Il sindaco arancioneLuigi De Magistris: «I partiti sono in profonda crisi. Io invece ho risanato Napoli»

Intervista al sindaco partenopeo. Tra diritti civili, rinascita del capoluogo campano ed emergenza criminalità, la promessa per le prossime elezioni: una lista civica, senza partiti, con una partecipazione dal basso

Un quadretto piccolo, rettangolare, con la faccia di Che Guevara e un corno rosso, portafortuna, sulla scrivania. L’ufficio di Luigi De Magistris, sindaco di Napoli, è avvolto in una luce calda. Fuori dalla finestra socchiusa, tende bianche e infissi di legno, cade una pioggia pesante. Il sindaco è appena rientrato dal consiglio della città metropolitana, dove è stato approvato il bilancio. È stanco: giacca blu, camicia, pantaloni dal taglio sportivo, si fa portare un caffè mentre parliamo. «Lei non vuole niente? È sicuro?». Palazzo San Giacomo è nel centro di Napoli, di fronte Piazza Municipio, dove sono aperti gli ultimi cantieri della metropolitana. Da circa quattro anni, da quando De Magistris è stato eletto, i lavori si sono velocizzati e molte stazioni sono state inaugurate. Oggi Napoli è una città diversa: se migliore o peggiore sarà il tempo a dirlo, ma è sicuramente cambiata. E di questo De Magistris è piuttosto sicuro. «C’è stata una vera e propria rinascita della città, un risveglio sull’orgoglio e l’appartenenza, e anche una forte valorizzazione nel momento turistico-culturale». Ieri la Corte d’Appello di Roma lo ha assolto dalle accuse di abuso di ufficio nel processo Why Not. «Sono felice, dite solo che sono felice», spiega. «Sono molto contento, finalmente è stata fatta giustizia. Per me finisce un incubo. È stata una vicenda che mi ha procurato molta sofferenza. L’assoluzione è motivo di grande soddisfazione». Per Luigi De Magistris, comunque, questo è un capitolo chiuso.

Benché ci sia un dibattito politico e istituzionale aperto, c’è l’impressione di essere ancora molto indietro in Italia sulla questione dei diritti civili. E non a caso lei e la sua giunta avete sempre anticipato i tempi, come per il piccolo Ruben, registrato all’anagrafe di Napoli come figlio di due mamme.
Il tema è che in Italia, nonostante sia il paese del diritto, la culla del diritto, sul piano dell’applicazione della Costituzione, soprattutto l’articolo 3 e i diritti e le libertà civili, siamo abbastanza indietro. Di fronte a questo gli atteggiamenti che si possono mettere in campo sono due – anche se in realtà è un po’ più complessa la cosa: o uno prende atto della lacuna legislativa e si ferma, e in realtà in parte è così perché alcune cose non le puoi fare se non si legifera, oppure dobbiamo dire che la Costituzione vive anche attraverso atti che non sono necessariamente di legislazione ordinaria. Quindi abbiamo provato nel corso di questi anni a far vivere la Costituzione nel nostro comune.

Senza una legge dello stato centrale, però, c’è la possibilità che gli atti che avete messo in essere vengano annullati.
È chiaro che non riusciamo a colmare una lacuna legislativa, questo è evidente. Però registriamo dei passi in avanti, sia nel dibattito politico-istituzionale sia nell’applicazione del diritto vivente. Penso al tema sulla cittadinanza onoraria ai figli degli immigrati, con cui anticipammo lo ius soli, il tema del registro delle unioni civili, il tema del testamento biologico, il tema della trascrizione al comune di Napoli dei matrimoni delle coppie omosessuali, e poi da ultimo, quella sicuramente che ci ha posto come primo caso in Italia, la registrazione all’anagrafe di Napoli di un atto di nascita di un bambino nato a Barcellona da due madri.

