La scienza del dirittoLa magistratura che minimizza sul Covid favorisce ideologie populiste

Un giudice e un docente universitario, Giuliana Civinini e Giuliano Scarselli, hanno scritto un articolo per spiegare come i membri delle istituzioni non si devono assolutamente comportare in questo momento

Linkiesta sabato ha dato notizia del preoccupante diffondersi di siti e pagine social, spesso di anonima provenienza o da gruppi vicini ad organizzazioni para-naziste, con cui si diffonde una teoria complottista contro il pericolo Covid descritto come una esagerazione, una finzione messa in piedi nell’ambito di congiura mondiale contro le libertà democratiche.

Questo tipo di narrazione è molto più diffuso di quanto si possa credere e non solo con rozze argomentazioni per palati grossolani ma anche in riviste scientifiche per la penna di raffinati giuristi. Ho letto con molto interesse un articolo scritto da un magistrato ed un docente universitario (Giuliana Civinini e Giuliano Scarselli) sulle misure emergenziali assunte in questo periodo. 

La tesi di fondo è assai vicina a quelle teorie estremiste che denunciano la reazione all’epidemia come espressione di una deliberata azione liberticida delle democrazie occidentali, basata su una astuta esagerazione degli effetti di una modesta influenza.

Gli autori esplicitamente denunciano «il pensiero unico, l’idea che le cose potessero stare in un certo modo e basta, e che ogni dubbio fosse inopportuno, un vezzo fuori luogo in un contesto drammatico e doloroso».

Ora, non è certo intenzione di questo giornale farsi portavoce di un pensiero unico, bensì evidenziare come l’articolato e suggestivo ragionamento sia basato su un pregiudizio frutto se non di un pensiero unico, certamente di una propaganda e di teorie non scientificamente supportate.

Provo a spiegarmi: è certamente vero e condivisibile il presupposto da cui partono gli autori e cioè che nessun valore oggi nel disegno costituzionale si pone al di sopra di altri, neanche il diritto alla salute, ma sorprende poi il salto logico.

Nell’articolo si sostiene una tesi ben precisa: il pericolo del Coronavirus è stato esagerato in omaggio ad un concetto della «scienza come religione» cui non ci si può piegare «non solo perché anche tra gli scienziati aleggiano opinioni diverse, ma anche, e diremmo soprattutto, perché la scienza non può trasformarsi in una nuova religione alla quale tutti dobbiamo solo ossequio e obbedienza».

Da qui poi un’attenta critica alle misure restrittive adottate dal governo, alcune anche condivisibili, ma qui interessa l’ideologia che muove i due giuristi, frutto di pregiudizio.

A sostegno del loro convincimento e della asserita mistificazione in atto riportano le statistiche delle vittime di influenze e di incidenti stradali che dimostrerebbero la bontà del loro assunto.

Assunto che suona vagamente (ed inquietantemente) familiare, riporta a certe polemiche ad esempio che hanno a lungo alimentato le posizioni di campagne negazioniste come quelle dei No Vax sideralmente inconciliabili con la cultura di due giuristi di valore come Civinini e Scarselli.

Il presupposto meramente ideologico è al contempo non solo a-scientifico (materia non di mia competenza come pure dei due giuristi) ma anche a rischio di essere a-giuridico, nel senso di non trovare un adeguato supporto dottrinario e giurisprudenziale come doveroso per un elaborato scientifico.

La dominante e radicata giurisprudenza della Corte di Cassazione (ed ormai della migliore cultura), ormai decennale, è contraria al modello del giudice «esperto tra tutti gli esperti» (una sorta di tuttologo insindacabile, diciamo) e gli vieta di sostituire la sua «privata scienza» a quella ufficiale delle comunità degli esperti.

