Tinagli: “Per sostenere la crescita, servono vie alternative al credito”

Il sistema produttivo italiano ha potenziale: tra i canali per accedere al credito la quotazione in borsa è una grande opportunità

Onorevole Tinagli, mentre il governo è alle prese con le turbolenze legate al sistema bancario italiano, la domanda di credito delle imprese nell’ultimo trimestre 2015 è salita del 8,5 per cento (secondo i dati Crif/Eurisc), il dato migliore registrato dal 2008. Il sistema produttivo italiano ha bisogno di nuovi canali di accesso al capitale oppure bastano le banche?
I dati sulla domanda di credito ci dicono che le imprese stanno riprendendo ad investire e a crescere e non può che essere un dato positivo. Ma proprio per sostenere questa crescita è necessario pensare a nuovi canali di accesso al capitale, soprattutto per quelle società di capitali che hanno maggior potenziale di crescita. Le banche da sole possono bastare per le imprese individuali, per quel 32% delle richieste di credito che sono sotto i 5000 euro, ma per gli investimenti più consistenti bisognerebbe cominciare a diversificare di più. Farebbe bene alle imprese, e anche alle banche stesse. Non dimentichiamoci che una parte consistente dei loro crediti deteriorati che tanto ci preoccupano di questi tempi sono crediti alle imprese.

Venture capital, minibond, private equity. Sono solo alcuni degli strumenti alternativi utilizzati per finanziare le piccole e medie imprese. In Gran Bretagna, ad esempio, il 2015 è stato l’anno record per il venture capital investito nelle imprese tecnologiche: 3,6 miliardi di dollari, ovvero oltre il 70% in più rispetto al capitale di rischio raccolto dai britannici nel 2014, che ammontava in tutto a 2,1 miliardi di dollari. Eppure in Italia sembrano non sfondare. Cosa potrebbe fare lo Stato per incentivare questi meccanismi d’investimento?
La Gran Bretagna da venti anni ha uno schema di incentivazioni fiscali piuttosto consistenti per gli investimenti nel capitale delle imprese non quotate da parte di Fondi specializzati (il Venture Capital Trust Scheme), e certamente questo ha avuto un ruolo nello sviluppo del mercato dei capitali di rischio in quel Paese. Però ci tengo a sottolineare, visto che lei cita le imprese tecnologiche, che anche l’Italia ha messo in piedi un corposo sistema di incentivi per gli investimenti in startup innovative. Ancora è presto per fare un bilancio, ma se dovesse essere sotto le aspettative dovremo interrogarci anche sulla capacità delle nostre startup di essere attrattive. D’altronde le migliori con maggior potenziale non hanno avuto problemi ad attrarre Venture Capital anche prima degli incentivi. Però è vero che siamo scoperti sul fronte delle piccole-medie imprese. Abbiamo la cosiddetta ACE e Super-ACE (aiuto alla crescita economica, una misura per favorire l’aumento di capitale da parte dei soci), ma uno schema come quello inglese, di più ampio respiro, potrebbe dare un bell’impulso alle tante eccellenze del nostro Made in Italy.

Borsa Italiana ha lanciato qualche anno fa Aim Italia, il mercato non regolamentato dedicato alle piccole e medie imprese ad alto potenziale di crescita. Quello della quotazione in borsa può essere un trampolino di lancio per creare valore per le imprese oppure, in tempi di alta volatilità e instabilità finanziaria, è solo un rischio?
La quotazione in borsa è una grande opportunità per tutti: per le imprese, per i mercati di capitali, per il sistema Paese. Non solo perchè agevola l’accesso al capitale, ma perchè implica il rispetto di regole di trasparenza, di correttezza contabile, e stimola la transizione verso criteri di efficienza e managerialità di cui molte nostre imprese hanno bisogno. Però per far funzionare bene questi mercati bisogna che siano densi, ricchi, liquidi. Ma su quel fronte in Italia siamo un pò indietro, le imprese quotate sono troppo poche, e non solo sull’AIM.

C’è chi, come il presidente di Cdp, Claudio Costamagna, ha sollevato, ancora di recente, il tema dello stretto rapporto che c’è tra accesso al capitale e innovazione. Del resto, programmi di sviluppo tecnologico come Industria 4.0 costano. Quali sono le risorse pubbliche che potrebbero essere attivate per aiutare i processi di innovazione industriale?
L’intervento pubblico non implica necessariamente l’elargizione di risorse. Può, come ha fatto questo governo, supportare gli investimenti dando la possibilità di accorciare i tempi di ammortamento, o supportando i processi di internazionalizzazione per far crescere la produzione e coprire prima e meglio i costi, introdurre incentivi per l’assuzione di personale qualificato. Certo, è possibile anche immaginare interventi più diretti con l’utilizzo di fondi pubblici. Cosa che peraltro in Italia esiste già. Il Fondo Strategico Italiano, per l’appunto della Cassa Depositi e Prestiti, ha investito 3,7 miliardi di euro nelle 11 società che ha in portafoglio. Da pochi mesi è partita la società di Venture Capital di Invitalia (ex Sviluppo Italia), con una dotazione di 50 milioni di soldi pubblici e l’obiettivo di raccoglierne altrettanti da investitori privati. Per non parlare degli innumerevoli premi, bandi e concorsi per start-up che sono fioriti in ogni angolo d’Italia. Quello che forse manca è una seria analisi di efficacia ed efficienza di tutti gli interventi pubblici che abbiamo fatto fino ad oggi.

La mano pubblica a sostegno di questi investimenti può essere efficace?
Personalmente ho sempre avuto qualche perplessità sull’uso dei fondi pubblici per supportare investimenti imprenditoriali privati. A meno che non si tratti di prestiti (non a fondo perduto) fatti in settori industriali particolarmente importanti nell’economia di un Paese (come è stato l’intervento sull’automotive negli Stati Uniti per esempio). Ma se parliamo di start-up e PMI e di strumenti come il Venture Capital o il private equity non possiamo pensare che lo Stato si sostituisca agli imprenditori o agli investitori. Non è tanto ideologicamente sbagliato quanto economicamente inefficiente. Il Venture Capital o il Private Equity funzionano perchè chi sceglie le imprese e mette i soldi conosce il settore e rischia di tasca sua, per questo fa una selezione attentissima dei progetti e poi li segue passo passo nel percorso di crescita. Negli interventi pubblici chi sceglie dove mettere i soldi solitamente non rischia soldi suoi ma dei contribuenti. Questo può distorcere il processo decisionale e produrre inefficienze (se si aggiunge che chi fa queste scelte spesso ha una nomina politica, i rischi di distorsione aumentano). Se quelle risorse pubbliche fossero investite in una riduzione del carico fiscale sugli investimenti privati (per esempio sul modello inglese citato prima) si avrebbe una leva assai maggiore ed effetti meno distorsivi.