Italian sounding: stiamo svendendo la nostra identità

Italian sounding: stiamo svendendo la nostra identità

Da diversi anni l’Italia e i suoi prodotti sono vittime del  fenomeno corrosivo chiamato “Italian Sounding”, ma c’è chi sostiene che si dovrebbe “benedire il Parmesan” quale veicolo quasi inconsapevole di affermazione nel mondo del valore dell’identità italiana. Questa affermazione pubblicata su Linkiesta, volutamente provocatoria, è di Piero Bassetti : «Il finto parmigiano-reggiano e tutti i prodotti “italian sounding” sono degli ambasciatori inconsapevoli del nostro modo di produrre e di vivere».

Non sono d’accordo. Risulta difficile pensare che  un produttore italiano si riconosca nella Palenta o nel Prisecco, o pensare che grazie ad essi i mercati mondiali diventino consumatori di italianità. Sarebbe come accettare l’assunto  che il Parmigiano e il Parmesan siano prodotti tutto sommato fungibili, entro certi limiti. Indipendentemente dal fatto che nel mondo gli italiani emigrati o addirittura gli Italici, come affermato da Bassetti, abbiano esportato ed esportino ancora una certa cultura e determinate tradizioni, i prodotti che ne derivano non sono originali, bensì degli ibridi di italianità. Frutto più che di una positiva  contaminazione tra diverse culture e stili di vita, di un banale richiamo a un immaginario di vita italiana artatamente evocato per sole finalità commerciali.

Il nostro ruolo nella globalizzazione non deve essere solo difensivo, ma non è alleandosi “italicamente” con il nemico che si vince

Il punto focale della questione sta nel porre dei limiti tra cos’è italiano e cosa non lo è (simile nel nome o nella composizione ma non originale). Se invece di appiattirsi su un italian sounding  visto come un fenomeno ambasciatore dell’identità italiana, si pensasse a promuovere e tutelare nel mondo l’originalità dell’identità e del saper fare italiani, i fenomeni legati all’imitazione e alla contraffazione verrebbero sviliti a priori. Non sconfitti, ma efficacemente combattuti. Per Bassetti il requisito del territorio non deve essere un fattore discriminante, così come che il prodotto sia fatto in Italia o meno viene giudicato indifferente. Queste affermazioni aprono molti scenari diversi fra loro. Nel campo alimentare “che sia fatto o meno in Italia” è discriminante. In altri settori, quali la moda , è un plus ma non è così fondamentale. Altri ragionamenti andrebbero fatti nella meccanica.

Pertanto, delineare quali valori fondanti dell’identità italiana  la creatività e il saper fare è il primo passo da compiere per dare al mondo una vera e comprovata italianità, creando una awarness legata non solamente al made in Italy, bensì ad un concetto evolutivo, che mette al centro il capitale umano: il “brain IN italy”. In questo modo si creerebbe “il parametro di conformità” su cosa sia prodotto del saper fare italiano e cosa non lo sia. Associare il Parmesan, o qualsiasi altra imitazione, alle vere caratteristiche dell’identità italiana presenti nelle nostre aziende è un azzardo controproducente. Concordo con Bassetti nel ritenere che il nostro ruolo nella globalizzazione non dovrebbe essere solo difensivo, ma non è alleandosi “italicamente” con il nemico che si vince. La storia insegna.

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