Il casoStefano Benni rifiuta il Premio De Sica consegnato dal ministro Franceschini

Lo scrittore avrebbe dovuto ricevere la medaglia prevista dal Premio dalle mani del ministro dei beni culturali Dario Franceschini, ma ha preferito declinare spiegando le sue ragioni su Facebook

«Non mi sembra ci sia molto da festeggiare». E fosse per me basterebbero queste parole per scrivere l’articolo, perché non c’è granché da aggiungere, tanto è cristallino e potente il concetto. Non c’è niente da festeggiare, né sorrisi da fingere, mani da stringere, targhe o coppe o bottiglie da agitare davanti ai fotografi. Rifiutando il Premio De Sica, Stefano Benni dà uno schiaffo in faccia a Franceschini, al Governo e a tutti gli assopiti e i distratti, dicendo sveglia! e ricordandoci come si comportano gli scrittori.

Breve resoconto dei fatti. Il Premio Vittorio De Sica, nato nel 1975, ogni anno viene attribuito “a personalità di rilievo nel campo del cinema e delle altre arti, della cultura, delle scienze e della società: per il complesso della loro carriera o per meriti rilevati nel corso dell’anno preso in esame”. Ai vincitori spetta una medaglia scolpita da Pericle Fazzini ed essendo il Premio sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica può capitare che a consegnare le medaglie sia il Presidente in persona (Napolitano lo ha fatto in più occasioni) oppure il Ministro dei Beni Culturali. Un riconoscimento, insomma, che se non si può definire in senso stretto governativo porta comunque, al momento della consegna, gli omaggi del Governo.

E il problema è proprio questo, almeno per Stefano Benni, che davanti alla prospettiva di dover ricevere il De Sica dalle mani di Dario Franceschini ha detto no grazie, spiegando le proprie motivazioni in un post su Facebook:

Un elogio va anzitutto al tono del rifiuto, in cui l’eleganza e la calma danno spessore a una polemica che le urla isteriche avrebbero soltanto mortificato e depotenziato, offrendo ai detrattori il fianco bello e pronto da infilzare. Sì, perché la cifra stilistica della politica italiana, da decenni, consiste nella sordità, quella sordità che obbliga necessariamente ad alzare la voce. Così tutti si urlano addosso, chi per davvero e chi per finta, e la protesta vera e legittima affoga in un oceano farsesco, equiparata a tutte le altre grida in una squallida confusione ad alto volume che livella e dunque controlla. Se cerchi di uscirne devi forzare questa barriera del suono, strabuzzare gli occhi, farti male alla gola e abbrutirti, ottenendo nient’altro che sorrisi di olimpica compassione da chi bonariamente ti dice che ad agitarti così fai solo la figura del gufo.

Il rifiuto di Benni perciò riscrive anzitutto lo stile della protesta, innalzandone di conseguenza il contenuto. Perché oggi si dovrebbe rifiutare un Premio che ha omaggiato alcuni dei migliori italiani degli ultimi quarant’anni? Oggi più che mai, viene da rispondere sull’onda di ciò che scrive Benni. Perché un premio per meriti culturali consegnato da chi rappresenta un Governo che considera la cultura «l’ultima risorsa e la meno necessaria» è un paradosso, un controsenso, una presa in giro, un insulto. Si dirà che Benni esagera, che rispetto al passato, che stiamo andando nella direzione giusta, che qualcosa si sta facendo ma le valutazioni politiche le lascio a chi di politica ci campa, direttamente o indirettamente, e a chi ci crede.

Un premio per meriti culturali consegnato da chi rappresenta un Governo che considera la cultura «l’ultima risorsa e la meno necessaria» è un paradosso, un controsenso, una presa in giro, un insulto

Ciò che conta è il significato del gesto di Benni, un significato senz’altro politico, perché la politica è prendere posizione, che restituisce però valore, spessore e solennità all’atto pubblico con cui si esprime la propria opinione, perché qui è uno scrittore che alza il dito e dice no. Questo non vuol dire che il dito di uno scrittore ha più valore del dito di qualcun altro, ma è indubbio che qualche decennio fa non si bestemmiava se si diceva che gli esponenti della cultura erano anche esponenti della classe dirigente, quella che indica la strada, anima l’intelletto del Paese e quindi dirige, col proprio esempio. Un tempo gli scrittori, i grandi scrittori, facevano nient’altro che questo, attraverso la propria opera.

Oggi non è più così, perché non è più così da tanto. Il disinteresse più o meno interessato spinge verso i margini, oppure al centro. Ci si discosta o ci si mimetizza, si scuote la testa nell’ombra oppure si sorride ai fotografi. Poi però ogni tanto qualcuno si ricorda e ci ricorda che il mazzo dell’intellettuale non ha solo due carte e che si può fare anche altro. Si possono rifiutare i premi, con piglio antigovernativo, e si possono esprimere le proprie opinioni, finendo in tribunale per istigazione a delinquere. Si corrono dei rischi, perché di fatto ci si espone, ma bisogna anche ricordare che se uno scrittore non voleva esporsi poteva restarsene nella propria stanzetta, a leggersi da solo. Invece la scrittura è anche questo, il che non significa che tutti hanno il dovere di farlo. Solo alcuni, solo quelli che ne hanno la forza, e che probabilmente saranno gli stessi di cui qualcuno continuerà a parlare in futuro.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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