Vanilla Latte«Obama, quanti guai: ora l’America ha bisogno di qualcuno di capace»

«Obama, quanti guai: ora l’America ha bisogno di qualcuno di capace»

Barack Obama è stato una grande delusione per gli americani, e ora gli Stati Uniti devono affidarsi a un presidente che sappia governare, perché le indecisioni e le scelte sbagliate di questa amministrazione, oltre a peggiorare la situazione economica, in politica estera hanno messo in pericolo gli Usa e i loro alleati, a cominciare dall’Italia. A parlare è Ed Morrissey, noto editorialista e blogger americano, tra le voci più autorevoli dell’universo conservatore a stelle e strisce.

«In Libia oggi siamo alle prese con uno Stato fallito, che minaccia direttamente i nostri alleati europei, l’Italia in primis. Questo è il risultato diretto delle decisioni militari e della mancanza di visione in politica estera del presidente Obama»

Alla sua prima intervista con una testata italiana, Morrissey, o “Captain Ed”, come è divenuto celebre tra gli addetti ai lavori, non ha esitazioni nel tracciare un bilancio negativo dei due mandati del governo Obama. «Non sono e non sono mai stato un suo fan. Ma oltre a me, la sua presidenza ha deluso la maggior parte degli americani», afferma, riferendosi alla percentuale di gradimento ai minimi storici raggiunta dall’inquilino della Casa Bianca. «La ripresa non è stata vigorosa, e l’economia è rimasta per lo più stagnante, il periodo di difficoltà più lungo dai tempi della seconda Guerra Mondiale. Certo, l’economia globale ha avuto grossi problemi, ma le scelte effettuate dal Governo degli Stati Uniti, con troppi regolamenti e norme, hanno rallentato il processo di ripresa invece di accelerarlo, e i problemi di oggi sono causa diretta delle politiche di Obama. Per non parlare degli esteri, dove le indecisioni, l’insicurezza e gli errori di questa amministrazione, anziché risolvere i problemi esistenti, ne hanno creato di nuovi. Basti pensare alla Libia, dove oggi siamo alle prese con un “failed State”, uno Stato fallito, che minaccia direttamente i nostri alleati europei, l’Italia in primis. Questo è il risultato diretto delle decisioni militari e della mancanza di visione in politica estera del presidente Obama».

L’attuale Comandante in Capo, tuttavia, a breve farà le valigie, per lasciare le chiavi della Casa Bianca al suo successore. La sfida per 2016 è già cominciata: il fronte del Partito Repubblicano ha fatto parlare di sé per il nutrito schieramento di candidati, e per la presenza di un outsider di spicco di nome Donald Trump. «Non ho ancora deciso chi sostenere, ma avrò tempo fino a febbraio-marzo, così da poter conoscere in maniera approfondita le proposte dei candidati», mette subito in chiaro Morrissey, che ogni settimana conduce uno show sul popolare portale conservatore Hot Air. Però ha già qualche preferenza: «Mi piace chi ha già avuto esperienza di governo, e ha potuto mostrare le sue capacità sul campo, come i governatori Scott Walker, Bobby Jindal, Rick Perry, o lo stesso Jeb Bush, che offrono più garanzie rispetto a Senatori al primo mandato come Rand Paul, Ted Cruz o Marco Rubio, candidati sicuramente interessanti, ma inesperti. Serve una persona che sappia governare, anche perché molti dei problemi avuti in questi anni erano dovuti al fatto che Obama non avesse competenze ed esperienza».

«Donald Trump è capace di dare voce alla rabbia che provano oggi molti americani, ed è stato capace di sfruttare alcune carenze comunicative del Partito Repubblicano, tuttavia lui stesso presenta delle evidenti lacune, come candidato alla presidenza»

Degli altri nomi in corsa salva solo Carly Fiorina («Mi ha stupito, sta conducendo un’ottima campagna, in molti l’avevano sottovalutata»), mentre non sembra impressionato dal personaggio che in questo momento più domina le news, Donald Trump. «Figure come Trump, o come il senatore Lindsey Graham, non mi entusiasmano. Trump è capace di dare voce alla rabbia che provano oggi molti americani, ed è stato capace di sfruttare alcune carenze comunicative del Partito Repubblicano, tuttavia lui stesso presenta delle evidenti lacune, come candidato alla presidenza. Tutto è possibile, ma alla lunga credo che gli elettori si renderanno conto che difficilmente la sua candidatura potrà durare, perché la sua ascesa nei sondaggi dà l’impressione di essere una “bolla” provvisoria, come accaduto in passato con Newt Gingrich, Rick Santorum e Michelle Bachmann».

Con una differenza, rispetto agli altri esempi. «Nel 2012, le “bolle” erano basate su resistenze a Mitt Romney, si era alla ricerca di un candidato all’insegna del “chiunque-tranne-Mitt”. Poi però ci si è resi conto che nessuno degli altri poteva competere con Romney, che possedeva organizzazione, esperienza, risorse. Non c’erano dunque buoni candidati alternativi. Nel 2016 avviene l’esatto opposto, ci sono molti contendenti di rilievo». Quindi Trump non otterrà la nomination, magari per lasciarla a Bush? «Trump durerà ancora qualche tempo, ma dopo la metà di settembre la gente si appassionerà di più alla politica, lasciando da parte le emozioni passeggere. Jeb ha un ottimo profilo, ma in quanto fratello di George W. si troverà di fronte a un sacco di ostacoli. In più, è percepito come un candidato del passato, e per giunta non del “suo” passato, ma della sua famiglia. È quasi un peccato, date le sue capacità, ma non può farci nulla: è già sulla difensiva sull’Iraq, e questo non contribuisce a renderlo popolare».

