PsicologiaL’Expo è finito, inizia l’hangover

L’Expo è stata una sbornia emotiva, oltre che economica, e ora ci lascia in eredità un hangover, uno stato d’animo passeggero sul quale non si deve costruire una narrazione di se stessi e della nostra nazione

L’Expo ci ha fatto bene, ha dato energia ed euforia. Non si tratta solo di dati economici. Bisognosi come siamo d’incoraggiamento e di approvazione, sentirci con l’Expo ammirati e stimati ci ha fatto bene. Ci voleva una sbornia dopo anni di depressione e tedio di noi stessi. Ora dobbiamo gestire l’hangover, gli effetti fisiologici spiacevoli dopo una nottata di dissipazione passata a consumare bevande alcoliche. Mal di testa, nausea, letargia, irritabilità e intollerabilità di ogni minimo fastidio, fosse anche un po’ di luce e rumore, e poi tanta sete.

L’Expo ci ha fatto bene, ha dato energia ed euforia. Non si tratta solo di dati economici. Bisognosi come siamo d’incoraggiamento e di approvazione, sentirci con l’Expo ammirati e stimati ci ha fatto bene.

Non si è mai capito bene da cosa dipende l’hangover. Fisiologicamente, si parla di disidratazione, ipoglicemia, intossicazione da acetaldeide e infine carenza di vitamina B12. Tutti fattori plausibili, anche se insufficienti a spiegare tutto. Almeno così scrive la studiosa Gemma Prat, un’esperta di sbornie che vorrei avere per amica.

L’Expo è stata una sbornia emotiva, oltre che economica. E una sbornia relazionale, se mi passate il termine tecnico. Ovvero un momento in cui ci siamo sentiti al centro del mondo, non affetti dal nostro eterno dubbio di essere un paese anomalo, un paese particolare.

Se dovessi dire quali sono i rischi dell’hangover post-Expo, il principale è quello legato al mancare di questa tribuna psicologica che è stato l’Expo e della quale abbiamo fin troppo bisogno, un luogo che ci rassicuri di non essere anomali, di essere un paese normale.

L’Expo è stata una sbornia emotiva, oltre che economica, e ora ci lascia in eredità un hangover, uno stato d’animo passeggero sul quale non si deve costruire una narrazione di sé stessi e della nostra nazione

Tutto questo non ci fa bene. Almanaccare continuamente sull’essere o meno un paese normale, chiedersi continuamente se si è veramente nella norma, rammaricarsi di non essere accettati nel club dei normali a ogni piè sospinto per le occasionali o anche frequenti prese in giro degli altri non ci fa bene. Secondo una nota ipotesi psicologica, non è utile tornare con la mente sui propri supposti difetti, sulle proprie supposte anomalie. È illusoria e ingannevole la sensazione che star lì a concentrare l’attenzione sui propri difetti sia d’aiuto. In realtà è un atteggiamento sterile, perfino dannoso, che perpetua e aggrava i problemi. Somiglia al pensiero propositivo e produttivo, ma non dobbiamo cascarci. Si tratta di un pensiero povero, ripetitivo e banalmente giudicante, singolarmente privo di vere informazioni e indicazioni per il futuro.

Eppure in esso ci crogioliamo in un eterno hangover auto-flaggellatorio, illudendoci che si tratti di una benefica autoanalisi redentrice e finalmente decisiva, capace di darci quella normalità a cui aneliamo disperatamente.

Ben strana normalità, del resto, che consisterebbe in un essere al centro della stima altrui e nel contempo nell’aderire a un misterioso parametro di civiltà, vagamente corrispondente a quello di una generica sfera di cultura nordica, variamente declinata in base a i gusti personali, ora inclinanti verso il Nordamerica e ora verso il Nordeuropa.

Sarebbe interessante fare una storia sociale di questo secolare rimuginio italiano sull’essere anomali, quasi che la storia si riduca a una dicotomia tra uno sviluppo normale, quello altrui, e uno anormale, il nostro.

Sarebbe interessante fare una storia sociale di questo secolare rimuginio italiano sull’essere anomali, quasi che la storia si riduca a una dicotomia tra uno sviluppo normale, quello altrui, e uno anormale, il nostro. Al contrario di quel che si crede, quest’attitudine malmostosa e perennemente scontenta nacque in ambienti tendenzialmente di destra. Non di destra liberale o liberal-conservatrice, non nella destra storica di Cavour, Minghetti e Ricasoli che fece l‘Italia e che anzi aveva un atteggiamento poco propenso alla lagna e all’analisi inutilmente ripetitiva e dettagliata di un supposto carattere nazionale più o meno tarato.

L’ossessione nacque semmai in ambienti nazionalistici che rinnegavano l’Italietta liberale a loro parere non all’altezza del suo alto destino. Solo recentemente questa attitudine si è spostata a sinistra, quasi a riempire un vuoto ideologico creatosi dopo il crollo del muro. Questo però è un altro articolo, torniamo al nostro hangover post-Expo.

In poche parole, dell’Expo possiamo prendere quel che c’è di buono e che in fondo si riduce a quel che si è fatto, sia per la coscienza alimentare del pianeta che per l’economica di questo paese e di Milano. Il resto sono chiacchiere, rimuginii, parole e vuoti rammarichi senza un perché, anche se apparentemente lo hanno. Un hangover è un hangover, uno stato d’animo passeggero sul quale non si deve costruire una narrazione di sé stessi e della nostra nazione. Racconti simili, se proprio necessari, abbisognano di appuntamenti meno effimeri.

Prat, G., Adan, A., Sánchez-Turet, M. (2009). Alcohol hangover: a critical review of explanatory factors. Human Psychopharmacology: Clinical and Experimental, 24, 259–267.

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