Seconda serataBello e fantozziano, Amadeus forse ricava il miglior festival di Sanremo possibile. Canzoni a parte

Al direttore artistico finora sono riuscite le proverbiali nozze con i fichi secchi. Ospiti, superospiti, duetti e balli scaldano il cuore del pubblico. I brani in gara meno

frame della trasmissione

«Ho un crampo al piede destro», queste le prime parole di Sabrina Salerno, super ospite della seconda serata di #Sanremo2020, sul palco dell’Ariston. Un attimo prima, durante la rituale discesa della scalinata, lo stiletto della décolleté le si era incastrato su un gradino restituendo ai telespettatori un’immagine perfetta per descrivere questo Festivàl: bello come il 52,2% di share che ha benedetto la prima puntata e in forma quanto la Salerno a più di 30 anni da Boys Boys Boys, ma tallonato da un’aura fantozziana irresistibile.

Un’eterna attesa di Godot, dove Godot è l’inciampo in mondovisione che rende legittime, anzi necessarie, le piaghe da decubito per le ore di completa aderenza al divano di casa davanti ad Amadeus e compagnia. Crampi, reunion trash pop, giuria demoscopia ferale, fiori e polemiche sui fiori. C’è tutto, dobbiamo prenderne atto: siamo davanti al miglior Festivàl possibile. Prodigio o nozze coi fichi secchi?

Se il crampo di #Sanremo2020 al momento sono le canzoni in gara, sì stiamo paragonando l’intera kermesse a Sabrina Salerno perché entrambe sono due istituzioni e non temiamo smentita, di buono c’è che nessuno oramai si aspetta brani memorabili pronti a spiccare il volo dall’Ariston alla storia. Lo sa bene Amadeus che, da direttore artistico, ha fatto il miracolo di rispondere al più recondito desiderio inconfessato del tipico pubblico sanremese: il karaoke.

E allora andiamo con la reunion dei Ricchi e Poveri in poderoso playback, il duetto tra il reggente Massimo Ranieri e il suo naturale erede Tiziano Ferro su niente meno che Perdere l’amore, Gigi D’Alessio con Non dirgli mai dal vivo per il ventennale del pezzo, presentato all’Ariston nel 2000 e piazzatosi decimo in classifica finale anche se il testo di quella canzone brucia ancora nella nostra memoria e ogni volta speriamo che lei molli il fidanzato in carica per mettersi con Gigi perché quel fuoco che brucia dentro sé non lo deve spegnere. Del resto, Solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall’Azione Cattolica ci ha ricordato Zucchero, super ospite numero forse 123 e siamo solo a due puntate di Festivàl.

Indubbiamente non ricevono la stessa accoglienza le canzoni in gara. Perché non sono ancora famose, certo, e forse non lo saranno mai. L’impressione è comunque che Amadeus, sapendo che i brani concorrenti raramente sono un colpo di fulmine per il pubblico, voglia distrarre portando l’attenzione su quanti più fuochi d’artificio possibile per dare ai telespettatori muniti di Meter un motivo a loro scelta per diventare punti percentuali validi.

Però la competizione canora esiste e bisogna pur darne conto: apre la serata un Piero Pelù latex vestito da zio di Myss Keta con un pezzo dedicato al (e forse scritto dal) nipote di tre anni. Sentire Pelù ripetere nel ritornello «Niente è proibito» fa male al cuore ma il frontman dei Litfiba si piazza comunque terzo in classifica generale così, perché la giuria demoscopica vota solo per dare fastidio. Segue Elettra Lamborghini col carisma di Britney Spears ai tempi di Gimme More, a dimostrazione del fatto che ci sono tanti modi per arrivare ultimissimi, ma in Lamborghini si fa prima.

Mentre Enrico Nigiotti vuole limonare adesso perché poi fa buio e, supponiamo, arrivano i vampiri, una Levante con la sciatica à la Quasimodo intona un buon brano che dà del tu agli outsider. «È un pezzo che posso difendere», dice lei con la sicurezza che forse chi le cura i social non ha, visto che ha fatto la scelta cheap di sponsorizzare i profili della cantante come se la settimana sanremese non fosse già di per sé il megafono per eccellenza della musica nostrana.

È il turno dei Pinguini Tattici Nucleari, figli illegittimi de Lo Stato Sociale, che prendono il nome da una birra artigianale e il titolo del brano dal Beatle meno quotato: Ringo Starr. Il riferimento al film 500 giorni insieme suona evidente, come anche la voglia che i ragazzi hanno di vincere. Di sicuro più di Tosca che porta un pezzo di gran classe e parimenti dimenticabile. Ma poi arriva lui, Francesco Gabbani, già trionfatore di ben due Festivàl di fila (un’edizione nei giovani e la seguente nei Big), e attualmente in testa alla classifica generale con Viceversa, una canzone d’amore fischiettata al pianoforte che funziona senza scomodare nemmeno un cucciolo di macaco.

Paolo Jannacci canta per la figlia, Giordana Angi per la madre e l’idea che tutti quelli che quest’anno parlano coi parenti avrebbero potuto risolvere la questione con un bel vocale su Whatsapp si fa sempre più prepotente. Ma arriva il tanto discusso Junior Cally, sul palco senza maschera e con un pezzo catchy pieno di riferimenti pronti a spettinare i sovranisti, nonostante la resilienza di Rita Pavone. La Z di Zarrillo chiude la gara della seconda serata quando scattano le due di notte, e pure le sue di pupille sono a forma di pigiama con gli orsacchiotti.

Qualcosa di buono si è sentito, la maggior parte dei brani però suona come brace da Festivàl. È vero che anche le canzoni della prima serata parevano trascurabilissime e al secondo ascolto casalingo, ovvero non nella versione live, sono riuscite a crescere di qualche millimetro. Lo ha fatto sicuramente Diodato che ancora sarebbe da risarcire per la mancata vittoria a Sanremo Giovani 2014 con l’incredibile ballad Babilonia e migliorano pure Bugo e Morgan, mentre restano irrilevanti, ma fastidiosamente orecchiabili, Le Vibrazioni.

Spiace molto, invece, per Anastasio, il più quotato dai bookmaker prima dell’inizio della kermesse: la sua Rosso di Rabbia è stata brutalizzata da una colata di autotune criminale sul ritornello che lo trasforma in un razzo missile con circuiti di mille valvole, che sprinta e va sul fondo della classifica finale. Quella provvisoria, per il momento, vede gigioneggiare sul gradino più alto del podio Francesco Gabbani tallonato da Piero Pelù a sua volta seguito dai Pinguini Tattici Nucleari che al mercato dei fichi secchi la giuria demoscopica votò.

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