all’ora, corrispondente “solo” al 42% del salario mediano (il salario che taglia esattamente a metà la piramide retributiva nazionale), a sua volta inferiore per esempio alla percentuale del salario minimo rispetto alla mediana della Spagna, dove però il minimo è di 3,91 all’ora.

Anche per il reddito minimo vale il ragionamento fatto per il salario: non è sufficiente prevedere la sua introduzione per assicurare il raggiungimento dell’obiettivo della sussistenza alle persone in difficoltà economiche. Anche in questo caso, infatti, la variabilità degli importi in Europa è notevole e indubbiamente, come per il salario minimo, riflette la maggiore o minore “ricchezza” di uno Stato.

Fonte: Missoc

Per valutare l’impatto del reddito minimo nella lotta alla povertà e alla prevenzione dell’esclusione sociale, serve confrontare l’importo del reddito minimo con la soglia di povertà di ogni Paese. La soglia di povertà è calcolata al 60% del reddito mediano, cioè il reddito centrale rispetto alla distribuzione dei redditi. Se ad esempio il reddito mediano di un Paese è di 1.000 euro, la soglia di povertà è di 600 euro. In alcuni Paesi, come la Lettonia e la Romania, gli importi del reddito minimo si collocano tra il 20 e il 30% delle rispettive soglie di povertà. Quindi, tornando al nostro esempio, in un Paese con il reddito mediano di 1000 euro e una soglia di povertà di 600 euro, il reddito minimo si ferma a 120 euro/180 euro. 

In Romania nel 2012 la soglia di povertà era di circa 106 euro mensili, mentre il reddito minimo era di 28 euro, a un livello molto più basso per favorire l’uscita dallo stato di indigenza. In questi Paesi, la popolazione a rischio di povertà è calcolata tra il 30% e il 40% della popolazione (dati Eurostat 2012), più elevata per esempio di Grecia o Italia, Paesi privi di un reddito minimo garantito.

Se ipotizziamo dunque l’introduzione di un salario minimo o di un reddito minimo, come qualcuno chiede, bisogna tenere in considerazione le diverse criticità connesse a questi strumenti, e in particolare il fatto che livelli troppo elevati per il salario minimo o il reddito minimo posso determinare distorsioni del mercato del lavoro. Facendo salire in particolare i salari di riserva, cioè i livellI salarialI minimi al di sotto dei quali l’individuo non accetta di lavorare, e determinando quindi un effetto negativo sull’occupazione

*Silvia Spattini è Direttore e senior research fellow di Adapt

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