Lo stiamo aspettando tutti con ansia. Parliamo del giorno in cui ci verrà comunicato, magari a reti unificate e senza ritardi, che potremo tornare a uscire di casa. Ma cosa dovremmo aspettarci dall’indomani?
Torneremo subito a pieno regime, ossia al giorno prima che venisse dichiarato il lockdown, oppure quella normalità che tanto odiavamo ce la dovremo guadagnare giorno per giorno (o sarebbe meglio ipotizzare mese per mese)? Torneremo immediatamente a sgomitare al bancone del bar per berci un caffè al volo? Torneremo a litigare sin da subito con i nostri parenti? Torneremo a discutere anche sul posto di lavoro? Possibile che le cose che tanto abbiamo odiato ci manchino terribilmente? Possibile che solo una clausura forzata ci faccia riflettere su quanto la normalità possa essere, a suo modo, fantastica? E se tutto questo non arrivasse nell’immediato? E se le persone non fossero poi così pronte – almeno psicologicamente – a ritornare per strada senza temere di infettarsi?
L’altro giorno un’amica al telefono mi ha detto che guardando la scena di un film si è impaurita nel vedere che le persone chiacchieravano ammassate in un pub. «Mi sono spaventata e la prima cosa alla quale ho pensato è stata: no, dovete stare lontani!». Insomma, quando finalmente potremmo uscire, sarà davvero bello come abbiamo immaginato tante volte durante questa quarantena o sarà un vero incubo? Per molte persone temo lo sarà, un incubo.
E se, alla fine della quarantena, la nostra nuova routine fosse improvvisamente tra le nostre quattro mura di casa? Sarebbe così strano pensare che l’indomani, per alcuni di noi, rappresenterà un vero sconvolgimento? Io credo di no, anzi. D’altro canto, come sosteneva Steinbeck, «l’uomo è un animale che vive di abitudini. Si affeziona ai luoghi, detesta i cambiamenti». A conferma di questa tesi, nell’oramai lontano 2008, la rivista Nature pubblicò uno studio interessante e forse non così demodè. Il team di Albert-Laszlo Barabasi, della Noartheastern University di Boston (Usa), monitorò gli spostamenti di 100mila persone attraverso i segnali dei loro cellulari. Le migrazioni quotidiane si rivelarono regolari. Le persone si spostavano ogni giorno verso gli stessi luoghi, con fortuiti spostamenti più lunghi. Un sistema, raccontava lo studio, per permettere agli epidemiologi non solo di comprendere meglio i comportamenti degli individui e migliorare la pianificazione urbana ma anche (udite, udite!) per ricostruire il cammino di eventuali patogeni che si spostavano insieme ai loro, involontari, ospiti. Una tecnica adottata peraltro in Corea Sud che ha dichiarato di aver sconfitto il virus senza lockdown, grazie soprattutto alla geolocalizzazione dei soggetti positivi e del loro conseguente isolamento.
Sarebbe quindi così futuristico sostenere che un’esperienza dirompente come quella che noi italiani stiamo vivendo da oltre un mese possa stravolgere le nostre abitudini pregresse? In fondo, seppur chiusi in casa, continuiamo a restare connessi con quella che oggi è la realtà. L’informazione non si è interrotta, il lavoro per alcuni è forse raddoppiato e le relazioni con l’esterno continuiamo a coltivarle come avremmo fatto il giorno prima, quando eravamo iperconnessi e ci si abbracciava di rado.
*Gaia De Scalzi è responsabile Media Relations di Utopia