SocietàLa nuova spinta per la felicità pubblica

La visione individualista della felicità sta rientrando. Forse è la nuova coscienza ambientalista, o l’oscuro timore che il nostro piccolo giardino possa smettere di dare i suoi frutti

Sulla felicità, le opinioni oscillano da sempre. Molti sanno della sua inclusione nella costituzione americana e intuiscono che lì c’è qualcosa di particolare, anche se di felicità si parlava già dai tempi di Aristotele. Solo che in Aristotele si trattava di una felicità pubblica, una felicità effetto dell’esercizio delle virtù pubbliche. Eudamonia la chiamavano i greci, ovvero condizione buona dello spirito, soddisfazione di svolgere correttamente, anzi onorevolmente e virtuosamente, il proprio ruolo sociale nella comunità. Le comunità antiche, che fossero le città stato greche o le tribù barbariche, erano comunità totalitarie, in cui il singolo era sempre asservito, in ogni sua azione, alle attese sociali.

La felicità moderna è invece privata. Per carità, anche Aristotele riconosceva il ruolo del benessere privato nella sua eudamonia, ma non si sarebbe sognato di renderlo l’elemento principale. Non vi era vita privata per l’uomo antico, e tantomeno vi era felicità privata. L’intenso grado di partecipazione dell’individuo antico alla vita pubblica gli riempiva la giornata e l’esistenza di una forte e coinvolgente passione politica. L’individuo antico aveva la possibilità di partecipare in prima persona a molte occasioni politiche: assemblee, consigli, giudizi, elezioni. Viveva una vita meno dedita alla sicurezza e più all’azione, più politica e pubblica e meno privata.
Per l’uomo moderno la felicità si cerca in casa propria e non in mezzo agli altri.

Anche le soddisfazioni collettive sono concepite come mezzi per aumentare il benessere individuale. Per noi la felicità è la libertà di usare a piacimento il nostro appartamento e il nostro giardino, senza che nessuna autorità esterna o superiore possa intromettersi, per qualsiasi interesse superiore e comune. L’idea privata della felicità è moderna e illuminista, e a noi italiani fa piacere pensare che Benjamin Franklin e gli altri redattori della costituzione americana la ereditarono in buona parte dall’opera “La scienza della legislazione” di Gaetano Filangieri (1753-1788).

In questi nostri tempi più disincantati e meno illuminati, la visione privata e individualista della felicità sta rientrando. Forse è la nuova coscienza ambientalista, o l’oscuro timore che il nostro giardino, troppo sfruttato, possa smettere di dare i suoi frutti

In questi nostri tempi più disincantati e meno illuminati, però, questa visione privata e individualista della felicità sta rientrando. Forse è la nuova coscienza ambientalista, o l’oscuro timore che il nostro giardino, troppo sfruttato, possa smettere di dare i suoi frutti. Certo che la visione individualista è meno sentita ed è sostituita da una coscienza collettiva che non è però politica, come nella fiammata degli anni ’70, ma civile e sociale. Ha più a che fare con la diffusione di nuovi comportamenti e sensibilità che con la conquista del potere.

Questa diversa sensibilità ha conseguenze anche nella riflessione psicologica. Alle teorie dell’autostima, del benessere, della realizzazione di sé, si sostituiscono le teorie della tolleranza del disagio e dell’accettazione incondizionata di sé. È una svolta stoica che arriva dopo l’utilitarismo illuminista del benessere individuale.

Questa svolta stoica ha ricevuto un singolare aiuto dall’interesse crescente che si prova in occidente per le tecniche di meditazione orientale e che confluiscono nella cosiddetta mindfulness. Sono tutte tecniche che sarebbe discutibile ridurle allo stoicismo, con il quale ha in comune solo alcune componenti. Tuttavia, si può prendere atto che la mindfulness, se è distante dallo stoicismo, sembra essere altrettanto distante dall’attiva ricerca della felicità dell’individualismo occidentale. Mentre lo stoicismo predicava l’indifferenza alle emozioni, nella mindfulness vi è un atteggiamento più cortese, in cui l’attenzione è aperta ad ammettere qualsiasi cosa entri nell’esperienza con un atteggiamento di gentile curiosità.

Tutto questo somiglia più alla serenità che alla felicità, il che forse è un bene. O meglio, significa che la felicità si distacca da uno stato di esaltazione euforica determinato dal raggiungimento di un obiettivo, da una vittoria o da un traguardo. La felicità contemporanea non dipende solo dalla coltivazione e dallo sviluppo delle proprie potenzialità e dall’usarle quotidianamente nel lavoro, nell’amore, nelle attività ricreative. Essa è composta anche da piccoli piaceri, sensazioni gradevoli momentanee legate a esperienze momentanee, per non dire futili. Piccole gioie che vale la pena provare.

La felicità si distacca dal raggiungimento di scopi e dal controllo. E anche questo può essere un bene, perché è vero che gli uomini sono sempre stati utilitaristi e sempre hanno perseguito scopi; ma mai nel modo ossessivo e controllante dei moderni. Nella modernità si è scivolati nell’utilitarismo ideologico, l’utilitarismo che non si limita a essere un lato dell’azione umana ma che diventa l’aspetto dominante e l’unico veramente significativo: una disincantata e ruvida ammissione che non vi è altro che l’utile a questo mondo, e tutto ciò che si fregia di un’etichetta più elevata è inganno. Al posto di questo paesaggio deprimente e impegnativo al tempo stesso, possiamo accontentaci di una piccola felicità sensoriale.

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