Renzi voleva cancellare le correnti, le ha moltiplicate

Renzi voleva cancellare le correnti, le ha moltiplicate

«Se vinco, il segretario del partito lo faccio io. Non soltanto le correnti spariscono, ma la prima corrente che sparisce è quella dei renziani». Più chiaro di così. Era il 22 novembre del 2013, un paio di settimane più tardi Matteo Renzi avrebbe conquistato le primarie diventando segretario del Partito democratico. Un anno dopo si può riconoscere che quella promessa è rimasta un sogno. Nel Pd le correnti nascono, si sciolgono, si moltiplicano. Ormai districarsi nel groviglio delle sigle dem è diventato complicato anche per gli addetti ai lavori. Ci sono civatiani, bindiani, bersaniani di diverse sfumature, renziani ortodossi e catto-renziani. Roba di scissione dell’atomo, in alcuni casi. 

Matteo Renzi è sempre stato coerente, di questo bisogna dargli atto. «Il renzismo è una malattia, dalla quale però si può guarire» ironizzava ai tempi delle primarie contro Pierluigi Bersani. Giovane sindaco rottamatore, già nel 2012 aveva lanciato la sua battaglia contro le correnti del Pd, rappresentazione plastica di un sistema politico da superare. La scorsa settimana il segretario – nel frattempo divenuto presidente del Consiglio – ha confermato la stessa posizione. «Con il massimo rispetto per il doveroso dibattito interno al Pd tra aree culturali, sensibilità diverse e gruppi organizzati – ha scritto ai suoi parlamentari – vorrei che il nostro confronto fosse sui contenuti più che sulle etichette. Che fiorissero idee più che correnti». 

Con buona pace di Renzi, nel Pd le correnti continuano a resistere. Certo, la situazione non è mai la stessa: le sigle cambiano, mutano i rapporti di forza. Qualche corrente vede crescere il numero dei propri aderenti, qualcun altra si affievolisce fino quasi a scomparire (è il caso dei pochi dalemiani che ancora tengono alta la bandiera). C’è chi propone fusioni e chi alimenta scissioni. Intanto il dibattito interno resta articolato tra la fronda dei bersaniani intransigenti e quelli più dialoganti di area riformista. Ci sono la Sinistradem di Gianni Cuperlo e quel che resta del fronte lettiano. Non mancano correnti dai suggestivi riferimenti storici, come i Giovani turchi del presidente Matteo Orfini. Né le personalistiche aree di civatiani e bindiani (da Rosy, presidente della commissione Antimafia). 

A elencarle tutte si fa fatica, neanche fosse la Democrazia cristiana della prima Repubblica. Ma non è detto che sia necessariamente un male. La strutturazione per correnti è spesso la diretta conseguenza di un vivace dibattito interno, non per forza il simbolo della spartizione del potere e delle poltrone. Peraltro il fenomeno non è certo espressione del renzismo. Molte delle attuali aree politiche interne al Pd esistevano ben prima dell’elezione del segretario. La sconfitta di Renzi va colta, piuttosto, nella incapacità di dar seguito a quella promessa elettorale. Il suo Pd non solo non ha messo al bando le correnti interne. Piuttosto sembra incapace di poterne fare a meno. E da questo punto di vista è particolarmente significativa la recente nascita di una prima, vera, corrente organizzata tra i sostenitori del premier. I catto-renziani. 

Ufficialmente sono quelli di “Spazio democratico”. Una nuova corrente guidata dal deputato emiliano Matteo Richetti e dai due sottosegretari Angelo Rughetti e Graziano Delrio con l’assenso, così si racconta, del vicesegretario Lorenzo Guerini. Una realtà tenuta a battesimo solo pochi giorni fa. Creata per raccogliere la gran parte dei parlamentari vicini al premier, ma forse non così vicini da far parte della sua cerchia ristretta (il famoso “Giglio magico” di cui farebbero parte solo i collaboratori diretti, tra cui il braccio destro Marco Carrai e il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi). Si parla di un’ottantina di aderenti, compresi i Popolari di Beppe Fioroni. I diretti interessati respingono le etichette. «Non siamo una corrente», ha chiarito Richetti. Del resto pochi giorni fa, intervenuto a Palermo alla Leopolda siciliana, anche il vicesegretario Delrio ha assicurato di guardare a «un partito aperto. Non fatto di correnti e steccati». 

Tant’è. Nel partito il dibattito sulle correnti ormai si è aperto. Ettore Rosato, già coordinatore della corrente franceschiniana di Area Dem, adesso propone uno scioglimento di tutte le sigle per dar vita a un “correntone” renziano. Intanto la suddivisione interna solletica l’interesse dei grandi giornali. Domenica scorsa persino Eugenio Scalfari si interrogava su Repubblica: «Si stanno formando alcune correnti renziane dentro il Pd. È strano: renziani che militano del partito di cui Renzi è segretario si associano in correnti». In questi giorni il quotidiano romano è arrivato a contare nel Pd almeno cinque diverse sigle vicine al premier. Ce n’è per tutti gusti: il Giglio magico degli stretti collaboratori, i nuovi arrivati catto-renziani. Ci sono i renziani ortodossi – guidati dal tesoriere del partito Francesco Bonifazi e il componente della segreteria Ernesto Carbone – e i renziani di sinistra. Chiude la panoramica «il gruppetto di Carta 22 aprile». Sono i “renziani di complemento”, per dirla con la giornalista di Repubblica. Qualcuno ha già smentito le ricostruzioni, prendendone le distanze. Il tema peraltro è così interno al Palazzo da risultare probabilmente di poco interesse persino per gli elettori del Partito democratico. Quel che è certo, Renzi ha perso la sua scommessa. «Se vinco – diceva – la prima corrente che sparisce è quella dei renziani». A un anno di distanza, sembra essersi moltiplicata. 

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