«Jeb Bush ha un ottimo profilo, ma in quanto fratello di George W. si troverà di fronte a un sacco di ostacoli. È quasi un peccato, date le sue capacità»

Se Atene piange, Sparta non ride. Perché anche nella metà campo democratica lo scenario appare ben lungi dall’essere definito. Per Morrissey, la gente è stufa del partito dell’asinello, e l’attuale atmosfera ricorda da vicino quella che si respirava nel 2008, a parti invertite. «Dopo otto anni di Bush, all’epoca, la gente voleva qualcosa di completamente nuovo. Chiedeva il cambiamento e scelse Barack Obama, che non aveva alcuna esperienza se non nell’Illinois, era un Senatore al primo mandato, privo di un curriculum politico. Nel 2016 è probabile che accada lo stesso, perché il popolo americano non è soddisfatto dell’attuale situazione».

Quindi poche chance per Clinton? «Da una parte, l’era Clinton è ricordata in maniera assai più positiva rispetto all’era Bush. Dall’altra, tuttavia, Hillary è una persona che è stata a Washington per quasi venticinque anni, come First Lady, come Senatrice, come Segretario di Stato: non è di certo un volto nuovo, e dubito che ciò possa darle appeal per chi ha desiderio di novità». Al di là dello scandalo delle mail che accompagna Hillary, i Democrats devono anche fare i conti con numerose altre rogne, a cominciare dall’assenza – finora – di una valida alternativa alla candidata inevitabile.

«I Democratici hanno lo stesso problema del Gop nel 2008: non hanno nessuno che possa sfidare Hillary Clinton»

«I Democratici hanno lo stesso problema del Gop nel 2008: non hanno nessuno che possa sfidare Hillary Clinton». E Bernie Sanders, che spopola nei sondaggi e riempie gli stadi? «Sanders è un socialista, è popolare nei college, ma non al di fuori. Ha un appeal alquanto limitato, e difficilmente riuscirà a ottenere un seguito al di fuori della base progressista. A dire il vero, Sanders sarebbe il sogno dei Repubblicani: se riuscisse a ottenere la nomination democratica, il Gop lo asfalterebbe – a prescindere dal loro candidato – e verrebbe drasticamente ridisegnata la carta geografica elettorale, oltre che la composizione del Congresso».

Nessun anti-Hillary all’orizzonte, dunque. «Ci sarebbe Martin O’Malley, ex Governatore del Maryland, l’unico in corsa con chance ragionevoli per essere competitivo, ma recentemente ha avuto qualche difficoltà, in particolare con il movimento Black Lives Matter. E poi c’è Joe Biden, che sarebbe uno sfidante all’altezza: è stato fondamentale nel 2012 nel chiamare a raccolta gli elettori negli Stati decisivi in Ohio, Pennsylvania e Michigan, ed è un politico capace. Tuttavia, presenta molti difetti: non è in grado di coinvolgere le minoranze e le donne, non ha appeal con i giovani. Ma soprattutto, è al Congresso dal 1973, non è bravo nelle campagne elettorali poiché ha sempre perso, e la sua discesa in campo sembrerebbe un terzo mandato di Obama. E la continuità, oggi, non è un argomento vincente».

«Sanders sarebbe il sogno dei Repubblicani: se riuscisse a ottenere la nomination democratica, il Gop lo asfalterebbe – a prescindere dal loro candidato»

Nel 2004, la lotta al terrorismo e la guerra in Iraq. Nel 2008 e nel 2012, l’economia. Nel 2016, ancora non si intravede un tema cardine della campagna elettorale. «Saranno molto probabilmente l’economia e i posti di lavoro, ma ci sarà spazio anche per altre tematiche», ribatte Morrissey. «C’è molta insoddisfazione nei riguardi della situazione economica. Si parlerà molto di politica estera se ci saranno candidati come Hillary Clinton, Joe Biden o John Kerry: ci sono l’avanzare della minaccia di Isis, il caos in Libia, e l’accordo nucleare sull’Iran che non piace a nessuno. Per questo motivo, dubito che un rappresentante dell’amministrazione Obama avrebbe vita facile, perché su tematiche come politica estera e sicurezza nazionale verrebbero messi all’angolo». Meno importanza, invece, avranno questioni ambientali o etiche. «Il cambiamento climatico interessa poco all’elettorato americano: alle ultime mid-term i Democratici ne hanno fatto un cavallo di battaglia, e hanno perso sonoramente. E in secondo piano saranno anche le “social issue”, con l’eccezione del tema dell’aborto, a cuore dei conservatori. Gli elettori vogliono sentire parlare di posti di lavoro, di economia, e di sicurezza nazionale: saranno questi argomenti a fare la differenza, anche nel 2016».