Un discorso che, in questo modo, si allarga: dai ritardi dell’Italia ai ritardi dell’Europa.
Già questo testimonia di come l’Europa sia molto indietro nella globalizzazione dei diritti e delle lotte civili. Mentre abbiamo una moneta unica da tempo, l’unificazione dei mercati e delle dogane, dal punto di vistai dei diritti civili Barcellona fa una cosa e Roma ne fa un’altra, Napoli ne fa un’altra ancora. L’Italia da una parte, la Spagna dall’altra. Noi siamo in prima linea sul dibattito dei diritti civili e non è solo un fatto solo politico: con questi atti noi produciamo anche effetti giuridici. Quando tali atti vengono trascritti, dai il passaporto e l’assistenza sanitaria; se non avessimo fatto quell’atto il bambino, oggi, sarebbe ancora a Barcellona, sua madre non avrebbe potuto fare il concorso all’Orientale e non avrebbe avuto l’assistenza sanitaria. Qualcuno dice che sono atti simbolici, che è marketing. Ma puoi essere d’accordo o non d’accordo: producono effetti giuridici.

Ogni tanto ricorre questa idea: per sconfiggere la criminalità organizzata e far crescere la sicurezza c’è bisogno dell’esercito. Io dico sì alle forze dell’ordine, ma dico no alla militarizzazione

Un altro tema caldo e attuale è quello dell’emergenza criminalità. Lei si è pronunciato più volte contro l’invio di altri uomini a Napoli. Di cosa c’è bisogno per combattere – o quantomeno colpire duramente – la criminalità organizzata?
Chiariamo innanzitutto il mio pensiero. Io dico sì a più qualità e quantità nelle forze dell’ordine, ma dico no alla militarizzazione intesa come esercito. Ogni tanto ricorre questa cosa: per sconfiggere la criminalità organizzata e per far crescere la sicurezza, c’è bisogno dell’esercito. Quando io dico no alla militarizzazione mi riferisco a quello. Invece ben vengano rafforzamenti delle pattuglie ordinarie. Ma se fai solo questo sicuramente migliori un senso complessivo della sicurezza percepita, ma non lavori in profondità. Ovvero per estirpare il crimine, tutto il crimine organizzato, devi lavorare non solo sugli apparati investigativo-repressivi ma devi lavorare molto su un cambiamento di mentalità. Cercando di far crescere le opportunità di investimento e di attrazione di investimento nella città. Questo è un lavoro complessivo che va fatto e che deve mettere in campo un’azione corale. Perché la lotta al crimine organizzato non è più un qualcosa di delegabile, è qualcosa che investe la società nel suo insieme. Deve riguardare le famiglie, deve riguardare le fabbriche, deve riguardare le scuole, le università, la politica, le Istituzioni…

Molto spesso, però, non è questo quello che viene percepito dalla cittadinanza.
Certe volte sembra che non ci sia una consapevolezza complessiva. Però in questo devo dire anche che soprattutto nel mezzogiorno – e io conosco molto bene le realtà campane e calabresi – in questi anni è cresciuta molto la sensibilizzazione e l’impegno su questi temi, finanche una classe dirigente in grado di saper contrastare la criminalità organizzata in maniera efficace. Quindi credo che il tema sia molto su questo, sul culturale. Solo con le forze dell’ordine hai la sensazione di fare un passo in avanti, ma non affronti il problema alla radice.

L’operazione più importante che abbiamo fatto, poco percepita, è il risanamento dei conti. Il Comune di Napoli era fallito. Aveva un miliardo e mezzo di debito, 850 milioni di disavanzo, pagava a quattro anni i creditori, stavano per chiudere tutto e non garantire i servizi. Oggi Napoli ha i conti corretti, risanati, certificati. Paga a 30 giorni i creditori

