Reportage“A Cuba non ci sono piccoli problemi, solo grandi problemi”

La faccia doppia dell’isola di Castro, tra regole e creatività per infrangerle. L’arte di arrangiarsi alla cubana che avrebbe da insegnare a molti guru della sharing economy

«A Cuba non ci sono piccoli problemi, solo grandi problemi». Felix è un professore di storia in pensione. Origini campesine, della zona di Vinales, gestisce una casa particular nel quartiere El Vedado, a L’Avana, i insieme alla moglie Lidia. Appena arrivi sull’isola, ti offre un rum, ti invita a sederti in giardino e “ti spiega” Cuba.

«Tranquilo, tranquilo», ripete a chi gli chiede delucidazioni su trasporti, orari, prenotazioni. Sarà per l’embargo e l’isolamento dal resto del mondo, ma qui il tempo scorre a modo suo. Se arrivi in orario aspetti, e se ritardi aspettano te, senza lamentarsi. In queste giornate che non vanno mai come avevi programmato, non potendo risolvere i «grandi problemi», i cubani sono artisti nella gestione di quelli «piccoli».

Creativi, ingegnosi, a volte venditori di fumo. Tutto è doppio a Cuba, dalla moneta (c’è la moneda nacional per i cubani, e il Peso cubano convertible, Cuc, per i turisti) agli autobus (quelli solo per cubani e il Viazul, aperto a tutti) fino alla fila per comprare il gelato di Stato Coppelia (quello preferito di Fidel). Se ti siedi con i cubani al bar, persino il conto è doppio. Forse per questo, qui, si cerca sempre una via alternativa. Costretti a rispettare le regole del regime, i cubani sono sempre pronti a trovare nuovi modi per infrangerle. Se sei un turista e per il gelato Coppelia ti tocca la fila più lunga, in Cuc, ci sarà qualcuno che ti proporrà di fare la fila cubana, in moneda nacional, per te. E anche i sigari, puoi comprarli nei negozi, ma appena sali su un bicitaxi ti propongono quelli del mercato nero.

Lo stesso vale per Internet. Il World Wide Web a Cuba, come tutto, è una questione di Stato. E pochi possono permetterselo a casa. Fino a meno di un anno fa, si comprava una tarjeta (una sorta di scheda telefonica) per un’ora di navigazione nei punti Etecsa. Da aprile 2015 il governo ha messo a disposizione una trentina di hotspot wi-fi, cinque solo a L’Avana. E da allora sono cominciate le adunate. Si esce per andare a connettersi. Strade, marciapiedi e aiuole vicine agli hotspot nel pomeriggio si affollano di gente con computer e smartphone. Internet, a Cuba, si fa in piazza, non a casa.

Ma c’è sempre qualcuno più creativo. Anche perché il wi-fi di strada costa poco più di 2 dollari l’ora. Tantissimo se si pensa che il salario è di 20-25 dollari al mese. A L’Avana, nella affollata piazzetta di fronte al famoso bar “Floridita” con la statua di Hemingway intento a chiedere un daiquiri al bancone, due ragazzini di non più di vent’anni hanno creato un hotspot con un piccolo notebook. Un solo Cuc e ti offrono la connessione per un’ora. Gli dai lo smartphone, loro digitano un codice e sei connesso. Turisti e cubani si radunano attorno ai due ragazzi. Loro chiedono di spostarsi per non dare troppo nell’occhio. Internet, a Cuba, è anche merce di contrabbando. C’è chi chatta su Facebook, ma la maggior parte arriva in gruppo e si raduna attorno allo schermo di uno smartphone per una videochiamata con i parenti immigrati oltre quel mare, negli Stati Uniti. Gli auricolari passano di orecchio in orecchio e scende pure qualche lacrima.


Mentre il mondo oltre le coste cubane si riempie la bocca di parole come sharing e riciclo, i cubani queste cose le fanno da sempre. Le case particular avrebbero da insegnare ai pionieri di AirBnb. Chi ha una stanza in più, la affitta ai turisti. Senza piattaforme web, fotografie, stelline di valutazione. Ti affacci e chiedi se è libera. Se non c’è posto, ti mandano da un amico lì accanto. Una rete informale, fatta di passaparola, che funziona anche tra città diverse. Ogni casa particular a L’Avana, dove di solito i turisti atterrano, ha il suo elenco di case amiche nel resto dell’isola. È così che viaggiano in tanti. Senza pubblicità, che qui non sanno nemmeno cosa sia. Ognuno ti lascia il suo bigliettino, la maggior parte delle volte scritto a mano.

«Fino a qualche anno fa le case particular erano permesse solo a L’Avana e Varadero, ora sono un po’ ovunque», racconta Carmen, ex poliziotta, che ha messo in condivisione una stanza nella sua casa di Guardalavaca. È la svolta del cosiddetto cuentapropismo, i lavori «per conto proprio» liberalizzati da Raul Castro cinque anni fa, che hanno portato alla nascita di locali e paladar, i ristoranti a gestione familiare. Nella Cuba rigidamente castrista tenevano le saracinesche a metà perché illegali, oggi sono in bella vista. L’ingresso sembra quello di una casa, con lo specchio e il salottino, dentro nascondono ristoranti di buon livello.

