Soldi e PoliticaVia i rimborsi elettorali, ma chi pagherà la politica nel 2017?

La risposta è: i cittadini. Ma è più complesso del previsto. Il 2X1000 non è sufficiente e i partiti non conoscono le strategie di foundraising che funzionano per esempio negli Stati Uniti. Mentre la Clinton e Obama chiedono soldi anche agli europei

Ogni anno da febbraio fino a giugno un caleidoscopio di colori fiorisce nelle nostre città. Non è la primavera che esplode, è la comunicazione del 5 per mille a cui migliaia di organizzazioni, associazioni e da alcuni anni anche i comuni si affidano per raccogliere le risorse necessarie per la propria nobile missione.

Campagne che si sono fatte sempre più raffinate e ricercate perché la torta è grande – oggi fissata a 500 milioni di euro – ma allo stesso tempo è quasi sterminato il numero di soggetti grandi e piccoli che vi concorrono. Il “campione” di questa speciale disciplina della raccolta fondi è da anni l’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC) che riceverà sulle dichiarazione del 2013 circa 55 milioni di euro da oltre 1.700.000 contribuenti. Emergency segue con ampio distacco, 12 milioni di euro da 424.000 contribuenti. Entrambe le organizzazioni sono tra le principali protagoniste della particolare fioritura primaverile, investendo milioni in pubblicità e in svariate altre forme di comunicazione. Uno sforzo che nel loro caso sembra ampiamente ripagato.

Energie e risorse che la politica italiana fino ad oggi ha risparmiato dato il generoso finanziamento pubblico elargito ai partiti politici ma che va assottigliandosi per scomparire entro il 2017. Vale la pena capire come le organizzazioni, i movimenti e i partiti politici si stiano preparando a questo cambiamento epocale. Sicuramente la politica si sta muovendo rapidamente, dato che il terzo settore ci ha messo dieci anni per far diventare legge il 5 per mille, mentre il 2 per mille è diventato legge dello Stato nello spazio di pochi mesi.

Il 2 per mille, occorre ricordarlo, è il principale strumento previsto per permettere ai cittadini di destinare una parte delle proprie tasse all’organizzazione politica che si vuole sostenere. Mentre il terzo settore deve attendere mediamente due anni per conoscere l’esatto ammontare delle donazioni, nel 2015 sono stati dichiarati i dati del 2013, la classe politica ha evidentemente un canale privilegiato con l’Agenzia delle entrate, permettendo al premier Renzi di dichiarare a luglio di quest’anno che oltre 500.000 cittadini avevano firmato per il PD nel 2014, per un totale di oltre 5,5 milioni di euro.

Un risultato straordinario se paragonato ai poco meno di 200.000€ raccolti dallo stesso PD nel 2013. Milena Grieco fino allo scorso luglio responsabile fundraising per il PD ed ancora oggi affianco al Tesoriere Francesco Bonifazi spiega come: «Il buon risultato di quest’anno, sia dipeso da una molteplicità di fattori. Un grosso lavoro è stato fatto sui circoli, nonostante molti di loro fossero impegnati in appuntamenti elettorali. Anche i canali social sono stati utilizzati informando tutti i contatti attraverso il sito PD e newsletter dedicate a ricordare le scadenze e per diffondere il codice M20 (necessario per la donazione). Anche i parlamentari e dirigenti hanno contribuito a diffondere le informazioni fra i loro contatti».La strategia di raccolta fondi del Partito Democratico sembra però partire da più lontano.

«Il Pd realizza campagne di raccolta fondi, dalla sua nascita, la prima campagna è stata realizzata proprio in occasione delle elezioni politiche del 2008 con Veltroni segretario. Ovviamente la scelta di procedere per un’abolizione del finanziamento pubblico (sotto forma di rimborsi elettorali), prevede un rafforzamento importante delle attività di raccolta fondi. A parte quelle già strutturate da tempo, il Pd si è attivato con altre attività, per esempio le due cene di finanziamento dello scorso inverno, e come prevede la nuova normativa, con lo strumento del 2×1000. Inoltre se 550 mila cittadini ci hanno donato il 2×1000, vuol dire che hanno fiducia nel Pd, che ne condividono la visione e la mission tanto da affidargli una quota di risorse in denaro per portarla avanti»


