Dopo Mafia Capitale via la politica dalle coop sociali

Dopo Mafia Capitale via la politica dalle coop sociali

Di questi tempi a parlare di cooperative si rischia di finire dentro il vortice di malaffare e corruzione, alimentato dalle ultime vicende dell’inchiesta sul metano a Ischia. Un copione troppo spesso ripetuto negli ultimi anni in Italia, che ha portato ad associare le inchieste penali su grandi opere italiane a cooperative di vario genere. Il Fatto Quotidiano ha elencato i casi in cui le cooperative (in questo caso quelle emiliane) sono state coinvolte in inchieste della magistratura legate alla costruzione di opere per la collettività. Nell’elenco non poteva mancare l’inchiesta di Roma su Mafia Capitale, che ha scoperchiato un vero e proprio sistema criminale, volto a gestire e controllare la maggior parte degli appalti pubblici capitolini. Tra i tanti nomi coinvolti nell’inchiesta c’era anche quello di Salvatore Buzzi capo della cooperativa sociale 29 giugno, una realtà che si occupava del reinserimento nel mondo del lavoro dei detenuti che avevano deciso di intraprendere un nuovo percorso di vita.

Il caso Buzzi ha messo in discussione alla radice le cooperative sociali, la funzione che svolgono all’interno dello sviluppo quotidiano di una realtà cittadina, le capacità che hanno di accogliere e reinserire soggetti socialmente ed economicamente svantaggiati. Per le realtà sane ora la sfida è come possano continuare a risultare credibili nonostante esistano casi come quello della “29 giugno” e di Mafia Capitale.

«Per rilanciarsi e mantenere la loro credibilità le cooperative sociali devono affrancarsi dallo scenario politico»

Una sfida che ha ben chiara Pier Vito Antoniazzi presidente di “Città e Salute”, cooperativa sociale che opera a principalmente a Milano. «Per rilanciarsi e mantenere la loro credibilità — spiega Antoniazzi — le cooperative sociali devono affrancarsi dallo scenario politico. Troppo spesso queste realtà, coltivando un profilo strettamente territoriale, sviluppano una sorta di sinergia con l’ente locale, che in molti casi si trasforma in una vera e propria dipendenza. Questo a parer mio è il nodo più difficile da sciogliere».

Nata nel 1998 “Città e Salute” è una cooperativa sociale di tipo B che si occupa del reinserimento nel mondo del lavoro dei sofferenti psichici. Una missione che si sviluppa principalmente attraverso tre progetti: la raccolta differenziata di indumenti usati (i primi a farlo nel tessuto cittadino milanese); un laboratorio di oreficeria (atelier Uroburo); e un percorso di recupero fatto attraverso il lavoro con gli animali (progetto “Amico Cane”). Attualmente la cooperativa conta sedici dipendenti di cui sette sono i cosiddetti “svantaggiati”.«Le cooperative sociali — continua Antoniozzi— nascono principalmente per realizzare un’impresa a carattere democratico, ciò vuol dire che non è vero, a parer mio, che un’impresa può funzionare solo se c’è un capo. Si tratta di uno stile che comporta creatività e duttilità. Si tratta di realtà in grado di rispondere sia ad un esigenza lavorativa di persone che, come per chi soffre di disturbi psichici, possono essere vittime di marginalità sociale, ma anche affrontare una crisi legata al tipo di lavoro che spesso è carente sul mercato. Quello manuale ad esempio».

«Abbiamo scelto di formarci come cooperativa sociale perché siamo convinti che se dai un lavoro a queste persone, rivaluti anche la loro dignità»

In generale le cooperative sociali si distinguono in due categorie: quelle di tipo A (si occupano della gestione di servizi socio-sanitari ed educativi) e quelle di tipo B (che invece possono svolgere qualsiasi tipo di attività, a patto che siano finalizzate al reinserimento lavorativo di persone svantaggiate). «Abbiamo scelto di formarci come cooperativa di tipo B — continua Antoniazzi — perché siamo convinti che se dai un lavoro a queste persone, rivaluti anche la loro dignità. Con noi c’è anche chi è riuscito ad accendere un mutuo. I malati psichici se seguono il loro percorso si cura, si comportano come persone normali, e possono tirar fuori delle risorse incredibili», non mancano ovviamente i momenti difficili, «È normale che nell’universo delle malattie psichiche devi aspettarti un crollo da un momento all’altro. Anche a me è successo una volta di avere a che fare con una persona che all’improvviso ha avuto un periodo di crisi e non voleva più uscire di casa. Non nascondo che in quei momenti un po’ di sconforto ti assale, ma è lì che devi essere più tenace degli altri e portare avanti la tua battaglia».

Ma quali sono, al momento, i problemi principali che deve affrontare una cooperativa sociale? «Manca una classe dirigente che comunichi il valore di questa esperienza — risponde Antoniazzi —. In posti dove realtà di questo tipo sono presenti, c’è apprezzamento da parte delle persone. Ma è una comunicazione strutturata e di tipo istituzionale che manca veramente per far fare il salto di qualità a queste realtà. Ovvio che chi ci lavora, tanto più è impegnato a portare avanti il progetto, tanto meno ha energie e risorse per creare sinergie e fare comunicazione. Senza considerare oltretutto che se faccio un grande lavoro sociale ma non creo valore aggiunto, poi non posso assumere. Anche per questo servirebbe una comunicazione più profonda».

Può sembrare strano ma il futuro delle cooperative sociali passa anche dall’innovazione. «Queste realtà devono stare sul mercato in maniera innovativa — conclude Antoniazzi — su tanti terreni, come ad esempio quello della cultura digitale, bisogna metterci dentro anche l’aspetto sociale. Non considerare questo punto significherebbe restare indietro e fornirebbe una visione anacronistica delle cooperative, ferme in un tempo che non esiste più».

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