Il sacrificio del fratello è il primo passo della civiltà

Non sempre una profonda conoscenza dell’altro genera comprensione. Spesso, anzi, è il contrario. Due miti simili ma di provenienze diverse possono fare luce sulla tradizione che accompagna i fatti di sangue tra fratelli

Riflettere sull’odio tra fratelli, sui “fratelli coltelli”, offre il fianco al facile cinismo di chi la sa lunga, di chi “gnaffe, a me non la si fa!” e prosegue dicendo che la natura umana rimane quella là e sempre là si va a finire, ai coltelli nonostante si sia fratelli. Il machiavellismo degli stenterelli. Bene quindi predicare le virtù della vicinanza, del conoscersi reciproco che porta al reciproco rispetto o almeno a sopportarsi. Però è anche vero che gli uomini, se del male si affliggono, poi del bene si stuccano, e troppo zucchero rovina il palato. Non è solo questione di gusti, ma anche di capire quali sono le condizioni del convivere civile e del civile sopportarsi.

Troppa conoscenza reciproca non sempre crea comprensione, e la storia di fratelli coltelli sta lì a dimostrarlo. L’eccesso d’intimità crea invischiamento – come dicono gli psicologi dei sistemi da Bateson in poi- e l’invischiamento crea schiavitù, perdita di autonomia.

Conoscersi non genera automaticamente compatibilità di abitudini e di caratteri. Conoscendosi meglio si possono avere brutte sorprese, il cosiddetto Altro con la maiuscola in cui scoprire la nostra stessa umanità può rivelarsi troppo umano, troppo simile a noi e quindi immensamente insopportabile. Finiamo sempre per incontrare noi stessi, e non sempre è una bella scoperta.

Non si tratta solo di sopportarsi tra fratelli, e in questo la psicologia delle interazioni familiari ci rende perfino troppo consapevoli dei rischi dell’eccesso di vicinanza e comprensione. E non si tratta solo di sopportarsi tra culture imparentate, più o meno sorelle o cugine, come accade tra musulmani, europei più o meno laici e/o più o meno cristiani ed infine ebrei.

Peggio. Si tratta di sopportare il nostro fratello peggiore, l’onnipresente colui da noi inseparabile che per sempre ci infastidisce: noi stessi e i nostri stessi pensieri. Con i quali è penoso convivere. E anche in questo caso, paradossalmente, dobbiamo imparare non solo a incrementare la conoscenza, ma anche a saperla economizzare, a diminuirla perfino. Conosci te stesso, diceva il dio delfico in Grecia, ma non trasformare questa conoscenza in un rimuginio auto-analitico sterile e opprimente, aggiungono i nuovi dei pragmatici della terra d’Albione.

Toniamo ai fratelli. Una duplice storia di fratelli assassini è alla base di due tradizioni storiche che – così si dice – ci sono abbastanza imparentate, anche se non dobbiamo mai esagerare con le origini storiche. La storia può essere un incubo che ci schiavizza e dal quale occorre svegliarsi. Abbiamo fatto un’abbuffata di miti e storie una decina e più di anni fa, al tempo delle guerre del Golfo, e ci è bastata. Oggi, però, concediamoci un diversivo. Chi è questa doppia coppia di fratelli assassini che giace alle nostre origini? Sono loro, Romolo e Remo e Caino e Abele. È strano come talvolta si trascuri l’ambigua somiglianza tra queste due coppie di fratelli. Forse è un bene non farci troppo caso, seguendo la logica del non conoscersi troppo e di svegliarsi dall’incubo della storia di cui scrivevamo poco fa. E, ancora una volta, somiglianza e conoscenza non significano amichevole convivenza, come tristemente dimostra la lunga storia degli ebrei tra noi.

Riflettiamo però, psicologicamente e mitologicamente e brevemente, su queste due coppie. Le somiglianze si confondono con le differenze, e viceversa. Romolo uccide Remo e poi fonda Roma, la città del Diritto e della Legge. Caino uccide Abele ed è bandito. Vi è una differenza? Certo, ma leggiamo meglio il racconto biblico. Caino è bandito, ma è anche protetto da Dio che lo dichiara inviolabile. Non basta. “Caino si unì alla moglie che concepì e partorì Enoch; poi divenne costruttore di una città, che chiamò Enoch, dal nome del figlio”. Costruttore di città? Come Romolo! Emerge una somiglianza insospettata col fondatore di Roma. E Romolo, a sua volta, non è un bandito a capo di una banda di dropouts, come erano i primi Romani? E ancora, Caino generò discendenti, i quali furono Iabal “padre di quanti abitano sotto le tende presso il bestiame” (un pastore, come pastore era Romolo), Iubal “padre di tutti i suonatori di cetra e di flauto”, mentre il fratellastro Tubalkàin fu “fabbro, padre di quanti lavorano il rame e il ferro”. Insomma, Caino fu un eroe civilizzatore e iniziatore delle arti meccaniche e delle arti liberali, della cultura tecnologica e di quella umanistica, tipica delle città.

È un racconto triste e ambiguo quello biblico da leggersi all’imbrunire, in cui si suggerisce che il male è assassino ma crea le arti e la civiltà mentre il bene perisce sterile e dimenticato dagli uomini. Abele non ha discendenza. Meglio il racconto romano? Il mito romano è altrettanto disincantato, Romolo il fondatore uccide Remo che aveva osato varcare i confini che Romolo stava tracciando, i confini di Roma. Questi rudi Romani non imbellettavano le loro origini. Entrambi i racconti ci dicono una tremenda storia: all’origine di una convivenza civile e complessa vi è un fratricidio.

E due storie che voglio essere all’inizio di due tradizioni apparentemente così estranee, giudaismo e romanesimo, raccontano la stessa storia. Sono due storie sorelle. Fermiamoci qui, sulla soglia dello spazio sacro. È bene intravedere il bagliore del coltello sacrificale, ma è meglio non sapere troppo.

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