Cuba, la prossima sfida è resistere alla colonizzazione degli Usa

Solo due anni fa con l'amministrazione Obama è arrivata la svolta nei rapporti diplomatici. Le prossime elezioni e il quadro geopolitico mondiale ci diranno se l'Havana sarà riassorbita nella zona di influenza statunitense o meno

C’era una volta l’Unione Sovietica, la Guerra Fredda e lo stallo nucleare con il blocco occidentale. Erano anni in cui ogni cittadino americano era abbastanza esperto di guerra non convenzionale da sapere, o “credere” di sapere, la distanza minima necessaria perché un eventuale attacco atomico fosse intercettato dal sistema difensivo americano.
Cuba, l’isola caraibica liberatasi dalla dittatura corrotta di Batista grazie alla rivoluzione dei Barbudos nel 1959 e successivamente entrata (secondo alcuni “spinta” dalla fobia del comunismo di un’America emersa dal Maccartismo appena cinque anni prima) nell’orbita strategica dell’Urss, si trovava all’interno di tale distanza minima.

Di qui la Crisi dei Missili di Cuba del 1962, il discorso di John Fitzgerald Kennedy del 22 ottobre, il panico da Terza Guerra Mondiale e gli accordo segreti di Washington con Mosca per un disarmo speculare dei russi nei Caraibi e degli americani in Turchia e Sud Italia (dove Kennedy pare si fosse dimenticato di aver fatto installare mesi prima, a una distanza altrettanto preoccupante per il Cremlino, i missili atomici Jupiter). Da oltre venti anni quel mondo è finito e la rilevanza strategica dell’isola si è ridotta fino quasi a scomparire, ma Cuba ha continuato a lungo a pagare il prezzo dell’inimicizia con Washington, soffrendo un doloroso embargo e le sanzioni americane. Solo due anni fa, in quello che è stato da molti riconosciuto come uno dei maggiori successi diplomatici dell’amministrazione Obama, è arrivata la svolta.

Nel dicembre 2014 il presidente americano approfitta dell’occasione creata dallo scambio tra Alan Gross, un uomo di affari americano detenuto a Cuba dal 2009, e tre cubani accusati di spionaggio detenuti dagli Usa per sollevare il sipario su una trattativa che andava avanti oramai da quasi un anno e mezzo.
Dopo un ultimo colloquio con Raul Castro, Obama il 17 del mese annuncia pubblicamente il “ristabilimento delle relazioni diplomatiche” con Cuba e l’avvio delle procedure necessarie per la fine dell’embargo e di alcune sanzioni. Più di un anno dopo l’embargo non è ancora stato eliminato, serve il voto del Congresso dove i Repubblicani hanno la maggioranza e non vogliono regalare questa vittoria politica all’attuale presidente . Obama tuttavia, sfruttando le proprie prerogative presidenziali, ha già ottenuto dei successi nell’allentamento delle restrizioni ai viaggi e agli scambi commerciali.

Anche l’Unione Europea, a marzo 2016, ha firmato all’Havana un accordo per la normalizzazione dei rapporti. Cuba, dal canto suo, sta progredendo – lentamente ma in modo costante – sul sentiero dell’apertura ai capitali e alle nuove tecnologie tracciato da Raul Castro.
Un ruolo centrale nelle trattative tra Usa e Cuba è stato ricoperto dal Vaticano, ringraziato pubblicamente da Castro e Obama. La tradizione cattolica dell’isola caraibica e la cittadinanza sudamericana dell’attuale Pontefice hanno agevolato il ruolo di mediatore svolto da Bergoglio, anche se – come sottolineato dal Vaticano stesso – la Chiesa e i precedenti Papi già da lungo tempo si erano adoperati per arrivare questo risultato (a Cuba, come nel resto del Sud America, c’è una forte concorrenza tra Chiesta cattolica e Chiese evangeliche: intestarsi un ruolo nella fine delle privazioni economiche dei cubani è cosa buona e giusta per il Vaticano).

Cuba, dal canto suo, sta progredendo – lentamente ma in modo costante – sul sentiero dell’apertura ai capitali e alle nuove tecnologie tracciato da Raul Castro.

