L’arbitro di calcio, un re senza corona

L'arbitro di calcio, un re senza corona

La figura più discussa nel gioco del calcio è sicuramente l’arbitro. La discussione non riguarda solamente il suo comportamento in campo, ma anche la sua legittimazione, cioè: come nasce e perché il ruolo dell’arbitro? Se è effettivamente una figura tanto odiata – gli inglesi dicono soprattutto in Italia, ma basterebbe dare un’occhiata agli sfottò verso gli arbitri sulle pagine ufficiali dei club inglesi per smentirli – come è possibile che mantenga costantemente la propria autorità? Il modo più semplice per intendere la nascita della figura dell’arbitro è quello di paragonarlo alla nascita dello stato moderno. Per prendere a modello Thomas Hobbes, il grande filosofo politico seicentesco (inglese pure lui), gli uomini si rendono conto che non possono continuare a vivere nell’indeterminatezza che provoca paure inesauribili di fronte alla continua possibilità di morire per mano del proprio vicino, quindi stringono un patto che consegna a una persona terza, il sovrano, la possibilità di utilizzare tutta la violenza che vi è nel mondo.

Non si tratta qui di una persona reale, ma fittizia, cioè lo stato: esso rappresenta le istanze conflittuali presenti nella società, le catalizza su di sé e detiene il monopolio della violenza contro i nemici esterni o i criminali al proprio interno. Allo stesso modo in una partita di calcio è naturale che vi siano contrasti fisici molto duri che portano a incomprensioni, litigi e spesso addirittura risse. Proseguendo il parallelismo i giocatori convengono che sia meglio lasciar prendere le decisioni a qualcuno che non stia partecipando dell’agonismo in campo e veda le situazioni di pericolo con un occhio esterno e non parziale. In questo modo se uno dei contendenti si mobiliterà contro la decisione dell’autorità, pagherà con una sanzione.

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Fin qui sembra funzionare tutto. Ma a questo punto è doveroso notare che come nella storia umana esistono o sono esistite società che esorcizzano la violenza in altro modo (i sacrifici, il capro espiatorio ecc…) oppure si autogestiscono senza delegare la forza a un sovrano, così anche il calcio rimane tale in assenza della figura dell’arbitro. Il gioco del calcio è infatti quello in cui due squadre avversarie (di numero variabile ma i più canonici sono a 11, a 7 o a 5) si sfidano per far rotolare la palla in porta con l’uso di qualsiasi parte del corpo escluse le mani e tutte le altre regole che conosciamo. Tali regole fanno parte di una codifica consensuale delle abitudini e sono accettate all’unanimità senza bisogno di essere discusse all’ingresso nel campo da gioco. 
 

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