Industria 4.0, l’Italia s’è (quasi) desta

Il Ministero dello Sviluppo Economico si muove, e individua le priorità sulle quali bisogna rimboccarsi le maniche. Ma il tempo stringe

In attesa che il governo esca dal torpore e recuperi il tempo perso rispetto ai propri competitor europei, come la Germania e la Francia, per lanciare definitivamente una strategia comprensiva e nazionale sull’innovazione nei processi industriali, il parlamento accende un faro sul progetto di derivazione comunitaria Industria 4.0, presentando a Montecitorio le risultanze di un’indagine conoscitiva che indica le priorità sulle quali ormai è tempo di rimboccarsi le maniche.

Cinque i pilastri indicati dalla commissione nel rapporto su Industria 4.0 che ha avuto modo di ascoltare circa quaranta soggetti tra rappresentanti del governo, istituzioni, centri di ricerca pubblici e privati, università, società di consulenza, parti sociali, aziende italiane e straniere. I deputati sono andati a vedere con i loro occhi la strategia tedesca di Industrie 4.0, visitando lo stabilimento Porsche di Stoccarda – che sta spingendo l’automotive del robot collaborativo che pianifica, assembla e memorizza dati e processi di costruzione – e tastando con mano la realtà di Allianz 4.0: il network di imprese, sindacati e realtà pubbliche voluto dal land Baden-Wurttemberg per innovare i processi produttivi. E allora ecco la ricetta dei parlamentari. È necessario, anzitutto, creare una governance del sistema Paese, attraverso la creazione di una cabina di regia governativa con finalità analoghe alla Piattaforma 4.0 tedesca. A quest’organo dovrà essere affidato il compito di fare una ‘cablatura’ delle aree a forte presenza industriale, per consentire lo sviluppo dei piani di Industria 4.0.

Viene, poi, posto il tema della costruzione di infrastrutture abilitanti, come il piano per la banda ultralarga sul quale il governo sta già lavorando e che ha ricevuto di recente anche il via libero definitivo dalla Commissione Ue, ma anche l’implementazione delle reti wireless e 5g nonché quella relativa alle reti elettriche intelligenti. Indispensabile anche la formazione per allenare competenze digitali, sia nella scuola (alternanza scuola lavoro, digital creativity e big data) sia quella rivolta ai Neet e agli impiegati in lavori in via di obsolescenza. Riconversione lavorativa insomma. Altrettanto cruciale è la ricerca, si legge nel rapporto della Camera. Al fine di supportare la trasformazione del sistema produttivo, non solo in ottica Industria 4.0, l’università ha, infatti, il compito di creare un sistema formativo di livello internazionale, denso di interazioni con realtà europee ed internazionali.

Infine, per la Camera l’ultima priorità coincide con la capacità di gestire sempre più dati attraverso i processi dell’Internet of things: si parla di imprese data driven e supporto a modelli di open data, trasparenti e iperconnessi. «Per la prima settimana di agosto il governo presenterà il ‘follow-up’ dell’indagine conoscitiva», ha detto alla presentazione del rapporto il Ministro dello sviluppo economico, Carlo Calenda. L’intenzione del ministro è quella orientare le prossime scelte della legge di stabilità su un piano di investimenti su Industria 4.0, una rivoluzione industriale che sarà “selettiva”, enfatizza Calenda, tradotto niente interventi a pioggia ma l’individuazione di quelle realtà prioritarie: «Purtroppo non tutte le regioni avranno un digital innovation hub», afferma il responsabile del Mise – «questo richiederà il fatto di avere insieme un’industria e un’università di eccellenza, e non tutte lo sono; le altre aree del Paese che non avranno questo a portata dovranno fare una cosa che nell’era digitale è tragica: prendere un treno e andare dove c’è la possibilità di fare un vero digital innovation hub».

Le grandi associazioni come Confindustria puntano molto sull’appoggio di palazzo Chigi per far si che la questione industriale resti al centro del paese. Per il presidente di viale dell’Astronomia, Vincenzo Boccia, «Industria 4.0 non è solo una questione tecnologica, ma anche culturale e soprattutto dimensionale che pone la questione sul ruolo delle imprese, su cosa devono fare al loro interno e su quale politica economica dobbiamo immaginare e quale industria dobbiamo costruire». Critica, invece, Confartigianato che – per bocca del segretario generale Cesare Fumagalli – commenta così le indicazioni del parlamento: “La ‘rivoluzione’ che emerge dal documento messo a punto dalla commissione attività produttive della Camera non deve essere strabica verso una visione industria-centrica dell’innovazione digitale. Non commettiamo il consueto errore di immaginare un mondo che non c’è e di calare a forza sul sistema imprenditoriale italiano, composto per il 99,5% da micro e piccole imprese, astratti modelli standard d’importazione”.

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