Addio frutta e verdura: ne consumiamo sempre meno

Addio frutta e verdura: ne consumiamo sempre meno

Forse l’Expo 2015 cambierà le cose, almeno a livello culturale. Ma i dati finora dicono altro: la crisi economica e un’educazione alimentare che cambia in peggio hanno ridotto di molto i consumi di ortofrutta. Dal 2000 ad oggi gli italiani hanno “rinunciato” a consumare quasi 1.700 tonnellate di frutta e verdura (-18%) che, in termini pro capite significa che si sono persi per strada 17 chili di consumi di frutta e verdura freschi. In media sono 1,5 chilogrammi in meno ogni anno, con un trend costante sia prima che dopo il 2008, anno in cui è scoppiata la crisi.

A dirlo è una fotografia di Nomisma, secondo la quale i consumi annui di prodotti ortofrutticoli freschi si sono fermati a 130,6 kg, che equivalgono a non più di 360 grammi al giorno. Nel 2000 le quantità consumate quotidianamente erano superiori ai 400 grammi, la razione raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. La contrazione dei consumi pro capite ha riguardato soprattutto la frutta (calata del 15% rispetto al 2000), ma non ha risparmiato nemmeno gli ortaggi (-6%).

Fig. 1 – La composizione dei consumi di ortofrutta in Italia per canale e tipologia

Fonte: Nomisma

Fig. 2 – Consumi pro capite di frutta e ortaggi freschi: uno sguardo all’Europa (kg consumati in un anno, 2014)

Fonte: Nomisma

Oggi non solo siamo scesi sotto la quota raccomandata di 400 grammi al giorno, ma solo il 18% della popolazione di età superiore a tre anni consuma quotidianamente almeno quattro porzioni di frutta e verdura. Oggi solo la Spagna, tra gli altri grandi Paesi europei, ha consumi in linea con le raccomandazioni Oms. In Francia i consumi giornalieri si fermano a 223 grammi, nel Regno Unito a 273. 

Fig. 3 – Consumi pro capite di frutta e ortaggi freschi: il trend di lungo periodo (2000=100)

Fonte: Nomisma

La differenza che i vicini europei stanno facendo progressi, mentre noi stiamo dicendo addio alla dieta mediterranea. Dal 2000, i consumi pro capite sono calati complessivamente del 14%, con una contrazione media dell’1% all’anno. Solo la Svizzera ha avuto cali tendenziali simili ai nostri. I consumi pro capite di Francia e Germania, seppur bassi, negli ultimi anni stanno, invece, recuperando terreno.

Il quadro è preoccupante innanzitutto per chi di agricoltura vive. La filiera ortofrutticola italiana conta circa 450mila aziende agricole e oltre 850mila ettari dedicati, ossia un quarto delle aziende agricole e circa il 7% della superficie agricola utilizzata. Il valore economico prodotto dalle imprese agricole ad orientamento ortofrutticolo rappresenta uno dei più elevati in ambito nazionale, con oltre il 22% della Produzione Lorda Vendibile riconducibile alla produzione di ortaggi, frutta e agrumi. 

Ci sono le implicazioni sul benessere della popolazione: la lettura longitudinale degli ultimi 20 anni evidenzia la crescita dei decessi legati ai problemi di alimentazione. L’ipertensione è il primo fattore di rischio di mortalità (+27% dei decessi tra il 1990 e il 2010), seguita da patologie riconducibili alle diete povere di frutta (+29%) e ad un elevato indice di massa corporea (+82%). In Italia, soprattutto, ma anche negli altri paesi, è in crescita la quota di bambini sovrappeso (arrivata al 31,6%, a fronte del 35,5% degli Stati Uniti, del 24,7% del Regno Unito, del 25% della Germania e del 14% della Francia). Il tema dell’alimentazione non può quindi essere trascurato.

Per questo, spiega Nomisma, bisogna partire dall’educazione dei bambini, in primo luogo a scuola. Il problema è che non basta: il consumo di frutta e verdura nei genitori è il primo fattore di previsione del consumo di frutta e verdura nei figli, come emerge da una survey condotta da Nomisma per valutare le abitudini di consumo di frutta e verdura. Nelle famiglie dove i genitori mangiano frutta e verdura ogni giorno in almeno due occasioni, anche i figli hanno una maggiore propensione al consumo (il 75% consuma frutta e verdura ogni giorno, a fronte del 54% dei bambini inseriti in nuclei familiari con genitori il cui consumo di frutta e verdura è sporadico o casuale). 

Fig. 4 – Il ruolo della famiglia: vettore attivo per la definizione delle preferenze dei bambini

Fonte: Survey Panel Nomisma

Che occorra agire presto e in maniera decisa sui comportamenti di consumo delle nuove generazioni è evidente: se nella popolazione il consumo di almeno una porzione di frutta riguarda il 75,1% degli individui, tra gli adolescenti tale quota si attesta al 60% (64% nella fascia 11-14 anni, 65% 15-17, 62,1% 18-19) e la situazione è speculare se si considerano gli ortaggi.

Fig. 5 – Confronto della frequenza di consumo di ortofrutta per fascia d’età

Fonte: Nomisma su dati Istat

Anche la ristorazione scolastica gioca comunque un ruolo determinante. Secondo stime elaborate da Nomisma, sono 2,3 milioni i pasti scolastici che vengono distribuiti ogni giorno. La scuola diventa così un momento cruciale per rafforzare le buone abitudini dei bambini, per realizzare attività di educazione alimentare atte a correggere comportamenti potenzialmente pericolosi, che non mancano. Nella dieta quotidiana la presenza di cibi sentinella di una alimentazione non corretta dei bambini è elevatissima, tanto che il 36% dei bambini 6-11 anni ha bevuto bibite gasate il giorno prima dell’intervista e il 30% ha mangiato patatine. La scuola serve anche a favorire la diffusione di stili di vita sostenibili, come la riduzione degli sprechi alimentari, utilizzo di stoviglie lavabili e non di plastica, distribuzione di acqua del rubinetto, predisposizione di capitolati con prodotti da filiera corta, laddove possibile, per diminuire le emissioni di CO2.

Il terzo tassello per cambiare l’educazione alimentare è tutt’altro che scontato: la tv. Il grande proliferare di trasmissioni televisive sulla cucina, sottolinea lo studio, può essere uno dei vettori più semplici da sfruttare. L’indagine Nomisma ne ha già segnalato l’efficacia in tema di alimentazione. «Chi segue spesso programmi Tv e siti dedicati alla cucina – spiega la società di consulenza – ha un modello di consumo più sensibile ai valori del cibo: in media ha una maggiore propensione all’acquisto di prodotti a denominazione di origine e al biologico, è meno incline ad acquistare piatti pronti, quando acquista un prodotto è più interessato a verificarne l’origine».

Non è però un compito da lasciare solo ai consumatori. Sta ai produttori «re-inventare i valori dell’ortofrutta per non vendere solo un prodotto ma un insieme di attributi, cercando di comunicare con più forza l’importanza nella dieta e le possibilità di consumo, costruendo cioè un piano di marketing e di comunicazione che faccia uscire questi prodotti dall’anonimato». Il problema è coinciliare tutto questo con un potere di acquisto delle famiglie modesto e questo, secondo Nomisma, si può fare se a questo tipo di consuma viene riconosciuto un valore irrinunciabile, anche in momenti di crisi economica.