Lei si è ricandidato per le prossime elezioni al Comune di Napoli. Perché crede sia importante terminare un ciclo di dieci anni di amministrazione, e soprattutto quali sono i primi obiettivi che si è già imposto?
Innanzitutto consolidare. Quello che abbiamo conquistato non è per sempre. Potrei citare i rifiuti, come potrei citare questo risveglio, le energie che abbiamo liberato, il risanamento dei conti, l’onestà, cacciare fuori gli interessi, non consentire agli affari e alla camorra di interloquire – queste cose vanno consolidate e vanno allargate. Bisogna aumentare il numero di persone che credono in questo progetto. E soprattutto bisogna raccogliere e mettere in sicurezza i tanti frutti del duro lavoro. Io credo che forse l’operazione più importante che abbiamo fatto, che non è troppo percepita a livello di consenso immediato e di comunicazione, è il risanamento dei conti. Il Comune di Napoli era fallito. Aveva un miliardo e mezzo di debito, 850 milioni di disavanzo, pagava a quattro anni i creditori, stavano per chiudere tutto e non garantire i servizi. Oggi Napoli ha i conti corretti, risanati, certificati. Paga a 30 giorni i creditori. Partecipano alle gare, arrivano gli investitori, vogliono fare tantissimi eventi sportivi e culturali, questo va consolidato.

Ma la sua “rivoluzione arancione” non si è fermata a questo…
Io penso anche a un altro tema; penso all’onestà e al coraggio e all’autonomia. In questi anni abbiamo lavorato in piena onestà, in piena autonomia e con coraggio perché abbiamo retto a momenti difficili e abbiamo tenuto fuori i mercanti dal tempio, per usare un termine religioso in un contesto laico. Per questo ho deciso di ricandidarmi: vorrei consolidare questo per lasciare dopo una situazione stabile. Perché mi rendo conto che non è ancora stabile, che c’è ancora tanto da fare e credo anche che le proiezioni che abbiamo sono molto interessanti. Napoli è tornata a essere una città internazionale. Poi c’è il lavoro sull’ordinarietà – questo sicuramente. Questa è una città che soffre, che deve recuperare sui servizi minimi; è una città che deve attrezzarsi per essere città turistica. Si sono fatti passi in avanti, ma c’è ancora da fare. La macchina amministrativa, per esempio: dove bisogna maggiormente snellire, semplificare.

Io non sono un politico. Io vengo dalla magistratura. Non ho un’avversione pregiudiziale per i partiti, anzi. Hanno fatto la storia repubblicana di questo paese. Ma sono in caduta libera. Senza voler generalizzare troppo sono in crisi, in crisi profonda

Parlava di “mercanti” tenuti fuori dal tempio. Si riferisce ai partiti? È per questo che ha deciso di candidarsi da solo?
Per questo e per l’esperienza. Io non sono un politico. Io vengo dalla magistratura. Non ho un’avversione pregiudiziale per i partiti, anzi: sono nella Costituzione e hanno fatto la storia repubblicana di questo paese. È l’esperienza. I partiti sono in caduta libera. Senza voler generalizzare troppo, però è vero che sono in crisi, in crisi profonda. Secondo me l’esperienza dell’autonomia e di un nuovo modo di fare politica, cioè cercando di connettersi più sul basso, inteso come la gente, il popolo, le associazioni, i comitati, i movimenti, le pratiche di autodeterminazione e di autogestione, andando veramente per vicoli, nelle riunioni, nelle assemblee, nei luoghi della sofferenza, nei cortei – questo ha fatto anche crescere una partecipazione politica forte che non c’era qualche anno fa. E credo che questa esperienza vada allargata e non ingabbiata nella liturgia di una politica da una parte vecchia e stantia; da quello che io ho visto in questi anni non sarebbe male portare parte di quest’esperienza nei luoghi della rappresentanza politica.

Il suo primo mandato non è ancora finito. Ma se dovesse tirare un bilancio approssimativo, quali sono le cose che non rifarebbe?
Due soprattutto. Una è il sostegno che diedi a una lista politico-elettorale nella campagna del 2013. Perché secondo me avendo fatto io il sindaco a tempo pieno quel tipo di appoggio fu percepito come un mio distogliermi dalla vita amministrativa. La seconda: all’inizio del mio mandato, presi dall’entusiasmo di voler immediatamente incidere sulla mobilità cittadina e su alcuni temi, facemmo una ZTL troppo dura; non c’era un livello di trasporto pubblico capace di reggere sul piano alternativo e la città veniva tagliata un po’ in due. Fu un’esperienza dura. Credo che adesso abbiamo trovato un punto di equilibrio.