La svolta nei rapporti tra Stati Uniti e Cuba non nasce tuttavia solo dal venire meno del quadro strategico che aveva caratterizzato la Guerra Fredda. Dopo la sua fine, per molti anni l’Havana è stata sostenuta dalla Russia, dalla Cina, dall’Iran del presidente Ahmadinejad e soprattutto dal Venezuela di Hugo Chavez. Nel primo decennio del secolo il Sud America sembrava poter essere fonte di problemi per Washington, non più interessata a controllare col pugno di ferro il “giardino di casa” come ai tempi dell’Urss – quando furono appoggiati colpi di Stato e dittature di destra in nome dell’anticomunismo – ma nemmeno felice (era l’epoca di George W. Bush, Rumsfeld e Cheney) dello spostamento a sinistra di molti Paesi del continente (Brasile, Cile, Bolivia, Nicaragua, Uruguay etc.) cavalcato soprattutto da Chavez. Cuba ricopriva il forte ruolo simbolico del piccolo Stato socialista che resiste al Golia capitalista americano.

Ma con l’inizio del decennio successivo l’aria inizia a cambiare. Bush non è più presidente e al suo posto siede un democratico marcatamente non interventista. La Russia è in crisi economica e demografica, con il proprio “giardino di casa” che si sta sgretolando (alcuni Stati balcanici entrano nella Nato, la Georgia – la parte non invasa – è uscita dalla sfera di influenza russa, l’Ucraina inizia a vacillare etc.). L’Iran, fiaccato dalle proteste dell’Onda Verde e dalla seguente brutale repressione, si avvia verso il cambio di rotta che verrà sancito dall’elezione – nel 2013 – del “moderato” Hassan Rohani, che in politica estera inaugurerà una stagione di dialogo con gli Usa. Chavez si ammala di tumore nel 2011 e nel 2013 muore, e in generale il “vento di sinistra” che aveva soffiato forte sul Sud America inizia a calare di intensità fino a spegnersi in diversi Stati (ad esempio in Cile nel 2010 e di recente anche in Argentina).

Di conseguenza le possibilità per Cuba di sopravvivere, e magari crescere, raggranellando aiuti da un fronte anti-americano sempre più disunito e debole si riducono notevolmente. In assenza di un’alternativa migliore si fa strada nell’intellighenzia comunista cubana l’idea di aprirsi – con cautela – allo storico nemico, gli Stati Uniti, guidati ora da un presidente non acciecato dall’ideologia sulla questione. La Casa Bianca si dimostra interessata. Oltre alle ragioni di propaganda, per gli Usa pesa il calcolo razionale esplicitato da Obama: “La politica dell’embargo ha fallito. Abbiamo maggiori chances di indurre Cuba a cambiare riavviando le relazioni diplomatiche”. E se il discorso del presidente americano si riferiva ai diritti umani, non c’è dubbio che lo stesso ragionamento si applichi all’economia: diverse aziende statunitensi guardano con speranza all’apertura del mercato cubano e i primi affari sono già in corso.

Oltre alle ragioni di propaganda, per gli Usa pesa il calcolo razionale esplicitato da Obama: “La politica dell’embargo ha fallito. Abbiamo maggiori chances di indurre Cuba a cambiare riavviando le relazioni diplomatiche”

Se, come sembra, il piano inclinato porterà a un riassorbimento dell’anomalia cubana nei prossimi anni o se, come alcuni sperano, l’Havana troverà – difficilmente da sola, forse con una mano esterna – il modo di resistere alla colonizzazione sociale ed economica statunitense, dipenderà soprattutto da due variabili. La prima riguarda ovviamente l’esito delle prossime elezioni americane, dove l’ampiezza del ventaglio delle possibilità (Clinton, Sanders, Trump, Rubio) lascia aperta ogni ipotesi. La seconda riguarda il quadro geopolitico generale: se gli Usa rilanceranno il proprio ruolo di unica super-potenza mondiale è probabile che per reazione si crei un gruppo di oppositori. E, se Cuba non sarà già stata “acquisita” dagli Usa, i giochi sul suo destino potrebbero anche riaprirsi.

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