Medici, ingegneri, infermieri, professori hanno abbandonato i bassi stipendi statali per intraprendere l’avventura del cuentapropismo. Molti sono diventati autisti o tassiti. Basta che qualcuno abbia la macchina. Come Jilberto, laureato in ingegneria: un suo amico ci mette il carro, lui si procura i turisti da portare in giro per la città. «Facendo l’ingegnere avrei guadagnato l’equivalente di 25-30 euro al mese», dice. Così si è riscoperto autista. E 25 euro li guadagna in una corsa. Ma non significa che diventi improvvisamente ricco. Perché i Cuc dei turisti comprano i prodotti in Cuc, che sono più cari. Ed ecco che l’equilibrio si ristabilisce.


Anche i taxi, a Cuba, sono collettivi. Ti metti sul ciglio della strada, alzi un braccio. E se la macchina ha posti liberi, si ferma. Si abbassa il finestrino, contratti il prezzo, sali e ti siedi accanto ad altra gente che imparerai a conoscere durante il viaggio. Tutti, o quasi, si spacciano per tassisti. Anche quando la macchina non ce l’hanno. Prendono un appuntamento, ma poi vendono i turisti ad altri che la macchina ce l’hanno. È così che si guadagna. A Cuba non si spreca niente. Anche un passaggio. E persino i pullman Viazul possono fermarsi all’improvviso sulla Autopista (l’autostrada) o la Carretera central (la strada principale più a Est) se qualcuno chiede di comprare un sacco di fagioli neri o una corda di agli. Fa parte del gioco.

È un corso di sopravvivenza continua. Si cerca sempre una soluzione con quel poco che si ha. Dagli anni Sessanta, l’embargo americano ha razionato tutto. El bloqueo, quello che nei cartelli per strada viene definito “il genocidio più grande della storia”.

La maggior parte dei prodotti qui è arrivato dall’Unione sovietica, dal petrolio alle auto. Mosca comprava lo zucchero cubano a un prezzo più basso di quello di mercato, e in cambio concedeva prestiti. Fino al crollo dell’Urss, che ha posto fine agli aiuti. I prodotti sovietici, dalle lavatrici ai ventilatori, sono quelli di più di vent’anni fa. Sono invecchiati, hanno smesso di funzionare e non sono mai stati sostituiti. Per comprare un elettrodomestico nuovo, in pesos cubani, si deve lavorare più di un anno.

In ogni casa sono conservati gruzzoli di ferraglia, plastiche, cavi, ingranaggi non funzionanti. I bambini giocano per strada con un pattino solo, uno a testa. In un cortile dell’Avana vecchia, è parcheggiata addirittura la carrozza di un vecchio treno. Non si sa mai. Tutto ha un valore e tutti riutilizzano tutto. Dalle piccole alle grandi cose. Se la penna non scrive più, si tira fuori il tubicino con l’inchiostro e lo si sfrega tra le mani. Se non va, se ne cerca un altro tra molle, sfere e pulsanti a scatto. Per strade si ripara di tutto: scarpe da ginnastica, ventilatori, pattini , bici e bicitaxi. Fino alle auto. Soprattutto le auto.

Il luogo comune vuole che tutti a Cuba siano un po’ meccanici. Ed è vero. I pezzi di ricambio delle vecchie auto americane degli anni Cinquanta o di quelle sovietiche degli anni Settanta non esistono. Con spago, fil di ferro, vecchie grucce e batterie scariche i cubani fanno miracoli. Certo, i miracoli non sono sempre perfetti, e a volte durano poco. Un tassista ammette che alla sua Trabant azzurra non riesce proprio a mettere la seconda, ma ci tiene a precisare che «i pezzi sono tutti originali». Le salite tra Trinidad e Santa Clara, con queste macchine, potresti fartele pure a piedi. E a ogni angolo di strada c‘è qualcuno fermo che cerca di far ripartire una macchina con la stessa naturalezza con cui noi ci fermiamo a fare benzina.


Le Chevrolet degli anni Cinquanta o le simil Fiat 126 polacche vanno su e giù sgasando fumi neri sul malecon, il lungomare dell’Avana. Quando vedono un pedone da lontano, cominciano a premere il clacson. Perché i freni, dicono, non sono sempre così affidabili. Che poi di vecchio, in molti casi, in queste macchine c’è solo la carrozzeria vintage che attira i turisti. Aldo, autista, fa su e giù tra L’Avana e Vinales con una Chevrolet rossa di metà anni Cinquanta che è un piccolo capolavoro di meccanica: il motore l’ha sostituito con quello di una Hyundai, racconta, e ha pure montato (chissà come) un impianto per l’aria condizionata.

È la doppia faccia di Cuba, una delle tante contraddizioni di quest’isola povera. Basta addentrarsi nelle campagne o nelle vie popolari della suave Trinidad per trovarla. Mentre le mamme sulle porte ripuliscono il riso dagli insetti e fanno i conti con la libreta, la tessera con la quale ci si procura ogni mese i mezzi di sussistenza, i bambini tornano a casa da scuola ben vestiti, con indosso le divise uguali che uniscono gli studenti di Cuba, da Ovest a Est. Senape, rosse o blu, a seconda dell’età. Pantaloncini o gonne corte, e camicia bianca. Salvo poi svestirsene e giocare a piedi nudi per strada. L’istruzione, insieme alla sanità, è uno dei vanti della rivoluzione di Fidel. Per un Paese che non ha nulla, l’unica risorsa continuerà a essere la sua gente.