In arrivo 400 milioni per l’Ilva

In arrivo 400 milioni per l’Ilva

Servivano soldi subito per non far esplodere l’Ilva e l’indotto, ossia tutta Taranto. Il vertice tra governo, Cassa Depositi e Prestiti e amministratori straordinari dell’azienda siderurgica ha fatto un passo avanti. Allo studio del Tesoro, secondo una delle fonti citate dalla Reuters, c’è una norma ponte per far arrivare circa 400 milioni alle casse dell’azienda, in amministrazione controllata dal 21 gennaio, che ha forti problemi di liquidità e un debito certificato di quasi 3 miliardi di euro. Altri fonti parlano di una cifra tra 250 e 400 milioni di euro. 

La fonte precisa all’agenzia finanziaria che per superare le eventuali contestazioni Ue su aiuti di Stato, i fondi potrebbero essere dati a sostegno di innovazione e ambiente, ma i dettagli sono ancora allo studio. Un eventuale stop dell’Unione europea è una delle ipoteche più serie all’intervento dello Stato nell’Ilva, che dovrebbe il Fondo di garanzia di prossima creazione. Si tratta di una società di servizio per intervenire direttamente nelle aziende in crisi ma con buone prospettive industriali che metterebbe insieme investitori privati e soggetti pubblici, che potrebbero intervenire a certe condizioni con la garanzia dello Stato.

Due delle fonti hanno riferito a Reuters che Intesa Sanpaolo avrebbe dato la propria disponibilità a riaprire linee di credito fino a 160 milioni.

Che i soldi siano necessari subito è un concetto che il 20 gennaio ha ribadito con forza il consigliere del premier Andrea Guerra (uno dei soci de LInkiesta, ndr): «Facciamo in fretta – ha detto -: anche il miliardo, se non arrivano i 150 milioni non serve – ha detto Guerra -. O i soldi arrivano o è un disastro»

I 400 milioni e i 160 milioni di Intesa Sanpaolo servirebbero a dare ossigeno all’Ilva in attesa che venga costituita la newco che ne prenda in affitto gli impianti. Per la sua costituzione potrebbero passare mesi, perché è necessario prima mettere a punto il Fondo di garanzia.

Una terza fonte ha riferito che si lavora anche a emendamento al decreto per aiutare le aziende dell’indotto Ilva, che vantano crediti per decine di milioni di euro.

Che l’urgenza sia massima, a Taranto è chiarissimo. Le aziende non ricevono pagamenti da maggio 2014 (ma grandi problemi ci sono da due anni) e la situazione è più tesa che mai proprio quando gli animi si sarebbero dovuti tranquillizzare, dopo il decreto di Natale sull’Ilva, presentato il 24 dicembre dallo stesso premier Renzi. Eppure da allora il clima si è fatto emergenziale. «Le aziende dell’indotto hanno cominciato ad usare la cassa integrazione», fanno sapere da Confindustria Taranto. Sono aziende spesso piccole e medie, di autotrasporto, edilizia, servizi, metalmeccanica, «che hanno crediti per oltre 5 milioni di debiti» e oggi non riecono più ad andare avanti. «Gioco forza – continuano da Confindustria Taranto -, alcune aziende non stanno assicurando il lavoro all’interno dell’Ilva,la cui produzione è ai minimi storici, perché mancano sia le materie prime sia le risorse umane». La tensione si è allentata solo di poco rispetto alle scorse settimana, quando si erano moltiplicati di blocchi stradali e ai cancelli da parte degli operai. In questo momento continuano solo quelli degli autotrasportatori. 

(MARIO LAPORTA/AFP/GettyImages)

L’associazione degli industriali ha alzato i toni dello scontro dall’ultima settimana di gennaio, arrivando a minacciare una chiusura di tutte le aziende dell‘indotto, per bocca del presidente Vincenzo Cesareo. La questione non riguarda tanto il presente, perché i soldi non c’erano già prima, ma il futuro. Con una separazione in vista tra la bad company e la nuova società pubblica (newco) che prenderà in affitto gli impianti, non è ancora chiaro con quale criterio saranno distinti gli attivi e passivi e, quindi, i fornitori che devono essere pagati subito e quelli che dovranno mettersi in coda e bussare alla vecchia società.

Chiedere soldi alla vecchia società, nel frattempo dichiarata insolvente dal tribunale di Milano, sarà difficilissimo. L’occasione per sciogliere alcuni di questi nodi che stanno bloccando l’Ilva è la conversione in legge del decreto di Natale sull’Ilva stessa. In Aula al Senato arriverà un testo profondamente cambiato con emendamenti che tengono conto degli ultimi avvenimenti. Lo scopo è quello di fare le modifiche subito, in modo da arrivare al passaggio alla Camera per l’approvazione definitiva in tempi brevi. «A seconda della sostanza degli emendamenti si potrà capire se questa platea di fornitori rientrerà tra i fornitori strategici», dicono da Confindustria. Sono in ballo 3mila lavoratori dell’indotto che lavorano direttamente con l’Ilva. Se queste aziende fallissero, perderebbero però il lavoro anche i lavoratori che non lavorano direttamente per l’Ilva, come nel caso delle ditte di autotrasporto. Il conto, a quel punto sale a 8mila lavoratori totali. C’è poi l’Ilva stessa a essere in fibrillazione, perché la prospettiva che 5mila lavoratori (sugli 11mila diretti totali) finiscano in cassa integrazione viene definita da Confindustria «imminente». 

Oggi, giovedì, a Taranto, gli autotrasportatori delle società dell’indotto Ilva sono tornati a bloccare gli accessi allo stabilimento e le principali vie di collegamento della città. Manifestano da oltre due settimane rivendicando i crediti inevasi dall’azienda hanno alzato il livello della protesta consentendo oggi solo a 30 mezzi di varcare i cancelli del Siderurgico per i rifornimenti e hanno annunciato per domani una “marcia” dei Tir verso Taranto sulla statale 100 e la statale 106. Lo hanno deciso dopo una riunione. I manifestanti pretendono il pagamento cash entro 30 giorni almeno di una parte delle spettanze.

Alla riunione di Palazzo Chigi hanno partecipato, oltre a Renzi e al consigliere per le politiche industriali Andrea Guerra, i ministri dell’Economia Pier Carlo Padoan e dello Sviluppo Economico Federica Guidi; i sottosegretari al Welfare Teresa Bellanova e alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio; i tre commissari di Ilva Piero Gnudi, Corrado Carrubba ed Enrico Laghi e il presidente e amministratore delegato di Cdp Franco Bassanini e Giovanni Gorno Tempini.

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