La spazzaBonafedeSpazzacorrotti, l’avvocatura dello Stato va contro il “suo” governo

L’avvocato dello Stato Massimo Giannuzzi invece di sostenere l’esecutivo, come accade di solito, ha chiesto ai giudici costituzionali di rendere non retroattiva la legge grillina. Un intervento, ci spiega Caiazza, che si aggiunge ad altre 17 ordinanze di rimessione presentate alla Consulta

Proprio nel momento in cui il camnmino della riforma della prescrizione si fa più incerto, tra ostinazione grillina e opposizione che a questo punto sembra solo dettata dal buon senso, la legge Spazzacorrotti fa un passo indietro. Il divieto di misure alternative e di benefici penitenziari per chi è condannato per reati di corruzione, introdotto con la legge Bonafede, non va applicato in via retroattiva. Perlomeno secondo l’Avvocatura dello Stato, intervenuta ieri in udienza alla Corte Costituzionale in rappresentanza della presidenza del Consiglio. Ebbene sì, l’avvocato dello Stato Massimo Giannuzzi, invece di sostenere il governo come di solito accade in questi casi, ha chiesto ai giudici di definire la questione con una sentenza “interpretativa di rigetto”. Ovvero, non dichiarare illegittima la norma contenuta nella legge Spazzacorrotti, ma interpretarla nel senso della non retroattività, arginandone dunque l’efficacia ai fatti commessi dopo e non prima della sua entrata in vigore.

In altre parole, perfino al difensore del governo è parsa un’enormità la non distinzione di pena, in termini di osservanza, per i cittadini condannati prima dell’entrata in vigore della legge Bonafede, quando cioè vigeva, a determinate condizione, la possibilità di espiarla con misure alternative. «Tutte le norme che peggiorano le condizioni precedenti devono essere lette come norme sostanziali e quindi non retroattive», ha rilevato Giannuzzi, ponendo anche alla base della sua posizione la recente sentenza sui reati ostativi emessa dalla Consulta nello scorso autunno.

Ma non finisce qui. Quello della retroattività, infatti, è solo uno dei nervi scoperti della Spazzacorrotti. «Prima di tutto bisogna capire che la legge del Movimento Cinque Stele è stata fatta oggetto di 17 ordinanze di rimessione alla Corte Costituzionale per sospetta incostituzionalità», spiega a Linkiesta Gian Domenico Caiazza, presidente dell’Unione delle Camere penali. «Questo significa che 17 giudici, cioè Corti d’Appello, tribunali di sorveglianza, giudici dell’udienza, tribunali ordinari, quindi non avvocati scatenati e faziosi, hanno sospettato di incostituzionalità la Spazzacorrotti sotto vari aspetti. Il che, per una legge appena nata, è un record senza precedenti».

Le questioni di costituzionalità riguardanti la legge pentastellata, come previsto ai tempi dell’emanazione, sono riassumibili all’interno di due macrotemi: quello della retroattività e quello dell’equiparazione dei reati (che di conseguenza comprende l’archiviazione delle misure alternative per molti casi). «La legge ha messo sullo stesso piano i reati di pubblica amministrazione con quelli di mafia. Il risultato è stato che anche per coloro che hanno patteggiato la pena nella misura in cui è stato possibile attivare delle misure alternative, dal giorno alla notte si sono visti portati in carcere. Il tutto, sempre in nome di un giustizialismo ossessivo», continua Caiazza.

Tra dieci giorni, di nuovo di fronte alla Corte Costituzionale, a fotografarne lo spessore, sarà inoltre discusso anche il tema della irrazionalità della Spazzacorrotti. In altre parole, verrà analizzato lo “spirito” guida con il quale è stata concepita l’equiparazione dei reati e la sua razionalità di fronte ai principi costituzionali. «Equiparare un peculato alla formazione di una cosca mafiosa è una cosa folle. Una legge, considerata una svolta civile, che al momento ha ben 17 ordinanze a carico non si è mai vista, e un motivo c’è», chiosa il presidente dell’Unione delle Camere penali.
Insomma, un altro provvedimento fiore all’occhiello dei grillini rischia di essere ridimensionato, se non del tutto abrogato. Intervenire sul trattamento sanzionatorio sull’esecuzione della pena significa attribuire al reato di corruzione pari gravità di un crimine di mafia o violenza sessuale aggravata. «Si può dare la misura alternativa per un omicidio, o meglio per la sua pena residua, ma non per un peculato anche di modesta entità. Questo non è altro che un modo populista e demagogico di legiferare, in quanto non è possibile modificare così gli equilibri che sanciscono legittimamente dei reati più gravi e dei reati meno gravi», conclude Caiazza. In attesa di una Corte costituzionale che adesso è chiamata a ristabilire una logica, per l’ennesima volta, che sembra sfuggire ai vertici grillini.

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta
Paper

Linkiesta Paper Estate 2020