L’America ha paura e non alza i tassi, ma è una mossa molto pericolosa

L’analisi

La Federal Reserve – la banca centrale americana, per gli amici Fed – ha deciso di non decidere. Aumenterà entro fine anno? Probabilmente, ma per ora i tassi rimangono allo 0%. Un nulla di fatto, quindi. Eppure, anche una non-decisione è un segnale potente. Avendo un tasso di disoccupazione al 5,1% e un Pil che nel secondo trimestre del 2015 ha fatto registrare un +3,7%, non dovrebbe esserci il minimo dubbio su cosa fare. E, in effetti, più di un membro del direttivo della Fed aveva indicato settembre come la data del primo rialzo del tasso d’intervento. Ma questo accadeva prima dell’estate, prima cioè del collasso della Borsa cinese e della svalutazione dello yuan.

Nel corso della conferenza stampa Janet Yellen, la governatrice della Fed, ha chiarito che è proprio la Cina l’incognita che pesa sull’economia mondiale e che ha influito sulla scelta di rimandare il tanto atteso rialzo. Non è detto che il rallentamento della Cina si trasformi in un crollo. Ma il rischio non può essere escluso. E, se dovesse materializzarsi, trascinerebbe con sé tutti i paesi, emergenti e sviluppati, che sull’idea di una crescita cinese senza limiti hanno basato il loro modello di sviluppo. 

Non sorprende, quindi, che la reazione della Borsa americana, inizialmente entusiastica, si sia girata in negativo durante la conferenza stampa. La non-decisione della Fed ha infatti confermato che il pessimismo della Bce, dell’Ocse e del Fmi sulla crescita economica nel 2016 è condiviso dalla banca centrale più potente e influente del paese. 

Rimandando il rialzo dei tassi, Janet Yellen ha voluto comprare una polizza contro il rischio di dover fare marcia indietro nel caso di recessione mondiale. Tutto però ha un prezzo

Rimandando il rialzo dei tassi, Janet Yellen ha voluto comprare una polizza contro il rischio di dover fare marcia indietro nel caso di recessione mondiale. Tutto però ha un prezzo. La liquidità pompata in eccesso sostiene l’economia ma genera bolle speculative nei mercati finanziari. Continuare ad alimentare una bolla speculativa può essere estremamente pericoloso. Se scoppia quando è ancora “piccola” e l’economia è in ripresa, le conseguenze “reali” possono essere gestite. Se invece scoppia quando ha raggiunto dimensioni enormi e l’economia è in rallentamento, le conseguenze possono essere drammatiche.

Le bolle speculative, inoltre, generano due effetti collaterali estremamente negativi: aumentano la diseguaglianza sociale e azzerano il valore segnaletico dei prezzi. Il primo effetto è dovuto al fatto che i patrimoni sono concentrati nelle mani dei più ricchi. Il secondo è che il prezzo di mercato non riflette più le aspettative degli operatori sulla credibilità ad esempio della politica fiscale (nel caso delle obbligazioni governative) o sulla redditività delle aziende quotate (nel caso delle azioni). Gli spread si azzerano e non si capisce più se sotto la cenere ci sia il fuoco che cova. Pronto a divampare non appena la banca centrale fosse costretta a ridurre o interrompere il Quantitative Easing o abbandonare l’anomalia dei tassi zero. 

Janet Yellen ha comunque tenuto a sottolineare che la trasformazione del rallentamento cinese in una recessione è un rischio estremo, non una certezza. Lo scenario più probabile per la Fed rimane quello di un primo rialzo dei tassi entro la fine dell’anno. E questo è invece un rischio che il Governo italiano farebbe bene a non dimenticare mai. Come sta per finire la “normalizzazione” della politica monetaria negli Usa, c’è da augurarsi che anche in Europa prima o poi si possano determinare le condizioni per mettere fine all’anomalia dei tassi negativi. A settembre del 2016, se Mario Draghi avrà vinto la scommessa, lo scenario deflazionistico sarà scongiurato e l’economia sarà in condizioni sufficientemente buone da rendere possibile la “normalizzazione” anche in Europa. Prima con la fine del quantitative easing e successivamente con il ritorno a tassi d’interesse positivi.

Nel Bollettino pubblicato oggi, la Banca Centrale Europea invita i governi dell’Eurozona a usare il dividendo del quantitative easing per ridurre i deficit pubblici, non per alimentarli

Come dice Warren Buffett, è solo quando si abbassa la marea che si capisce chi sta nuotando senza mutande. Più elegantemente, nel Bollettino pubblicato oggi, la Banca Centrale Europea invita i governi dell’Eurozona a usare il dividendo del quantitative easing per ridurre i deficit pubblici, non per alimentarli. Il riferimento alla politica fiscale di Renzi e Padoan è esplicito. Se il Tesoro avrà messo fieno in cascina, non avrà nulla da temere. Ma, se il Tesoro avrà buttato via il regalo della Bce finanziando riduzioni di tasse senza alcuna valenza produttiva (gli 80 euro o l’abolizione dell’Imu/Tasi prima casa), allora, quando ci sarà, l’aumento della spesa per interessi potrà avere conseguenze dolorosissime per l’Italia.

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