Un paese in quarantenaContro il coronavirus non manca solo il vaccino, manca la politica

Non sappiamo ancora come contenere l’epidemia né come attenuarne gli effetti economici e sociali, ma soprattutto non possiamo contare su una leadership culturale, né su partiti, in grado di aiutarci a superare l’ora più buia

ANDREAS SOLARO / AFP

Contro il coronavirus non manca solo il vaccino, mancano anche la politica e un’idea di paese. Non siamo ancora in grado di capire come sarà possibile contenere l’epidemia Covid-19 né come attenuarne gli effetti economici e sociali, ma difficilmente riusciremo a venirne a capo senza una leadership credibile e capace di indicare una direzione, non perché nei momenti di difficoltà serva un uomo forte, ma perché senza una visione di società e senza un senso di comunità si è destinati a restare in balìa degli eventi.

Il governo è quello che è, buono a lavarsi le mani, con il solo Roberto Gualtieri capace di trovare 4 miliardi di euro per gli interventi di prima necessità. Il maledetto titolo V della Costituzione, riformato in modo surreale dal centrosinistra di Romano Prodi con l’idea di assecondare le istanze federaliste della Lega, ha assegnato le competenze alle Regioni consentendo a ciascun governatore di fare un po’ come crede. Zaia dice una cosa, Cirio un’altra, Fontana non riesce nemmeno a mettersi la mascherina, rendendo ancora più surreale, quasi un castigo, il fatto che i lombardi lo abbiano preferito a Giorgio Gori.

Giuseppe Conte è partito a trecento all’ora, più come scusa per evitare la verifica di governo che per l’emergenza sanitaria, con il Consiglio dei ministri che avrebbe dovuto trovare un compromesso sulla prescrizione e sui decreti sicurezza convenientemente interrotto per inscenare una conferenza stampa dai toni apocalittici assieme a Roberto Speranza, nonostante due soli casi di contagio accertati.

Poi il noto epidemiologo Rocco Casalino ha convinto il premier a occupare in pullover blu le situation room governative in modo da collegarsi con tutte le trasmissioni televisive del paese in posa da commander in chief, come se si trattasse di una serie televisiva americana. Ovviamente era tutta una posa, populista e di governo, in favore delle telecamere e per contrastare l’opposizione ancora più populista guidata da Matteo Salvini, cui non è sembrato vero poter rispolverare il vecchio repertorio dei porti chiusi per salvaguardare prima gli italiani. E così è scattata la corsa a chi era più allarmista, con i governatori a trazione leghista in prima fila e gli ottimisti di #milanoriparte a contrastare la narrazione con inconsapevole ingenuità perché intanto Milano socchiudeva e il Salone del Mobile slittava a giugno.

Quando la politica ha capito che il coronavirus era una faccenda seria, non solo per il contagio ma anche per l’economia e per il turismo, una roba da circa un punto di prodotto interno lordo, è arrivata la grande frenata, ovviamente brusca e altrettanto pericolosa, dopo i trecento all’ora. Ecco, allora, le conseguenti sbandate sotto forma di appelli a mantenere la calma, dagli stessi che pretendevano misure drastiche, intervallati dai bollettini da stato di guerra. Musei chiusi di qua, musei gratis di là, partite che si giocano, partite che non si giocano. Un delirio.

Non potendo dare la colpa agli invasori codognesi, Salvini si è trasformato in globalista sorosiano favorevole agli open borders, venghino siori venghino al circo Barnum Italia e per il resto non ha più cartucce da sparare. Giorgia Meloni ha fatto un video-appello in inglese con sfondo Colosseo, poco nostalgico del ventennio autarchico semmai del leggendario «plis visit Italy, villigis, biutiful countryside» di Francesco Rutelli.

Matteo Renzi ha sospeso le sue grandi manovre ed è costretto a interpretare il solito e antipatico ruolo di quello che la soluzione ce l’aveva già nel cassetto, prima ancora del virus, cioè lo shock di interventi sulle infrastrutture del paese per non parlare della riforma costituzionale del 2016 che, modificando il titolo V, avrebbe riassegnato allo Stato centrale le linee di indirizzo sulla Sanità.

I Cinque Stelle, parlandone da vivi, non hanno ancora consultato Rousseau e aspettano il ritorno di Alessandro Di Battista dalla zona rossa iraniana, ma per una volta almeno non fanno danni. Nicola Zingaretti ha celebrato la vittoria nel Collegio 1 di Roma con toni da Winston Churchill quando ha superato l’ora più buia, e solo per essere riuscito a mobilitare il 17 per cento di elettori in un collegio già suo. Ma è difficile aspettarsi altro, figuriamoci una visione culturale antivirus, dalle parti di chi è andato al governo promettendo discontinuità salvo non cambiare di una virgola il programma Salvini-Di Maio sulla sicurezza, sull’immigrazione, sulla prescrizione, sulle intercettazioni, sul taglio dei parlamentari e sullo stato di diritto.

Resta il presidente Sergio Mattarella, va bene. Ma siamo la quinta potenza economica mondiale, sebbene in calo, e la prima meta culturale del pianeta, eppure non sembriamo in grado di esprimere una leadership politica capace di parlare agli italiani come si parla agli adulti, mettendoli in guardia e rincuorandoli allo stesso tempo, comunicando senza infingimenti la drammaticità della situazione e dettando l’agenda civile e morale per non farsi abbattere. Non c’è traccia di un’iniziativa, di una proposta, di una via d’uscita, solo derby tra porte chiuse e porte aperte e chiacchiere da talk show. Non circola nessuna idea per il futuro e nessuno lavora all’antidoto per guarire dal male nazionale prima ancora che da quello virale.

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