Ocean’s talesLa tutela degli oceani? Ecco perché non possiamo permetterci di “avere altre priorità”

Malgrado sia inserito tra gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, la tutela dei mari e degli oceani è agli ultimi posti tra le priorità mondiali. Nulla di più sbagliato: se non proteggeremo il nostro più grande patrimonio naturale, perderemo anche la nostra primaria fonte di vita

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Proteggere la salute dell’oceano e la vita marina è quanto si propone l’Obiettivo 14 (Sustainable Development Goal, SDG) fissato dall’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite – il programma d’azione sottoscritto nel settembre 2015 dai governi di 193 Paesi – basato su 17 obiettivi che affrontano questioni di fondamentale importanza per il benessere del pianeta e dell’uomo. Tra questi, l’SDG 14 riveste un ruolo fondamentale, interagendo con gli altri obiettivi in vari modi.

In primo luogo, dalla conservazione e dall’utilizzo sostenibile dei mari dipende la sopravvivenza e la salute di miliardi di persone. La sicurezza alimentare delle fasce più vulnerabili della popolazione mondiale deriva dalla disponibilità di risorse marine. Il pesce, allevato o pescato, è una fonte essenziale di proteine, acidi grassi, vitamine, calcio, zinco e ferro per più di 1 miliardo di persone e rappresenta almeno il 20% dell’apporto medio pro-capite di proteine per quasi 3 miliardi di loro.

Allo stesso modo, gli oceani forniscono gratuitamente un’ampia gamma di beni e servizi essenziali per sostenere il benessere e la qualità della vita dell’uomo. In particolare, secondo le stime del WWF, i servizi prodotti dai mari sono pari a circa $2.500 miliardi all’anno. L’oceano fornisce, ad esempio, il 50% dell’ossigeno che respiriamo (più della foresta amazzonica), e rappresenta il più grande serbatoio naturale di anidride carbonica sulla Terra. I mari svolgono, inoltre, un fondamentale ruolo di termoregolazione del clima e contribuiscono alla protezione da condizioni meteorologiche estreme, oltre a fornire servizi ricreativi e paesaggi dal valore inestimabile.

Infine, la Blue Economy, cioè i settori industriali e di servizi collegati al mare (pesca, cantieristica, trasporti marittimi, turismo costiero, ecc.), crea occupazione e benessere. La Blue Economy impiega nell’Ue più di 4 milioni di persone e genera €658 miliardi di ricavi all’anno, con un valore aggiunto superiore ai €168 miliardi. A livello mondiale, le stime dell’Ocse parlano di 40 milioni di posti di lavoro con un valore aggiunto di $3.000 miliardi entro il 2030.

A dispetto della sua rilevanza, il ruolo dell’oceano e dei mari non sembra essere ancora adeguatamente compreso e valorizzato da parte dal mondo economico e dalla nostra società

Nel complesso, tuttavia, e a dispetto della sua rilevanza, il ruolo dell’oceano e dei mari non sembra essere ancora adeguatamente compreso e valorizzato da parte dal mondo economico e dalla nostra società. Recenti studi che hanno analizzato l’attenzione rivolta dalle imprese ai 17 SDG hanno evidenziato che il SDG 14 risulta agli ultimi posti nella lista delle priorità.

Tale discrasia è da attribuire in larga misura alla percezione che abbiamo del nostro impatto sull’oceano e sui mari. Solo le organizzazioni e le persone che hanno a che fare in via diretta con le risorse marine, e che da queste dipendono – quali la pesca o il turismo – sembrano avere cominciato a comprendere che le loro attività possono condizionare e danneggiare la salute di questi habitat naturali.

Al contrario, chi ha un impatto indiretto sembra molto lontano dall’avere preso coscienza delle proprie responsabilità. In realtà, sono molteplici i settori industriali che producono forme di inquinamento che finiscono nei mari. Oltre alle plastiche, possiamo pensare alle emissioni di gas clima-alteranti come la CO2 che derivano dall’uso delle fonti fossili, e che generano il fenomeno dell’acidificazione dell’oceano, oppure l’impiego intensivo di fertilizzanti e concimi, che attraverso i fiumi e i corsi d’acqua si riversano nei mari determinando l’eutrofizzazione di ampie zone marine.

Produzione e consumo di energia, trasporti, riscaldamento, agro-chimica, industria alimentare e tessile contribuiscono a modificare la salute dell’oceano, e dovranno pertanto collaborare a trovare adeguate risposte se non vogliamo perdere questo fondamentale patrimonio naturale, da cui tutti dipendiamo, al di là di quanto siamo abituati a capire e riconoscere.

A cura di Stefano Pogutz e Manlio De Silvio, SDA Bocconi School of Management Sustainability Lab

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