’O pernacchioOta Benga: un’America senza santi ed eroi

Ota Benga: un’America senza santi ed eroi

Ota Benga non è solo il nome del nuovo romanzo di Antonio Monda; è pure il nome del suo protagonista, un pigmeo “rubato” all’Africa e impiantato, a forza e contro ogni senso, in America, la terra promessa di inizio ‘900, dove le etnie si mischiavano e combinavano e dove un sempre più crescente razzismo veniva spacciato per dottrina scientifica. Ota Benga, poi, è anche un simbolo: il simbolo di un’umanità – più che di una società – che non è mai cambiata. Che, nel tempo, è rimasta sempre uguale e, purtroppo, fedele a se stessa. Un’umanità poco umana, profondamente maligna, che gode nel trovare le differenze, sottolinearle e farne non un punto di forza, come invece dovrebbe essere, quanto piuttosto una menomazione: io sono bianco, tu nero; io sono forte, intelligente, migliore; tu no. E quello del colore della pelle è, forse, solo la punta dell’iceberg: perché prima vengono la nazionalità, la cultura, la religione.

Negli Stati Uniti descritti da Antonio Monda, c’è un antisemitismo piuttosto spiccato

Negli Stati Uniti descritti da Antonio Monda, c’è un antisemitismo piuttosto spiccato: essere giudeo è quasi un’offesa, e sebbene la storia si svolga fino alla fine della prima guerra mondiale, quindi oltre il 1918 a un passo dalla guerra con il terzo Reich, una vera e propria redenzione del genere umano, e più specificamente della cultura americana, non c’è. Non c’è perché la vittoria di un nero in un incontro di boxe è ancora assurdo: perché i neri, benché liberi, sono una minoranza. E tale, come le donne, devono rimanere.

Ota Benga è un pigmeo, un ragazzo quasi trentenne con “denti di pantera”: diventa un’attrazione. Finisce in una gabbia, allo zoo di New York, esposto insieme a un orango e a uno scimpanzé. Poi viene liberato, forte dell’appoggio e del consenso della comunità nera. Finisce in un altro stato e viene accolto in un orfanotrofio. Impara a conoscere i “demoni bianchi”, a capirli in un certo senso, e in qualche caso riesce anche a fidarsi di loro. Nei suoi occhi, c’è la saggezza antica del mondo: quella che ti insegna che non devi possedere più di quanto ti serva; che per essere felici non è necessario essere ricchi o potenti; che l’amore è un gioco fatto di sguardi.

Ota Benga è inizio e fine del racconto di Monda: è la recinzione entro cui lo scrittore si muove per raccontare un’altra storia, quella di Arianna, figlia di immigrati greci e esempio folgorante di emancipazione femminile. In lei, rivivono i contrasti di una società come quella americana: i suoi pensieri sono un misto di catechismo spicciolo, ripetuto fino alla nausea nelle messe di domenica mattina, e di puro raziocinio. È una dei pochi personaggi di tutto il romanzo a condannare apertamente la teoria dell’uomo bianco “uomo superiore”. È forse l’unica, insieme al missionario che lo condusse dall’Africa agli USA, a interessarsi veramente a Ota Benga: a pensarlo, trattarlo e – cosa non da poco – immaginarlo come un qualsiasi altro essere umano.

Monda, forte di una certa tradizione, va tuttavia piano nel suo racconto: non parte per la tangente con qualunquismi e giudizi-sentenza. Si muove piano: descrive, spiega, descrive ancora. Gli bastano centocinquanta pagine per rendere partecipe il lettore: non di un mondo dimenticato, della terra promessa che gli italiani, gli irlandesi, i greci e i russi si aspettavano di trovare dopo un viaggio infernale, in alto mare e stipati nella terza classe come porci per il macello; quanto piuttosto di una filosofia inedita, poco pubblicizzata, “che cos’erano gli Stati Uniti prima di diventare gli Stati Uniti”. La patria della libertà e del coraggio, così carica di promesse e speranze, è stata in realtà nella sua età più giovane un purgatorio grigio e tormentato, dove anche i suoi uomini più grandi, come lo scrittore Jack London, peccavano di razzismo e di sessismo.

Ota Benga è un romanzo da leggere con attenzione, lascia un retrogusto amaro, difficile da digerire

Antonio Monda non ci prova nemmeno a rilanciare sul piano dell’attualità, su quello che poi, col tempo, gli Stati Uniti sono diventati (e ce ne è voluto prima che la libertà fosse veramente libera, e che gli uomini diventassero tutti uguali, davanti alla legge e alla società), non dà alcun colpo di spugna alla storia. Non la migliora, dal punto di vista umano. E anzi, alla fine, nella sezione ringraziamenti, riesce a renderla ancora più difficile da digerire: dando ai nomi dei volti veri, ribadendo che alcune situazioni si sono veramente svolte nel modo in cui le ha raccontate, e raccontando di un’America non così lontana dalla Germania nazista.

Ota Benga è un romanzo da leggere con attenzione. Scorrevole, a tratti nelle sue considerazioni più che piacevole, lascia un retrogusto amaro, difficile da digerire: è al consapevolezza di quando si capisce che la storia è stata anche peggio di come ce l’hanno raccontata a scuola. Di come gli uomini, tutti gli uomini, alla fine non siano che fedeli alla loro natura animalesca e bestiale: al loro credersi migliori, eletti; al colore della loro pelle.

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