Nuovi ritiCucinare ci salverà: il cibo in quarantena, un’ancora di salvezza per la mente

Mangiare bene in lockdown, curando la preparazione dei piatti e la messa in tavola rappresenta un atto di amore per se stessi e per i propri cari. Un gesto che aiuta, in questi giorni di isolamento

@ Gaia Menchicchi

«Stiamo vivendo in una dimensione sospesa, dove viene a mancare la scansione del tempo, dove perdersi diventa facile. Il cibo rappresenta un’ancora che consente di mantenersi attaccati alla realtà. Ma non solo, le valenze del cibo sono molteplici, e tutte emergono in questi giorno, a partire da quella di cura primaria». A parlare è la dottoressa Federica Citterio, psicologa ad indirizzo sistemico relazionale e terapeuta EMDR. Lo scorrere del tempo, l’accudire se stessi e le persone che amiamo, il semplice istinto di sopravvivenza: cucinare, sedersi a tavola, anche semplicemente acquistare il cibo sono azioni che in questi giorni si caricano di significato.

Può sembrare banale, ma il cibo assicura un senso di continuità temporale: non esistono più ritmi scanditi, soprattutto per chi non ha impegni di telelavoro. «Preparare colazione, pranzo e cena – spiega la dottoressa Citterio – consente una scansione temporale nel quotidiano. Non solo, aiuta a mandare avanti la giornata un po’ meno faticosamente. Il dover pensare a cosa cucinare, prepararlo, poi apparecchiare la tavola, per poi ancora sparecchiare e lavare i piatti consente di far passare il tempo». Un po’ come dire evitiamo di restare in pigiama tutto il giorno. Vestiamoci, pettiniamoci e diamo una forma a questo tempo. Prendendoci al contempo cura di noi. Perché una seconda funzione, sicuramente meno scontata, del cibo, è quella di cura, accudimento, di se stessi e degli altri. «Il cibo è una cura primaria, materna. Dare il latte è il primo gesto che un madre fa per accudire il suo piccolo. Quando si è in famiglia, preparare da mangiare significa prendersi cura degli altri, e significa conservare un senso di utilità». Soprattutto per chi non lavora, il rischio di sentirsi inutile è dietro l’angolo. Il mettere in tavola i pasti per la famiglia ridisegna la nostra sensazione di utilità. Ma non solo: i pasti conservano il loro ruolo di momento di aggregazione, perché spesso siamo sì tutti in casa, ma ognuno per i fatti propri. Chi ha figli adolescenti lo sa più di tutti: spariscono, nella loro camera, nei loro spazi. E la cena torna ad essere un momento di ritrovo, per guardare insieme le notizie o per non guardarle, non importa: basta stare insieme intorno a una tavola imbandita.

Anche per questo il cibo sta letteralmente invadendo le nostre giornate: alcuni continuano a cucinare, altri a mangiare. Le bacheche instagram sono letteralmente invase da foto di manicaretti, ma soprattutto di dolci, e di pane fatto in casa, mentre dagli scaffali dei supermercati spariscono lievito e farina. «È qualcosa che ha a che fare con la sensazione di pericolo – precisa la dottoressa Citterio – con il meccanismo primordiale di procacciarsi il cibo. È un bisogno primario dei mammiferi: fare il pane, così come assaltare i supermercati, significa garantire la sopravvivenza, a se stessi e ai propri cari. L’atto stesso del cucinare è legato a un bisogno di sicurezza: è un’azione concreta, una trasformazione materica, che traduce in pratica una risposta fisiologica a una situazione di pericolo: siamo tutti bloccati in una situazione di allarme, in uno stato di costante allerta». Un perenne campanello di allarme che viene parzialmente zittito quando impastiamo: «le attività che coinvolgono il corpo calmano, per questo più che arrosti si preparano torte, biscotti e pagnotte».

Tutti in un perenne stato di allerta, dunque, tutti immersi in un tempo sospeso in cui le ritualità del cibo diventano punto fermo a cui aggrapparsi. Ma ci sono alcune categorie particolarmente esposte alle difficoltà di questa situazione. I single, ad esempio. Per chi è solo è certamente più dura. Chi ama cucinare può essere avvantaggiato, mentre chi è abituato a mangiar fuori o a scaldare surgelati dovrebbe guardare alla cucina come a un’attività terapeutica, «per ricordarsi che anche lui, anche se da solo, vale un buon piatto e una bella tavola apparecchiata. E li vale in quanto persona, perché lui (o lei) è lui, non perché è un manager o un avvocato. Il pensiero deve essere “sono solo e mi cucino cose che mi fanno stare bene”. Un ragionamento che aiuta anche in un’altra direzione: quando siamo soli tendiamo a mangiucchiare di continuo, e in questa situazione rischiamo di ritrovarci a sgranocchiare continuamente patatine o biscotti. Il cibo in questo caso diventa un riempimento, qualcosa che dà un senso al vuoto. Ma se strutturiamo la giornata con colazione, pranzo e cena, non solo ci prendiamo cura di noi stessi, ma evitiamo il rischio di fare pasticci alimentari, almeno in parte. E al contempo diamo alla giornata un senso di integrità». Senza dimenticare la socialità: soprattutto chi vive da solo può trovare in un aperitivo “virtuale” con gli amici lontani un momento di relax.

Altro gruppo particolarmente “a rischio” sono gli anziani. Per loro ancor più che per gli altri è fondamentale rimanere ancorati alla realtà, «avere un punto di riferimento che dia un ritmo a giornate troppo vuote o troppo piene di preoccupazioni. Pensiamo a una persona sola, magari con l’angoscia di avere il marito o la moglie ricoverati. Anche solo il fatto di mettere a cuocere una pastina in brodo ti obbliga ad alzarti e a uscire dall’apatia. Cucinare, anche cose semplicissime, in questo caso ha anche una funzione attivatrice dell’organismo e della mente. Il pensare a cosa fare da mangiare, a quali sono i passaggi da seguire sono attività che servono a tenere in funzione il cervello, è molto più di una semplice distrazione».

A tutte le età, quindi, continuiamo a cucinare, a impastare e a infornare. E se non lo facciamo già, iniziamo a farlo: apparecchiamo, versiamo un aperitivo, trattiamoci bene a tavola, non cediamo alla tentazione di mangiare senza orari, magari sbocconcellando sul divano, in pigiama, una lattina di tonno direttamente dalla scatoletta. Forse non sarà il cibo a salvarci da questa situazione. Ma di sicuro ci aiuterà ad attraversarla, insieme anche se lontani.

 

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