Lockdown ItaliaQuanto ci metterà il governo ad aiutare chi ha perso il lavoro?

Decreto dopo decreto è sempre più larga la distanza tra gli estremi rimedi per non fare circolare le persone e i provvedimenti adottati per garantire una decente sopravvivenza

Cresce la sensazione che i top gun della crisi non abbiano alcuna idea del largo pubblico al quale si rivolgono, del suo stato d’animo, delle reazioni che suscitano le loro parole. Nel mio condominio – zona residenziale Roma Nord – davanti al televisore per l’ultimo annuncio del premier Giuseppe Conte c’erano dieci famiglie: tre composte da anziani in pensione, tre con figli grandi, due con figli piccoli e due single. Dei dieci adulti lavoratori solo due, dipendenti pubblici, hanno ancora uno stipendio certo: tutti gli altri lo hanno perso nell’ultimo mese, compresi i due single, titolari di imprese che ieri hanno scoperto di dover chiudere quasi certamente. Dei sei giovani, due erano inoccupati anche prima e quattro hanno perso a marzo il cento per cento delle loro entrate, senza sussidi perché fanno parte dell’esercito dei non garantiti. Intorno al condominio, poi, ruotano quattro colf e una coppia che pulisce le scale: altre sei persone finite da un giorno all’altro a zero salario. Nel nostro piccolissimo microcosmo, insomma, con l’annuncio notturno dell’estensione del lockdown si è completato l’azzeramento quasi totale dei redditi: sono rimasti in piedi solo pensionati e dipendenti pubblici, tutti gli altri adieu, ne riparliamo a maggio o forse a settembre, speriamo di arrivarci.

L’allargamento del blocco è una misura presa in ritardo ma comunque doverosa soprattutto per la tutela dei lavoratori delle fabbriche e dei laboratori del Nord, esposti a rischi altissimi. Annunciarla senza dettagli e senza nessun cenno agli interventi di sostegno per l’ondata di impoverimento e depressione che il provvedimento si porterà dietro non è solo un errore politico: è un manifesto segnale della distanza crescente tra chi gestisce l’emergenza e chi la subisce, tra chi comanda e chi deve obbedire.

Il terrore del virus ha annichilito la reazione dell’opinione pubblica e reso molto ardua ogni critica all’esecutivo, all’azione dei governatori, ai comportamenti della sanità pubblica. Ma proprio per questo il carico di responsabilità che questi soggetti portano sulle loro spalle si dovrebbe fare, in teoria, più pesante. Quando agisci in una sostanziale sospensione delle dinamiche democratiche ti è richiesto un salto di qualità importante: la consapevolezza che la posta in gioco non è più il consenso, i sondaggi, le relazioni di potere, ma il futuro di milioni di persone.

Questo upgrade, al momento, non si è visto. Decreto dopo decreto, ordinanza dopo ordinanza, si è fatta sempre più larga la distanza tra estremi rimedi messi in campo per fermare la circolazione delle persone e quelli adottati per garantirgli una decente sopravvivenza. All’eccezionalità della sospensione di molti diritti essenziali, primo tra tutti il diritto al lavoro, non corrispondono compensazioni altrettanto straordinarie e immediatamente operative. Tutto è veloce nella limitazione della libertà, tutto è lentissimo nell’erogazione degli aiuti alla sopravvivenza: i moduli per l’una tantum di 600 euro non si vedono ancora, la sospensione dei mutui resta un rebus burocratico, così come molti degli altri sostegni fissati nel decreto economico.

Il Reddito di Coronavirus sarebbe stata una soluzione coraggiosa e adeguata alla escalation dei divieti in atto: stupisce che il governo del popolo e delle sinistre, quello che ha inventato e difeso lo strumento in tempi normali, adesso fatichi ad ammettere che serve un provvedimento universale per tenere insieme il Paese e incoraggiarlo alla resistenza, che è folle immaginare un Paese dove i “vecchi” disoccupati già titolari di sussidio sono più tutelati di chi fino a ieri lavorava e ora non sa dove sbattere la testa.

Anche per questo, credo, dai balconi non si canta più. Le manifestazioni collettive di amicizia e solidarietà, gli appuntamenti per l’inno nazionale, tutte le forme di ingenua partecipazione comunitaria nate dall’emergenza, sono state sostituite quasi ovunque da uno spettrale silenzio, il silenzio dell’incertezza e del dubbio. «Andrà tutto bene», ci dicevamo fino a un paio di giorni fa. Ora non è più così facile ripeterlo.

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