Nato, ritorno alle origini

Nato, ritorno alle origini

Inizia il 4 settembre l’atteso vertice della Nato in Galles, incentrato sulla crisi in Ucraina, sulla lotta all’Isis e sull’incremento del numero di addestratori in Afghanistan. Ovviamente, l’escalation degli scontri nelle regioni di Donetsk e di Lugansk rappresenterà la priorità assoluta per i rappresentanti dei 28 paesi membri dell’Alleanza Atlantica, che non si riuniva dal 2012 a Chicago.

L’obiettivo fondamentale dell’incontro è quello di mandare un messaggio forte a Putin e agli alleati confinanti con la Russia, che, spaventati dall’aggressività dimostrata in Ucraina, chiedono da tempo un sostegno militare alla Nato. Continua nel frattempo la battaglia diplomatica, con i precari accordi di mercoledì 3 settembre tra Putin e Poroshenko per un cessate il fuoco. Il Cremlino insiste a sottolineare che non si può parlare di una tregua, visto che la Russia non è “parte del conflitto”. Le condizioni di Putin all’accordo sono: ritiro delle truppe ucraine dal sud-est, cessazione delle azioni militari dei ribelli, esclusione dell’uso dell’aviazione contro i civili, pieno e oggettivo controllo internazionale del cessate del fuoco, scambio di prigionieri. Intanto il primo ministro ucraino Iatseniuk ha ventilato l’opzione di un “Progetto Muro” per costruire una vera e propria barriera con la Russia.

Il messaggio di Obama

Charles Kupchan, responsabile per l’Europa del National Security Council americano e autore de La fine dell’era americana, ha sintetizzato così gli scopi degli Usa al summit: «Il segnale di Obama alla Russia sarà: “Non pensate minimamente di trafficare nei Paesi Baltici allo stesso modo di come avete trafficato in Ucraina”, il segnale agli alleati Nato sarà: “Siamo con voi, l’Articolo 5 costituisce una garanzia d’acciaio alla vostra sicurezza”».

L’Articolo 5, il pilone portante dell’alleanza Nord-atlantica, stabilisce che ogni Paese membro ha il compito di aiutare ogni altro Paese membro in caso di aggressione. Nella storia della Nato è stato invocato una volta sola, dopo l’11 settembre, e ha portato alla missione Isaf in Afghanistan. Non ci sono stati altri casi. Né prima della fine dell’Urss, quando la Nato aveva uno scopo chiaro e ben visibile, né dopo. Il fatto che se ne parli ora, a venticinque anni dalla caduta del muro di Berlino, dopo lunghi dibattiti sulla sensatezza di un’Alleanza nata per difendersi dalla minaccia sovietica (estinta), sembra paradossale. In realtà non lo è. Ma per capire perché non lo è bisogna rivedere la storia di quest’istituzione e in particolare quale ruolo ha assunto e quali obiettivi si è prefissata dopo la fine della Guerra Fredda.

Il patto del 1949

La storia della Nato (North Atlantic Treaty Organization) inizia il 4 aprile del 1949 a Washington, dove i Paesi europei rimasti fuori dall’influenza sovietica dopo la fine della guerra firmano il Patto Atlantico in funzione difensiva. Il motivo dell’alleanza è la paura che l’Urss voglia espandere l’ideologia comunista in Europa, e che non avrebbe rispettato i confini stabiliti dai trattati post-bellici. Alla base del patto è il già citato Articolo 5. Considerare i confini di ogni singolo Stato membro come un confine comune avrebbe dissuaso l’Unione Sovietica dall’attaccare gli Stati più deboli. Inoltre, l’alleanza militare avrebbe permesso in seguito agli Stati Uniti di dislocare i propri missili nucleari (il vero grande deterrente) sul suolo europeo.

Piccola nota per gli amanti della fantapolitica. Nel 2001, Vladimir Putin ha mostrato durante una conferenza con George W. Bush un documento del 1954, firmato da Molotov, in cui si propone l’ingresso dell’ Urss nella Nato. Stati uniti, Gran Bretagna e Francia avrebbero rifiutato la proposta, sospettando un piano per danneggiare l’Alleanza Atlantica. Ammesso e non concesso che le cose siano andate così, chissà come sarebbe cambiata la Storia se la Nato avesse accettato la proposta.

L’Urss, ad ogni modo, non sta a guardare. Nel 1955 forma il Patto di Varsavia (omologo della Nato) con gli Stati satelliti sotto la sua influenza. È l’inizio della Guerra Fredda.

Ai Paesi fondatori della Nato (Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito e Stati Uniti), si aggiungono nel ’52 Grecia e Turchia, nel ’55 la Germania Ovest e nell’82 la Spagna.

La promessa a Gorbachev

Noi di qua, voi di là. Nonostante la drammaticità e le assurdità degli anni del bipolarismo, si può almeno dire di positivo che in questa lunga fase della storia mondiale ciascuno aveva il suo ruolo chiaro e ben determinato, Nato inclusa. Il quadro (o perlomeno la funzione della Nato) si complica nel 1989 con la caduta del Muro, o forse più precisamente due anni dopo con la fine dell’Urss e del Patto di Varsavia.

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La caduta del muro segna l’inizio della fine di un’Unione Sovietica ormai in collasso. Il 1990 è un anno di grandi trattative: uno dei punti principali è la riunificazione della Germania. La questione è complessa ed è ben spiegata in questo articolo dello Spiegel. Quello che risulta è che Gorbachev, ancora forte di un apparato militare imponente e del Patto di Varsavia ancora in vigore, ottenne l’assicurazione informale da parte degli Usa di non espandersi a Est se l’Urss non si fosse opposta alla riunificazione tedesca all’interno della Nato. Chi avrebbe pensato, d’altronde, che la Nato avrebbe avuto interesse a difendere nazioni come Polonia, Ungheria o Cecoslovacchia, al tempo ancora membri del Patto di Varsavia?