Milena Grieco, responsabile foundraising Pd fino a luglio 2015

In un momento storico così delicato, dove la credibilità della classe politica è spesso messa in discussione, i numeri del Partito Democratico assumono una doppia valenza, economica e politica, ma sembrerebbero anche indicare una maturità del sistema politico italiano, pronto a “staccarsi” definitivamente dai rimborsi elettorali per confrontarsi in maniera diretta con i propri sostenitori. Rimane qualche perplessità, Raffaele Picilli, esperto in fundraising per la politica che quotidianamente studia e descrive il fenomeno ha una chiave di lettura molto diversa: «Non so se davvero nel 2017 il finanziamento pubblico ai partiti non ci sarà più. Ad oggi, questo prevede la legge, ma sul domani non vi è certezza… I partiti sono macchine costose da mantenere e non si vedono campagne di fundraising in atto. Nessuno sta facendo investimenti. Incontro spesso politici o aspiranti politici che hanno voglia di avvicinarsi al fundraising ma sono pochi quelli disposti a mettersi in gioco veramente. Dicono di aver paura a chiedere soldi, riducendo tutto alla richiesta economica, ma il fundraising non è chiedere soldi, è molto di più. Qualcuno è convinto che il termine fundraising sia traducibile con raccolta di fondi e si comporta di conseguenza. Sbagliando, purtroppo. Per fidelizzare i donatori servono anni e il 2017 è domani».

Come l’elettore italiano si pone e si porrà in futuro rispetto al finanziamento/sostentamento diretto del proprio partito?

Questo è un problema che nessuno vuole affrontare. I partiti hanno creato, nel passato, molte Fondazioni e queste detengono notevoli patrimoni immobiliari. Il mattone oggi assicura un minino di certezze ad apparati che costano milioni di euro l’anno. Ma questo non basta. In Italia non si è capito che se un cittadino dona denaro ad un al partito , molto probabilmente voterà anche per quel partito. Il fundraising è partecipazione viva è condivisione di valori. Alla base del fundraising per la politica c’è il programma elettorale che rappresenta l’anello tra partito e donatore, è l’incipit del rapporto di sostegno.

Dopo la società liquida, la politica liquida anche l’elettore è liquido? Non si lega più al partito attraverso la tessera, ma lo sostiene con il 2 per mille, pronto a sostenere qualcun altro con i propri soldi (e il proprio voto) se non si sente rappresentato?

A mio avviso, non è il 2 per mille che legherà il cittadino al partito, serve molto altro. Serve che il cittadino si senta nuovamente partecipe della vita di un partito.

«Per questo servono strategie di fundraising e di coinvolgimento attivo. Il tesseramento è ancora uno dei pilastri del finanziamento dei partiti, ma bisogna cambiare metodologie e motivare i militanti»


Raffaele Picilli, consulente foundraising per Non Profit e Enti Pubblici

Un movimento come i 5 stelle che non hanno alle spalle il patrimonio immobiliare dei grandi partiti come potrà sostenersi sul lungo periodo?

È una domanda che ho fatto spesso a molti politici del Movimento. Ho sempre avuto risposte contradditorie. Mi dicono, dalla base, che avrebbero bisogno di fare fundraising ma poi si limitano a raccogliere fondi solo in occasioni di eventi. Il loro è un elettorato concentrato sul web e questo vuol dire molto quando si parla di raccolta fondi. La donazione online è immediata, semplice e veloce ma funziona solo con le tecniche di comunicazione giuste.

Almeno per la raccolta fondi, ci avvicineremo sempre di più “all’americanizzazione” della politica?

Gli Stati Uniti sono lontani dall’Italia. Possiamo copiare ed adattare alcune tecniche di fundraising e di coinvolgimento dei cittadini, ma non avremo mai la stessa visione della raccolta fondi o della gestione dei volontari. È una questione di cultura e di sensibilità che non abbiamo e non credo che avremo. In Italia la politica si deve impegnare a cambiare filosofia e a ritornare, paradossalmente, al passato.

Non saremo mai come gli americani. Abbiamo una visione delle donazioni differente, per storia, credo religioso e cultura civica. Possiamo interessarci alle loro tecniche di fundraising ma non cambieremo la testa dei nostri donatori. In dieci giorni, Hillary Clinton, mi ha scritto attraverso il suo staff cinque volte per chiedermi una donazione per la sua campagna elettorale. Mi chiede perché non rispondo ai suoi appelli e mi ha scritto anche dalla sua email privata. Da noi, oggi, tutto questo sarebbe impensabile. In Italia manca il coinvolgimento degli elettori, per questo il fundraising può essere la leva del cambiamento. Certo, ci vorranno anni per vedere risultati stabili.

E nell’ attesa che tutto questo cambi, anche Barack Obama chiede un contributo , si potrà donare in Euro?

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