Obama l’iraniano. Con l’accordo sfida l’anti-americanismo di Teheran

non solo nucleare

«Non avremmo raggiunto questo accordo se non ci fosse stata la volontà della Russia di stare con noi e con gli altri membri del gruppo 5+1», ha detto Barack Obama a Thomas Friedman del New York Times, commentando l’Iran Deal, l’intesa sul nucleare di Teheran raggiunta a Vienna. Alex Vatanka, iranologo del Middle East Institute, resta prudente, non arriva ad alcune iperboli circolate sui media, come quella di Juan Cole: «Obama si è finalmente meritato il Premio Nobel della Pace che aveva vinto nel 2009». Ma è colpito dall’ampiezza del sostegno intorno alla piattaforma finale, in un’era difficile per le relazioni tra gli Stati. «L’accordo adesso è stato raggiunto e francamente – spiega Vatanka – il consenso internazionale che si è venuto a creare è piuttosto impressionante. In una fase storica caratterizzata da forti tensioni tra USA e Russia, e in cui, comunque, americani e cinesi sono in qualche modo legati, avere ottenuto l’appoggio di Pechino e Mosca con uno sforzo diplomatico condotto dagli americani non può non essere considerato un successo».

«In una fase storica di forti tensioni, avere ottenuto l’appoggio di Pechino e Mosca ad uno sforzo diplomatico condotto dagli americani non può non essere considerato un successo»

Certo, i cinesi trarranno vantaggio dal ritorno dell’Iran sui mercati mondiali, in particolare quello del petrolio. La Russia è un tradizionale alleato di Teheran, nonché grande fornitore di armi, e non può che guadagnare dal rientro degli ayatollah nel consesso internazionale. Ma la condizione affinché questo status quo possa consolidarsi è il mantenimento del carattere pacifico del programma nucleare. «Questa verifica», prosegue l’iranologo, «è ovviamente la chiave dell’intero percorso. I sospetti sulle attività nucleari dell’Iran non sono svaniti con l’accordo siglato a Vienna. Da questo punto di vista, occorre affidarsi alle ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica – che avranno accesso anche ai siti militari, seppure previo accordo con Teheran – l’unico indicatore della volontà degli iraniani di aprire una nuova era».

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MESSAGGIO PROMOZIONALE

Il presidente Rohani, difendendo l’intesa davanti alla propria opinione pubblica – evidentemente con argomenti diversi, quasi opposti, rispetto alla retorica americana -, ha parlato di «un nuovo capitolo verso la crescita e lo sviluppo dell’Iran», che permetterà ai giovani di guardare con fiducia al futuro. Vatanka annuisce, pur non dismettendo l’abito della prudenza: «Rohani vuole fare rientrare il suo Paese nella comunità internazionale a tutti gli effetti, in maniera piena, completa. Ma ci riuscirà? Le manifestazioni anti-americane della scorsa settimana, organizzate dallo Stato, rendono evidente che non tutti i tasselli sono al loro posto, e che aprire una nuova pagina nelle relazioni internazionali è un lavoro duro, molto duro». Prosegue l’analista: «Abbiamo bisogno di costruire un edificio solido a partire dalla piattaforma concordata a Vienna. Non sarà facile dimenticare il passato, ma è possibile che le celebrazioni anti-americane della scorsa settimana siano solo parte di una strategia volta a salvare la faccia, in vista dell’accordo. Il sistema si è fondato per 36 anni sull’anti-americanismo, non si può cambiare così, in modo repentino. D’altronde, sono certo che negli Stati Uniti, soprattutto dalle parti della Casa Bianca, ci sia una reale volontà di avviare una nuova epoca».

Stati Uniti e Iran devono mettere da parte 36 anni di odio reciproco. Adesso in Medio Oriente c’è da combattere lo Stato Islamico

La cartina di tornasole di questo nuovo corso iraniano, secondo l’analista, sarà Khamenei. Alcuni sostengono che, per restare al potere, il regime possa modificare la sua retorica politica: «Tutti gli occhi vanno puntati sul Grande Ayatollah. Non c’è dubbio che negli ultimi anni, riguardo alle relazioni irano-americane, Khamenei abbia fatto passi in avanti notevoli. Basta avvolgere il nastro e tornare al marzo 2012. Bisogna prepararsi al peggio, disse. Faremo da soli, proseguì battagliero. Alla fine del 2013, invece, pronunciò il celebre discorso in cui parlò di “eroica flessibilità”, due parole che tutti lessero come un via libera ai colloqui con Washington».

Rispetto al quel periodo, oltretutto, è comparso un nuovo, ingombrante, attore politico in Medio Oriente, lo Stato Islamico, che americani e iraniani stanno combattendo, con diverse ambiguità, in Iraq. Chiosa Vatanka: «Khamenei ha dichiarato che sarebbe felice di vedere questa cooperazione produttiva ‘ripetuta altrove’. Per farlo, però, deve cambiare, abbandonando la piattaforma anti-americana. Del resto, è l’uomo più potente in Iran e si trova di fronte a un personaggio come Obama, il presidente degli Stati Uniti più aperto di sempre all’ipotesi di una nuova era, dopo 36 anni di inimicizia profonda.

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