E se egli si trova di fronte a tesi divergenti, qualora voglia aderire ad una minoritaria dovrà motivare adeguatamente il percorso epistemologico. Non si tratta di pura, astrusa teoria ermeneutica, è un principio di grande civiltà per cui le competenze hanno un senso senza il quale ogni discussione si potrebbe risolvere con l’immortale motto: «Questo lo dice lei» sparato in faccia al povero professor Carlo Padoan da una fortunata ragioniera divenuta avventurosamente sottosegretario a Cinque Stelle dell’economia.

Nel caso di specie è ben noto che la maggior parte degli specialisti virologi sia pure con diverse posizioni quanto alle previsioni ed alle strategie sono però unanimi nel denunciare la pericolosità estrema del morbo.

Una condivisione che unisce non solo gli ormai familiari esperti televisivi italiani ma anche scienziati internazionali a partire dall’americano Anthony Fauci, consigliere di Trump, all’OMS, agli stessi medici cinesi alcuni dei quali hanno subito vere e proprie persecuzioni dal regime cinese che inizialmente negava l’evidenza.

Un giudice che voglia sposare le tesi di Luc Montaigner, il premio Nobel che voleva curare un Papa morente con la papaja, ad esempio, dovrebbe motivare perché ritiene erroneo il parere della maggioranza. E motivare molto, ma molto bene.

Ancora, a me sembra che gli autori, oltre a trascurare il principio delle competenze che è un presidio anche del diritto, incorrano in una ben nota fallacia logica denominata «euristica dell’ancoraggio», un errore argomentativo non raro nelle sentenze.

Essi legano la loro valutazione non solo a un radicato pre-convincimento ma anche a dati ed esperienze di immediata disponibilità e più fresca memoria. Poiché non hanno ricordo di epidemie e malattie contagiose come la Spagnola e la Polio del secolo scorso si riportano a ciò che è frutto del loro patrimonio cognitivo.

Ciò però comporta un rischio logico che è la comparazione di dati ed esempi non omogenei e tra loro assimilabili. Dire che muoiono 16.000 persone all’anno di influenza (quando dopo due soli mesi di Covid sono morti in 25.000 e se ne stimano almeno il decuplo) è una statistica insignificante senza dati scomposti quali ad esempio il numero dei deceduti vaccinati che ne indica il grado di letalità.

Ed analogamente il numero dei morti di Coronavirus, già carente della comparazione con un adeguato numero di controlli sierologici ed infettivi, ha poco significato rispetto all’uso che ne fanno i due autori senza che sia accompagnato da un tentativo di calcolare il numero presumibile di vittime “senza” le deprecate misure cautelari adottate dallo Stato.

Quanti morti conteremo senza lockdown globale? E qui sia concesso di rilevare che sembra assai contraddittorio parlare di illegittimità dell’azione del governo, se prevista dalla legge come la normativa sulla protezione civile.

Per avere un termine di paragone valido bisognerebbe riandare alle grandi epidemie del secolo scorso dalla Spagnola, alla Poliomelite, alla Asiatica: i morti furono milioni, distribuiti in più anni, fronteggiate con metodologie scientifiche assai più arretrate e articolatisi in più ondate, tutte progressivamente letali

Quando parliamo di un metro di giudizio nel diritto sappiamo di fare una scelta delicata soprattutto per un magistrato che ha la fortuna di non dover sostituirsi agli esperti e ai politici chiamati ad assumere decisioni rilevanti ai fini della vita di migliaia e migliaia di persone ma che può trovarsi a valutare la congruità e la rilevanza a titolo di responsabilità di quelle scelte.

In diversi casi è successo che si siano condannati imputati per non essere stati abbastanza «allarmati» ed attenti al principio di precauzione nell’esercizio delle loro funzioni e quasi mai si riflette che ciò che si valuta prima è necessariamente influenzato da fattori soggettivi.

Come credere o non credere alla scienza. Ma questo è un lusso che il diritto non può permettersi. Sembra che anche il mondo dei giuristi sia percorso da una marcata diffidenza verso scienza e verso la modernità di cui si coglie solo l’utilità come strumento di efficienza trascurando di ragionarne sui principi e le regole epistemologiche con rischi gravissimi anche per i principi di democrazia della Giustizia.

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