Vademecum per l’elaborazione del luttoEcco come noialtri europei possiamo affrontare la Brexit senza deprimerci

L’Ue non avrà più l’alibi del veto britannico. In 47 anni Londra ha sempre bloccato qualsiasi tentativo di armonizzazione fiscale, difesa comune e politiche sociali. Ora, dalla cooperazione militare in poi, l’Europa potrà migliorare l’integrazione tra i paesi membri

ADRIAN DENNIS / AFP

Esistono cinque fasi nell’elaborazione del lutto: negazione, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione. Tra pochi mesi l’Unione europea passerà dalla terza alla quarta. Oggi il Regno Unito è uscito ufficialmente dall’Unione europea, ma fino a dicembre Bruxelles e Londra proveranno (in soli 11 mesi) a definire le loro relazioni commerciali. Poi, la Brexit sarà reale per cittadini e imprese, e non solo nelle riunioni di gabinetto. Gli europei del Continente si sentiranno un po’ più soli, con un buco di 60 miliardi di euro nel bilancio comunitario e un solo membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, la Francia. Finora Londra ha esercitato un’influenza decisiva sull’architettura europea e il suo processo d’integrazione. Con ostinazione ha determinato il mercato unico europeo basato sulla libera concorrenza, la liberalizzazione del mercato, l’attenzione per la ricerca, e l’innovazione. Ed è stato decisivo per l’allargamento verso Est dell’Unione. Quando però arriverà la fase dell’accettazione, Bruxelles capirà le opportunità della Brexit.

Come quando un collega esigente ma non collaborativo lascia l’azienda. Ti ha spinto a migliorare ma non ha mai creduto nella condivisione. Senza il Regno Unito, all’Unione europea mancherà l’alibi che ha bloccato finora l’integrazione europea. I 27 Stati rimasti potranno finalmente riprendere quei dossier lasciati finora nel cassetto perché invisi agli inglesi. Ovvero l’integrazione in quattro aree fondamentali: politica, fiscale, sociale e difesa militare. «Domani segnerà una nuova alba per l’Europa. Abbiamo una visione comune di dove vogliamo andare e l’impegno di essere ambiziosi sulle questioni distintive dei nostri tempi. Ma sappiamo di poterlo fare solo insieme», ha scritto su Twitter il presidente del Consiglio europeo Charles Michel.

Esageriamo? Il Regno Unito ha usato spesso la clausola di opt-out, lo strumento per rinunciare a una regola dell’Unione adottata da tutti gli altri Stati membri. No al trattato di Maastricht, no all’Euro, fuori dalla convenzione di Schengen. La Corte di giustizia dell’Unione europea non poteva chiamare in giudizio il Regno Unito sulla base giuridica della Carta dei diritti dell’Unione europea e Londra ha permesso di attuare il Trattato di Lisbona nel 2007 solo perché poteva usare la clausola di opt-in (valutare caso per caso) per applicare le norme legate a immigrazione, asilo, cooperazione giudiziaria civile, penale e di polizia.

Spesso il Regno Unito ha usato il sentimento anti Unione europea per risolvere i problemi all’interno del governo conservatore. Come nel 1984. quando dopo quattro anni di attacchi la premier inglese Margaret Thatcher ottenne il rimborso dei fondi versati all’Ue perché la maggior parte del budget comunitario era destinato alla Politica agricola comune di cui Londra beneficiava poco o niente a causa della natura della sua economia. Circa 3,8 miliardi di euro all’anno rimborsati ogni anno nonostante la Pac sia passata dal 71% al 39% della spesa nel budget Ue. Per non parlare della lotta politica del 1992 in cui il nuovo premier John Major fu sostittuì la Thatcher anche per evitare l’adozione del Trattato di Maastricht e per opporsi al progetto di ampliare la politica sociale europea. Perfino il referendum sulla Brexit è stato il tentativo (fallito) di David Cameron di silenziare la minoranza rumorosa anti Ue all’interno dei Tories. Alcune volte l’atteggiamento ostile di Londra verso l’integrazione ha rasentato il macchiettismo. Quasi a dar ragione alla serie tv satirica inglese degli Anni Ottanta, Yes minister, in cui un funzionario spiegava al ministro che il Regno Unito era entrato nell’Unione europea per distruggerla da dentro. Perché da fuori non c’era riuscita.

Bruxelles lo sta già dimostrando nei fatti. Il primo effetto è stato l’accelerazione dell’Ue verso una difesa comune: nel novembre 2017 23 Stati su 27 hanno dato vita alla Cooperazione strutturata permanente (Pesco). Tradotto: mettere sotto uno stesso tetto le iniziative isolate di cooperazione militare con risorse in comune e sviluppo congiunto degli armamenti. La partecipazione è volontaria ma gli impegni vincolanti. Un passo in avanti notevole. A novembre il Consiglio degli Affari Esteri dell’Unione Europea ha approvato l’aumento di altri 47 progetti di cooperazione. È solo un embrione di esercito europeo, ma è già qualcosa.

Non solo, uno degli obiettivi della Commissione Von der Leyen è quello aumentare l’integrazione sociale nell’Unione. Un aspetto da sempre ignorato da Londra, allergica a forme di assistenzialismo verso gli altri Paesi europei. Negli anni i politici britannici si sono guadagnati la reputazione di ritardare le decisioni del Consiglio sull’armonizzazione dei sistemi di protezione sociale lo sviluppo delle politiche sociali. Nei prossimi cinque anni la garanzia di salari minimi equi ai lavoratori dell’UE e la creazione di un sistema europeo di riassicurazione contro la disoccupazione potrebbero diventare realtà. Anche la riforma dell’Unione bancaria e del meccanismo europeo di stabilità approvato a dicembre dall’Eurogruppo (l’organo dei ministri dell’Economia dei 27 Stati) è stato accelerato dalla Brexit. Il Regno Unito non ha mai voluto saperne, perché l’adesione all’unione bancaria avrebbe implicato l’adesione all’euro e alcuni Paesi hanno usato Londra come sponda politica per evitare l’integrazione bancaria, come fece la Svezia nel 2014. Senza il Regno Unito sarà più facile la dura sfida per il commissario europeo all’Economia Paolo Gentiloni, che dovrà occuparsi del progetto di armonizzare il sistema fiscale europeo. E chissà se il progetto di Londra di diventare il paradiso fiscale europeo spingerà Stati come Lussemburgo, Irlanda e Paesi Bassi a evitare le pratiche di elusione fiscale che danneggiano l’Italia e gli altri Paesi Ue.

Non sarà facile, perché la politica è fatta di persone e interessi da mantenere. E spesso il compromesso è verso il basso. In questi decenni, la Danimarca, i Paesi Bassi e alcuni Stati dell’Est hanno spesso usato il Regno Unito come sponda per limitare l’asse franco-tedesco e per far prevalere i loro interessi nazionali. Così come Francia e Germania hanno sfruttato l’alleanza con Londra per avanzare dove l’altro partner voleva fermarsi. Ungheria e Polonia hanno formato con Repubblica Ceca e Slovacchia il gruppo di Visegrad per opporsi a ogni ulteriore integrazione sulle politiche di migrazione e politiche sociali. Ovvero la ricollocazione dei migranti. I Paesi Bassi hanno consolidato la “Lega anseatica” con Svezia, Danimarca e i Paesi Baltici all’insegna del rigore finanziario e contro ogni assistenzialismo. Tutto è nelle mani dei 27 leader Ue. Saranno loro a decretare successo o insuccesso del post Brexit, ma le premesse per accettare il lutto senza deprimersi troppo ci sono.

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