Dopo il Muro

Resta il fatto che assicurazioni scritte non ci furono, e che l’anno successivo il blocco sovietico si frantumò, lasciando l’Europa orientale in balia di sé stessa e una nuova Russia ridimensionata e con pochissima forza contrattuale. Nel dicembre del ’91 all’assemblea con la Nato dove l’Unione Sovietica per la prima volta si presentò come Russia, fu letta una lettera di Boris Eltsin, da luglio presidente russo. Nella lettera si auspicava a un futuro ingresso della Russia nella Nato. In seguito la questione cadde, ma è significativa per capire quanto campo libero avesse in quegli anni l’Alleanza Atlantica.

Nel 1992 Bush sr. perde le elezioni a vantaggio di Clinton, che a Gorbachev non aveva promesso niente. La Nato si riinventa in veste di pacificatore. Entra in vigore il Treaty on Conventional Armed Forces in Europe, un trattato che stabilisce l’entità delle armi convenzionali in Europa. L’intervento in Bosnia prima, e in Kosovo poi, sono i primi interventi armati della Nato dalla sua fondazione. Negli anni ’90 la Nato diventa un alleato allettante e l’amministrazione Clinton è a sua volta aperta a nuovi alleati. Nel ’99 Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca aderiscono alla Nato. Nel 2004 è la volta di Estonia, Lettonia, Lituania, Slovenia, Slovacchia, Bulgaria e Romania. Tredici anni dopo la caduta dell’Urss il numero di Stati membri passa da 16 a 26, e i nuovi arrivati sono tutti Paesi dell’Europa Orientale o Centrale. Insomma, la Nato si espande a Est.

Le tappe dell’espansione della Nato

Intanto anche con la Russia procedono trattati e patti. La cooperazione inizia nel ’94 con la Partnership for Peace, nel ’97 continua con il Foundating Act dove, tra l’altro, è scritto che la Nato si impegna a non piazzare basi militari stabili nei Paesi membri confinanti (Estonia e Lettonia). Il punto è di particolare attualità, con Putin che si aggrappa a un trattato stipulato in condizioni che non persistono più, e la Nato che si svincola con l’escamotage di attuare una rotazione continua delle truppe sul suolo dei Baltici.

L’era Putin

Nel 2002, sotto l’amministrazione Bush, viene firmata la Dichiarazione di Roma tra la Nato e la Russia al vertice di Pratica di Mare. A ridosso dell’11 settembre, la nuova sfida mondiale è la lotta al terrorismo e la Russia di Vladimir Putin viene tirata dentro. Dopo l’allargamento del 2004, nel 2009 Croazia e Albania entrano nell’alleanza e si inizia a parlare anche di Ucraina e Georgia. Per il Cremlino questo è inaccettabile, dal momento che i due Stati sono direttamente confinanti con la Russia. A questo si aggiunge il piano del sistema missilistico di difesa, a cui la Nato aveva iniziato a pensare dal 2002. Lo scopo ufficiale dello scudo è di proteggere i confini meridionali dall’Iran, ma Putin e Medvedev lo vedono come una chiara minaccia alla Russia. Per interpretare il nuovo contesto bisogna capire che durante tutti gli anni Duemila si assiste a un ritorno della Russia sulla scena internazionale: istituzioni più stabili, un’economia trascinata dall’industria energetica sempre più redditizia e la figura forte di Vladimir Putin, che si sente sempre più sicuro col passare del tempo. Questa forza ritrovata diventa evidente, prima con l’invasione della Georgia del 2008, poi con il ruolo assunto nelle crisi internazionali (in particolare sulla questione siriana). Diviene vera e propria aggressività quando nel 2014 Putin vede l’Ucraina, fondamentale per l’economia del suo Paese (fabbriche di armi-energia), scivolargli dalle mani. A questo si aggiungano le mire euro-asiatiche e l’obiettivo nazionalista di riunire il “grande popolo russo”. Dal punto di vista di Putin, veterano della Guerra Fredda, l’Ucraina è l’ultimo tentativo di un isolamento a opera della Nato e degli Usa iniziato nel 1991.

La Nato oggi e l’Europa inesistente

Siamo, infine, arrivati ai giorni nostri. Abbiamo ripercorso la storia della Nato e abbiamo visto che la fine della Guerra Fredda non ha coinciso con la fine dell’Alleanza Atlantica (col tempo, sempre meno atlantica), che è riuscita a ritrovare la sua funzione nell’ambito internazionale. Per chi critica il suo ruolo oggi, la Nato rappresenta in realtà un braccio strategico degli Stati Uniti in ambito internazionale, sopravvissuta alla caduta del muro per permettere agli americani di conservare le proprie basi in Europa e per attirare gli ex membri del Patto di Varsavia. È un punto di vista che ha riscontri storici ben visibili. Non bisogna dimenticare, tuttavia, che il suo ruolo di mediatore e pacificatore ha portato effettivi risultati negli anni, e che rimane comunque un’alleanza con intenti pacifici.

Ciò che sicuramente si può criticare è il comportamento degli Stati europei negli ultimi vent’anni. Sicuri sotto l’ala americana, non hanno mai cercato di costruire una politica estera e difensiva comune prettamente europea. Se questo fosse avvenuto, forse oggi l’Unione Europea potrebbe far sentire la sua voce in maniera più efficace e far valere i suoi interessi, diversi da quelli americani.

Ecco perché non è paradossale parlare dell’Articolo 5 a 25 anni di distanza dalla fine del bipolarismo: perché, in realtà, la vecchia Nato resta ancora oggi l’unico efficace strumento difensivo nelle mani dell’Europa.